Riflessioni

2008. szept. 5. 2008. szept. 5. 19:51, Király Hédi, még nincsenek kommentek

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Guido Tanca

Riflessioni

di un non-italiano

Riflessioni

di un non-italiano

Sommario

Prefazione

Straniero in patria

Ricordi di teppismo

Sempre troppi

Globalizzazione

Dissonanza cognitiva

Intelligenza

Suggeritori occulti *

Un piccolo mistero *

Fare forcella

Educazione civica

Confessione

* Questi due capitoletti sono stati estratti da Il Passato è Libertà e riproposti qui, alquanto “sfrondati”, per la loro attinenza con il contenuto generale di questo scritto e anche per raggiungere rapidamente almeno un numero minimo di pagine.

Prefazione

Uno “scrittore”, secondo me, è qualcuno che desidera sottrarsi ai molteplici vincoli e condizionamenti (storici, sociali, culturali) che avviluppano ogni uomo. Insomma, è una persona che aspira a trascendere le “coordinate” di spazio e di tempo in cui noi tutti ci troviamo inquadrati e ingabbiati. Perciò, se un autore parla troppo di sé, rivelando la propria età, la città in cui è nato, il titolo di studio che ha conseguito, la professione che svolge e altri dettagli personali, tradisce lo scopo del suo lavoro e fornisce ai lettori una lente deformante attraverso cui la sua opera sarà giudicata e travisata.

Io sono soltanto uno scrittore dilettante, ma non parlo mai di me stesso, nelle scarne note biografiche che corredano i miei libri. Mi trovo tutto in quello che scrivo, e penso che le mie vicende personali non interessino a nessuno. Soprattutto, sono convinto che qualunque informazione su di me risulterebbe ingannevole, proprio in quanto veritiera. Se dicessi di essere nato in Italia, di vivere a Milano, di essermi laureato in Economia, o se confidassi la mia attuale età anagrafica, fornirei informazioni biograficamente vere, ma fuorvianti. In particolare, io sono nato in Italia, come ho detto, ma non mi sono mai sentito veramente “italiano”. Non capisco i miei connazionali e non condivido la loro mentalità.

Però ammetto di avere ricevuto, dal paese in cui sono nato, molto più di quanto gli ho dato. Per esempio, qui ho trovato uno dei pochi lavori dignitosi, se non l’unico, al quale mi predisponessero le mie caratteristiche personali. Nei limiti delle mie modeste possibilità, vorrei sdebitami in qualche modo con questo paese. Per alleggerire il mio debito, posso soltanto offrire quanto ho di più prezioso, cioè la mia unicità, e quindi anche la mia “non-italianità”, di cui questo libretto vuole essere una sommessa testimonianza.

Spero che il mio scritto possa presentare qualche motivo di interesse, proprio perché esprime un modo di vedere e di pensare che è diverso da quello corrente. Perciò gli ho attribuito il titolo Riflessioni di un non-italiano. Tuttavia, desidero chiarire che il suo contenuto è scevro da ogni velleità stupidamente denigratoria, che sarebbe del tutto estranea alle mie intenzioni.

Straniero in patria

Mi sono sentito sempre “fuori posto” nel mio paese e nella città in cui sono nato, e dove tuttora vivo. In pratica, però, il Paese e la Città per me coincidono, perché mi sono allontanato raramente da casa, e di solito quando non potevo farne a meno. Inoltre, ho sempre avuto l’impressione che i miei concittadini e connazionali fossero consapevoli della mia alterità, e nel corso degli anni questo sospetto è divenuto una incrollabile certezza.

Ricordo con simpatia un mio compagno di scuola della medie inferiori che mi chiamava “Il Marziano”. Con meno simpatia, ricordo anche certe immotivate manifestazioni di ostilità di cui sono stato oggetto fin dall’infanzia. Per esempio, lo schiaffo ricevuto a sei anni da un altro bambino, che non avevo mai visto prima, in un giardinetto dove mi aveva portato mio padre per consentirmi di giocare con qualche mio coetaneo, cioè di “socializzare”, come si dice adesso.

Quando avevo circa 8 anni, ogni tanto mia madre mi mandava a comperare il latte in un negozietto sotto casa, perché non c’era bisogno di attraversare la strada. Mi consegnava la bottiglia di vetro vuota, che a quel tempo non si buttava via, e poi mi faceva uscire con generiche raccomandazioni di prudenza.

Quel piccolo bar-latteria non esiste più da molto tempo, ma lo ricordo abbastanza bene. Era lungo e stretto come un corridoio, con due soli tavolini accostati al muro, davanti al bancone. A uno dei tavolini, che si trovava in una nicchia dietro la porta e dalla strada non si vedeva, sedeva abitualmente una prostituta di mezza età, con i capelli neri e uno sguardo languido o, più esattamente, spento. Di solito la donna era sola, ma talvolta si trovava in compagnia di una sua amica bionda.

Al secondo tavolino sedeva il gestore del locale, un vecchio bilioso che si mostrava infastidito dalla mia presenza.

La prima volta, appena entrato, gli dissi: “Vorrei un litro di latte”. Il vecchio replicò, stizzito: “E aspetta! Non vedi che lei non c’è?”.

“Lei” era sua moglie, che in quel momento si trovava nel retrobottega. Anche la seconda volta che andai a prendere il latte, la donna non c’era. Perciò, in attesa del suo arrivo, deposi la bottiglia vuota sul bancone, senza parlare.

Subito il vecchiaccio gridò, inviperito: “E allora?! Che cosa vuoi? Parla!”.

Insomma, io non gli piacevo. Non sopportava che io parlassi e nemmeno che restassi zitto. Eppure non gli avevo fatto niente, anzi, ero venuto a portargli dei soldi. Dopo queste due esperienze, quando mia madre mi mandava a comperare il latte, preferivo attraversare la strada per andare nel negozio di fronte.

Quel locale esiste ancora, ma è diventato una trattoria vegetariana. La lattaia era una donnetta spaurita, che vendeva anche coni di panna montata. Raccoglieva la panna da un bidoncino d’acciaio con una paletta e la deponeva delicatamente sulla cialda croccante, deglutendo vistosamente a ogni cucchiaiata, come se volesse mangiarsela lei.

Per tornare al malefico vecchiaccio, ogni volta che ci ripenso, faccio il conto degli anni che sono trascorsi da allora, e mi rallegra l’idea che nel frattempo quell’individuo indisponente abbia avuto tutto il tempo di crepare non una sola volta, ma dieci. Lo immagino volentieri saltellare per l’eternità sulle braci dell’inferno, con la stessa grazia di quegli orsi ballerini che anticamente si esibivano nelle feste paesane.

Forse non tutti sanno che gli ammaestratori, per addestrare gli orsi a ballare, li costringevano a stare dritti con le zampe posteriori sopra una lastra di metallo caldissimo, e intanto suonavano una musichetta allegra. Per non scottarsi, le bestie alzavano alternativamente le zampe. Così si instaurava un “riflesso condizionato”, ed era sufficiente che gli orsi udissero la musica perché si mettessero a ballare, anche se non avevano più la lastra sotto le zampe.

* * *

Ricordo anche altre immotivate manifestazioni di antipatia o di ostilità da me raggranellate nel corso degli anni, per esempio il furtivo “saluto dell’ombrello” (cioè un gesto di dileggio consistente nel piegare il braccio destro, appoggiando nell’incavo del gomito il palmo della mano sinistra) che mi veniva dedicato da persone mai viste prima, incontrate casualmente per strada, e probabilmente irritate soltanto perché avevo incrociato il loro sguardo.

Ignoro se la Psicologia abbia attribuito un nome alla intolleranza verso gli sguardi altrui. Forse questa “sindrome” (se così possiamo definirla) è considerata così comune da non meritare una denominazione particolare. In mancanza di meglio, ho coniato il termine di “misopsìa” (dalle parole greche mìsos cioè “odio”, e òpsis che significa “sguardo”) e poiché non ho trovato questa parola nel vocabolario credo di esserne l’unico creatore.

La misopsìa non è una caratteristica esclusiva della Specie umana. Per esempio, chi va a esplorare qualche regione selvaggia dell’Africa, se incontra un gorilla e osa guardarlo negli occhi, ha buone possibilità di farsi ammazzare dalla bestia inferocita.

* * *

Vorrei rievocare un gustoso episodio. E’ agosto e io mi trovo in una piccola città ligure, dove sono stato invitato da un mio conoscente, che vive lì da molti anni e mi ha proposto di prendere in affitto un appartamento che si trova nello stesso palazzo dove abita lui.

Quando arrivo, questo conoscente mi accompagna a fare un giretto in città, per farmi conoscere i luoghi e le persone che frequenta. Arriviamo al suo solito bar, e qui lo vedo rivolgere un sorriso e un saluto particolarmente cordiale a un individuo biondastro, con una camiciola estiva e pantaloncini “bermuda”, che è seduto a un tavolino a due metri di distanza da noi.

Per adeguarmi alla situazione, anch’io saluto calorosamente lo sconosciuto, profondendomi in sorrisi e cenni del capo. Con mia sorpresa, però, lo vedo rabbuiarsi in viso e assumere una espressione sempre più irritata e feroce. Finalmente capisco che il mio accompagnatore non ha salutato lui, ma la cameriera che stava portando una bibita al suo tavolo.

Poi il mio accompagnatore mi invita a sedermi a un altro tavolino, dove si sono accomodate certe sue anziane conoscenti, e io dimentico il piccolo malinteso di prima. Dopo un’oretta trascorsa al tavolino davanti a un bicchiere da bibita ormai vuoto, mi sento un po’ annoiato dalla fitta conversazione che il mio conoscente intrattiene con le sue amiche. Vedo che poco lontano c’è un’edicola e mi alzo per fare due passi, con la scusa di anadre a comperare qualche giornale.

Passando vicino al tavolino dove siede ancora l’individuo di prima, noto con la coda dell’occhio che sta stringendo spasmodicamente i braccioli della sua sedia ed è tutto proteso in avanti, pronto a saltarmi addosso come una molla, alla mia prima mossa falsa. Ne deduco che quell’individuo sospettoso e iracondo mi sta aspettando al varco già da un’ora. Però ho l’accortezza di non guardarlo, e così non mi succede niente.

Un analogo esempio di “misopsia” risale circa allo stesso periodo, ma è ambientato nella città in cui vivo abitualmente. E’ sera, e io sto andando a lavorare al giornale. Poiché sono in anticipo sulla tabella di marcia, decido di visitare una libreria che frequento abitualmente, e che si trova sul mio percorso. Scendo subito nel piano sotterraneo, dove ci sono le opere di divulgazione scientifica. In questo vasto locale, pieno di scaffali e di banconi carichi di libri, c’è soltanto una persona, dall’aspetto piuttosto brutale. Questo strano tipo di lettore è proprio dietro il bancone dei libri di divulgazione scientifica e ne sta esaminando uno.

Mi trovo ancora a cinque o sei metri da lui, quando l’uomo sente il rumore dei miei passi e alza gli occhi dal libro che sta sfogliando. Subito manifesta una chiara irritazione, rivolgendomi uno sguardo ostile e gesticolando nervosamente. Allora rivolgo la mia attenzione ai libri collocati sul ripiano che è accanto a me, anche se non mi interessano, sperando che l’individuo se ne vada.

Passano i minuti, ma quello non si muove. Comincio a temere di fare tardi al lavoro e sto già pensando di andarmene, quando sento echeggiare un grido strano, simile a un ululato. Scopro che l’urlatore è un inserviente della libreria, che conosco di vista e che forse appartiene alla categoria di persone che sono definite “diversamente abili”. Però, mentre osservo attorno, mi accade di incrociare lo guardo con l’individuo di prima, che nuovamente dà segni di irritazione e accenna a muoversi minacciosamente verso di me. Allora distolgo nuovamente lo sguardo da lui e mi decido a uscire, anche perché si è fatto tardi. Me ne vado a mani vuote, ma rimedierò a questa lacuna acquistando qualcosa in un’altra libreria poco distante.

Insomma, certi individui si credono in diritto di squadrare il prossimo a proprio piacimento, ma impazziscono di rabbia se qualcuno osa ricambiare il loro sguardo.

* * *

Questo è un dato di fatto: gli italiani capiscono subito, per non so quale istinto primordiale, che io non sono uno di loro, e tendono a reagire in modo ostile. Adesso posso serenamente attribuire un significato a tanti piccoli episodi, irrilevanti in sé, ma a loro modo emblematici, perché nel corso degli anni ho maturato una serena consapevolezza della mia non-italianità e della mia natura di straniero in patria.

Ricordi di teppismo

Qualche tempo fa, un telegiornale serale ha trasmesso un filmato, inteso a documentare un presunto episodio di razzismo avvenuto in Spagna, e precisamente a Barcellona. Si vedeva l’interno di un vagone della metropolitana, con una ragazza seduta vicino a un finestrino. A una fermata, entrava nello scompartimento un giovane biondo, visibilmente agitato, che subito cominciava a prendere di mira la ragazza seduta, minacciandola e sferrando anche calci all’altezza del suo viso.

Secondo il commento del telegiornale, la ragazza era colombiana, e dopo essere stata vittima di quell’episodio di intolleranza aveva persino paura di uscire di casa. Ora, io non so se i colombiani abbiano scritta in faccia la loro origine etnica, oppure se i barcellonesi siano dotati di una particolare sensibilità nel riconoscerli. Nel caso specifico, mi sembrava che il giovane fosse semplicemente un drogato, e che avesse infastidito la ragazza perché lei era sola, e quindi nello scompartimento non c’era nessun altro passeggero da importunare.

Queste considerazioni non sminuiscono affatto l’odiosità del comportamento di quel giovane, indipendentemente dal fatto che le sue motivazioni fossero razzistiche o di altra natura. Però, senza quel marchio infamante di razzismo, si sarebbe trattato di un banale caso di teppismo, meno grave di quei ripetuti ammazzamenti che si registrano in una grande città come Londra, per esempio, e un telegiornale italiano non ne avrebbe certamente parlato.

Comunque, quella scena mi ha ricordato, per asssociazione di idee, alcuni sgradevoli episodi di cui sono stato un testimone privilegiato, e che desidero rievocare qui.

* * *

E’ una sera di domenica di marzo. Da qualche anno, io ho trovato un impiego come “revisore dei testi” in un grande giornale della mia città. Oggi non dovrei lavorare, ma sono stato chiamato per telefono a sostituire un collega che si è improvvisamente ammalato. Sono salito sul solito autobus, quasi vuoto in quest’ora già piuttosto tarda, e mi sono seduto in fondo al veicolo.

Quando l’autobus sosta per qualche secondo alla fermata nei pressi dell’università statale, vedo con la coda dell’occhio un lampo nero, e sento un forte colpo sul finestrino. Non mi sento particolarmente spaventato. Penso che si sia staccato qualche filo della corrente elettrica che alimenta i filobus e che abbia sferzato il finestrino. Decido però di cambiare posto, ma appena mi siedo sento un altro forte colpo contro il finestrino accanto al mio sedile. Questa volta mi accorgo che a sferrare quel colpo è stato un giovane energumeno, fornito di un ombrello, che aveva il presumibile l’intento di spaccare il finestrino e di colpirmi. Lo vedo allontanarsi, roteando nervosamente il suo ombrello chiuso, impugnato come una clava. Poi, finalmente l’autobus riparte, e io arriverò al giornale senza altri ontrattempi.

Qualche anno è trascorso. E’ l’ora del tramonto, e sto percorrendo a piedi, velocemente, la via che fronteggia l’università statale. (Sì, ancora quella). Prima di andare in ufficio, voglio curiosare in una libreria, grande e ben fornita, di cui sono un assiduo cliente. Quasi ogni sera, arrivo in ufficio con un sacchetto pieno di libri. Nel corso degli anni, ne raccoglierò parecchie migliaia.

La via è deserta. All’improvviso, alle mie spalle arriva un’automobile nera a tutta velocità. Appena mi ha sorpassato, salta sul marciapiede proprio davanti a me e si blocca. Senza nemmeno guardare all’interno dell’abitacolo, scendo dal marciapiede e raggiungo velocemente la libreria, che è poco lontana. Ne uscirò con il mio solito pacchetto pieno di libri e dimenticherò lo sgradevole episodio.

Molti altri anni sono passati. Io sono ormai nadato in pensione. Adesso sto andando a imbucare una lettera nella cassetta postale che si trova nella piazza vicina a casa mia. Mentre attraverso la strada, una automobile bianca, che era ferma al semaforo con altre quattro, fa rombare il motore e spicca un balzo verso di me. Io non giro nemmeno la testa per guardarla, e allora quella fa un altro salto, come se volesse investirmi.

In quei brevi istanti, mi sento stranamente calmo. Penso che l’auto ha poca velocità, e anche se mi buttasse a terra non potrebbe farmi troppo male. Inoltre ho visto che nella piazza, sotto l’arco, è ferma una macchina di vigili urbani, e non credo che qualcuno sia così matto da perpetrare un tentato omicidio davanti a una pattuglia di agenti municipali. Penso inoltre che se l’automobilista mi venisse adosso, allora io cercherei di ucciderlo. Non sono né giovane né forte, non sono nemmeno armato, ma so che l’odio fa miracoli.

Io sono un tipo pacifico. Piuttosto che litigare con qualcuno, preferirei ammazzarlo. Se si litiga, si stabilisce un contatto, si instaura un rapporto, sebbene effimero, e questo comportamento sarebbe assolutamente estraneo alla mia indole. In tanti anni di vita in questo paese, ho accumulato a poco a poco un capitale di fredda esasperazione, che prima o poi potrebbe anche esplodere, a meno che io non riesca a emigrare. Di manigoldi se ne trovano dappertutto, e non sentirò certamente la mancanza di questi.

* * *

Questi episodi non sono i soli che potrei citare. Se io fossi stato un uomo di colore, per esempio un immigrato africano, avrei potuto attribuire motivazioni razzistiche a questi comportamenti teppistici, ma allora avrei commesso il grossolano errore di attribuire una specie di “copertura ideologica”, sia pure sordida, a quelli che invece, con ogni probabilità, erano soltanto dei miserabili bastardi, pazzi di sifilide e di droga. In compenso, se i miserabili in questione fossero stati di origini etniche diverse dalle mie, esprimendomi in tale modo nei loro confronti, sarei incorso nelle accuse di xenofobia o di razzismo, che nel mio caso sarebbero state assolutamente ingiuste.

In realtà, potrei anche definire “razzistico”, ma con una certa esagerazione, un solo episodio di cui io abbia avuto una conoscenza abbastanza diretta, ma risale a tanto tempo fa e non riguarda me, ma mio padre.

* * *

Dunque, è una sera dei primi di dicembre, e a Milano si celebra la festa di Sant’Ambrogio. Come ogni anno, mio padre, ormai settantenne, è andato a vedere le bancarelle del mercato che viene tradizionalmente allestito per questa ricorrenza, e che richiama sempre una grande folla.

Questo era uno dei pochi svaghi della sua infanzia, perché ha cominciato a lavorare a 12 anni, quando era ancora così piccolo che doveva salire in piedi su una cassetta di legno per arrivare al bancone della tipografia. Però è riuscito a diplomarsi in ragioneria, studiando alle scuole serali. Soltanto da pochi mesi è andato in pensione, perché era impiegato in una piccola azienda in cui avrebbe potuto continuare a lavorare finché avesse voluto.

Come ho detto, mio padre è sempre andato alla festa di Sant’Ambrogio, tranne quando era soldato. Infatti è stato sotto le armi per dieci anni, tra un “richiamo” e l’altro, ha fatto la guerra e anche due anni di prigionia in Germania. Al suo ritorno dalla prigionia, pesava 37 chili, compresi i vestiti, tra cui un vecchio soprabito nero, liso e lungo fino ai piedi, che doveva essergli stato regalato da qualche prete durante il viaggio di ritorno in Italia.

A un certo punto, nella ressa del mercato, una africana obesa e gigantesca, che è alle spalle di mio padre, comincia a prenderlo allegramente a panciate. La donna sembra divertirsi puerilmente, facendo sobbalzare quell’ometto semicalvo, che è alto la metà di lei. Alle rimostranze di mio padre, l’africana mima il gesto di dargli un colpo in testa con il suo grosso pugno a martello, ed è prontamente spalleggiata da una servizievole italiana che si trovava nei paraggi.

Dopo quel piccolo incidente senza conseguenze, mio padre non è più andato al mercato di Sant’Ambrogio. Immagino che abbia pensato, giustamente secondo me, che non ne valesse più la pena, e che quella antica festa si fosse ormai ridotta a un guscio vuoto.

A differenza di mio padre, io non ho mai particolarmente amato la mia città natale, tanto che, per esempio, non sono mai riuscito a imparare i nomi delle sue vie, e non sono stato al mercato di Sant’Ambrogio più di due o tre volte in tutto, cioè anche troppe, perché non mi sono mai piaciuti i luoghi affollati.

Quello che ho appena ricordato è un episodio insignificante e persino risibile. Però, in virtù delle differenti origini etniche delle persone coinvolte, si potrebbe anche considerare come un piccolo esempio di quella “intolleranza” che viene tanto spesso deprecata. In tale caso, però, bisognerebbe stabilire se sia più grave l’intolleranza alle panciate oppure quella alle regole della civile convivenza.

Sempre troppi

Prima dell’unificazione nazionale, gli abitanti della penisola italiana non erano “troppi”. Però lo sarebbero diventati nel giro di qualche decennio, dopo la realizzazione dell’unità d’Italia, con la scomparsa degli Stati pre-unitari e l’avvio del processo di sviluppo economico, e allora gli emigranti si sarebbero contati a milioni. L’avvento dell’unità nazionale coincide anche con la nascita della cosiddetta “questione meridionale”, che non sembra del tutto risolta neanche oggi. Non so se sia vero, ma qualcuno sostiene che il regno di Napoli era uno dei più progrediti dell’Italia preunitaria, e forse anche d’Europa, e che il discredito che ancora grava sulla sua memoria sia dovuto a una tenace campagna di diffamazione.

Insomma, da un certo punto di vista, l’unificazione dell’Italia potrebbe essere considerata, e studiata dagli storici, come una specie di “catastrofe umanitaria”. Può darsi che un risultato di valore inestimabile, come l’unificazione nazionale, abbia richiesto un prezzo proporzionato alla sua importanza. Un prezzo che forse gli italiani, tanto del Nord quanto del Sud, non hanno ancora finito di pagare. Su questo punto, però, il giudizio va lasciato agli studiosi di Storia.

Dunque, gli italiani sono diventati troppi dopo il raggiungimento dell’unità nazionale. Il guaio è che da allora sono rimasti troppi, e lo sono ancora adesso, almeno secondo la loro opinione.

Da quando sono nato, sento dire che gli italiani sono troppi. Quando mi sono iscritto all’università, ho scoperto che erano troppi anche gli studenti, sul cui futuro incombeva lo spettro della disoccupazione intellettuale. Eppure, adesso qualcuno dice che gli italiani sono tra i più ignoranti d’Europa, e magari si duole del fatto che “troppi” giovani abbandonano precocemente la scuola.

In particolare, era considerato eccessivo il numero dei medici, e quindi anche quello degli studenti di medicina. Questo sarà forse vero, ma il fatto che esistano anche falsi medici e dentisti abusivi, senza considerare i guaritori, induce a pensare che il “mercato” non sia proprio saturo come si dice.

Inoltre, chi va a farsi visitare in qualche “azienda sanitaria locale” ci trova medici asiatici e africani. Sia chiaro che io, su questo fatto, non ho assolutamente nulla da eccepire. Per quanto mi riguarda, in Italia può arrivare chi vuole. (Contento lui...). Dopo tutto, qui l’unico straniero sono io. Però, se nei loro paesi d’origine i medici sono pochi come si dice, allora questi professionisti farebbero meglio a lavorare là, dove la loro opera sarebbe più preziosa che da noi, se è vero che qui ce ne sono troppi. Mi sembra incongruo mandare i nostri medici in paesi lontani, se là i dottori sono così abbondanti che ne arrivano persino qui da noi. Però, come ripeto, è una questione che non mi riguarda. Non ho mai badato al colore della pelle, soprattutto quella dei medici, perché ho sempre cercato di evitarli, indipendentemente dalla loro origine o nazionalità.

Nel 1993 ho pubblicato un libretto, “Pallavolista bionda”, al quale ne sarebbero seguiti parecchi altri, che ho scritto da solo o con qualche mia corrispondente. Ebbene, in occasione del mio inosservato esordio come scrittore dilettante, ho saputo che anche gli scrittori, in Italia, erano troppi. Una decina di anni dopo, per motivi di età, ho lasciato con rammarico l’impiego che mi ero tenuto stretto per tanti anni e sono andato in pensione. Allora ho appreso che anche i pensionati erano troppi.

Insomma, il ritornello ossessivo che gli italiani sono troppi mi ha accompagnato per tutti questi anni, trascorsi in un clima asfittico di angustia e di miseria morale, in una atmosfera opprimente, quasi da campo di sterminio. Purtroppo, si tratta di una opinione largamente diffusa nella popolazione italiana.

Per esempio, un tizio ha scritto a un giornale per esprimere il proprio disaccordo sul progetto di far passare una linea ferroviaria internazionale attraverso una valle piemontese, perché secondo lui la densità demografica italiana è eccessiva. Incredibile, ma vero. Eppure, se il problema fosse tutto qui, basterebbe concedere l’indipendenza alla regione alpina per ottenere uno staterello con una densità demografica molto ridotta, e quindi in grado di accogliere linee ferroviarie a bizzeffe.

Sullo stesso giornale, un articolo ha deplorato il fatto che ogni italiano, in media, disponga soltanto di cinquemila metri quadrati di territorio. Ma, dico io, chi ha mai avuto a propria disposizione una tale estensione di terreno? A parte la piccola minoranza dedita all’agricoltura, mi pare che la maggior parte della gente trascorra la propria esistenza in esigui spazi di qualche decina di metri quadrati, senza nemmeno desiderare, o anche solo immaginare, la possibilità di una vita diversa.

Sono tanti, cinquemila metri quadrati. Ogni nuova coppia di sposi dovrebbe ricevere un ettaro di terreno. Una famiglia patriarcale, composta di una dozzina di persone, sarebbe padrona di una fattoria di discrete dimensioni. Una piccola comunità agricola, di un centinaio di individui, gestirebbe una cinquantina di ettari, cioè quasi un latifondo.

Io sarei ricco, se fossi proprietario di un’area di cinquemila metri quadrati nel centro cittadino. Potrei venderla per trasferirmi in Nuova Zelanda, paese di cui ignoro tutto, ma che ha il pregio decisivo di trovarsi agli antipodi. Se invece il mio terreno si trovasse in campagna, mi consentirebbe almeno di condurre in dignitosa povertà una vita autonoma e libera, nutrendomi con i frutti, coltivati o spontanei, dei miei possedimenti, e delle uova di qualche gallinella. E invece, niente di tutto questo. Ma datemeli, allora, quei cinquemila metri quadrati che mi spettano!

Si sarebbe potuto sperare che l’adesione alla Comunità europea ampliasse la ristretta visuale degli italiani, inducendoli a ispirarsi ai dati demografici relativi a tutto il continente nelle loro stucchevoli geremiadi paleo-malthusiane, invece che continuare a basarsi su quelli della striscia di terra in cui si accalcano.

Speranza vana. Di quell’auspicabile allargamento di vedute non c’è laminima traccia. Perciò sono indotto a sospettare che nell’adesione all’Unione europea gli italiani non abbiano visto una opportunità di sviluppo, ma piuttosto una occasione per annullare la propria identità e sparire quietamente dalla scena del mondo.

Adesso sembra che i miei connazionali stiano avviandosi lentamente ma decisamente verso l’estinzione, ma questa prospettiva non suscita in loro quel sollievo e quella gioia che sarebbe stato lecito attendersi. Anzi, si preoccupano perché nel resto del mondo la popolazione continua a aumentare. Personalmente, mi sembrano un po’ patetici quelli che dicono, angosciati: “Tra X anni saremo Y miliardi sulla Terra”. Io vorrei rispondere, a queste persone così nobilmente pensose per le sorti del pianeta: “Ma rasserenatevi, perché non sarete proprio niente!”.

Non capisco come i miei connazionali, o almeno alcuni tra loro, possano pretendere di insegnare agli altri popoli quello che dovrebbero fare e quanti figli dovrebbero avere. Chi appartiene a una nazione che non rappresenta nemmeno la centesima parte della popolazione complessiva del pianeta, e il cui peso è destinato a scendere sempre di più, non dovrebbe ergersi a tutore e consigliere di tutto il resto dell’umanità.

Inoltre, se gli italiani hanno bisogno degli immigrati, come ci viene continuamente ricordato, allora non dovrebbero preoccuparsi della prolificità altrui, ma dovrebbero semmai rallegrarsene. Se il flusso migratorio dall’estero dovesse inaridirsi, l’Europa non avrebbe più la possibilità di mascherare il proprio fallimento biologico.

Adesso, infatti, i giornali di qui sostengono che la popolazione italiana cresce “grazie” agli immigrati. Insomma, la prolificità era dannosa quando riguardava gli italiani, ma è diventata benefica da quando i figli vengono procreati dagli altri.

Veramente c’è ancora qualcuno che esprime la propria contrarietà all’accoglimento di nuovi immigrati adducendo il vetusto argomento secondo cui gli abitanti della penisola sono già troppi. Però questa sembra una argomentazione suicida, se viene proposta da gente che vorrebbe limitare l’afflusso di immigrati. Infatti, per raggiungere la densità demografica di paesi come la Germania o la Gran Bretagna, l’Italia dovrebbe accogliere altri 10 o 15 milioni di persone.

Insomma, chi li capisce è bravo. Una cosa, però, è abbastanza sicura: finché esisteranno, gli italiani saranno sempre troppi, perché sono nati così, con l’unità nazionale.

Globalizzazione

Come ho detto, le conseguenze dell’unificazione italiana potrebbero essere storicamente considerate come una “catastrofe umanitaria”. Però io non mi occupo di Storia, e quindi potrei anche disinteressarmi di quegli eventi ormai remoti, se in essi non vedessi prefigurato un possibile futuro del mondo, nell’ambito del cosiddetto processo di “globalizzazione”, cioè la tendenza mondiale a costituire un unico sistema economico e culturale integrato.

Se immaginiamo di estendere su scala planetaria gli effetti della nostra unificazione nazionale, otteniamo uno scenario preoccupante, con centinaia di milioni di persone che emigrano dai loro paesi per approdare nella vecchia Europa e trasformarla in qualcosa di totalmente diverso da ciò che era e che rappresentava. Distruzione “creativa”, magari, ma sempre distruzione sarebbe.

Però gli italiani dell’Ottocento e del primo Novecento potevano almeno andare all’estero, mentre oggi non è ancora possibile emigrare dal mondo.

Qualcuno dice che la globalizzazione è ineluttabile, e che perciò è inutile cercare di contrastarla. Però questo mi sembra un argomento debole. Anche l’estinzione della Specie umana, a lungo andare, potrebbe risultare inevitabile, ma nel frattempo questa deprimente previsione non ci impedisce di tirare avanti come meglio possiamo.

Poiché il nostro pianeta, nel suo complesso, costituisce un sistema economico chiuso, la globalizzazione implica l’avvento dell’autarchia a livello mondiale. Penso però che questa tendenza nefasta possa essere contrastata da misure protezionistiche, adottate da vaste aree economiche fornite di una base produttiva, di risorse e di un mercato interno di dimensioni adeguate.

Il protezionismo è uno strumento di politica economica, e come tale costituisce un fattore di stabilità, perché può essere modulato e controllato in base alle necessità contingenti e secondo gli obiettivi da conseguire. Invece l’autarchia mondiale sarebbe caratterizzata dal massimo spreco di risorse naturali, oltre che da una instabilità generale, in cui una perturbazione sorta in un angolo qualunque del pianeta si propagherebbe indisturbata, come uno “tsunami” negli oceani.

Dunque il protezionismo, in sé, non è un male. Anzi, in certi casi è necessario. Consideriamo un ipotetico paese “povero” che intenda avviare un processo di crescita economica che non sia subalterno a interessi stranieri. Se questo paese attira gli investitori stranieri con facilitazioni fiscali, o con la ricchezza delle sue materie prime, o con il basso costo di una massa amorfa di sua manodopera non qualificata, il suo sviluppo sarà subordinato alle strategie e agli interessi altrui. Quando non avranno più interesse a rimanere, gli stranieri se ne andranno.

Il paese in questione, per iniziare un processo di sviluppo non traumatico, dovrebbe cominciare a produrre le merci per cui esiste già un mercato interno, cioè quei beni che importa dall’estero. Quindi dovrà anche tutelare le proprie industrie nascenti dalla concorrenza estera, che altrimenti le distruggerebbe, grazie al vantaggio di cui gode in partenza. Così potrà creare un nucleo di manodopera industriale, formare lavoratori specializzati e favorire nella popolazione generale la nascita di una mentalità produttivistica. Inoltre, con l’avvio del processo di sviluppo, il paese suddetto potrà accrescere le proprie importazioni di altre merci, per esempio materie prime, o macchinari, oppure anche beni di consumo. Proteggendo le proprie attività produttive, non persegue fini grettamente egoistici, ma contribuisce al benessere generale.

Anche un paese “ricco” non può permettere che le sue attività produttive siano danneggiate da una concorrenza estera troppo aggressiva. Se questo avvenisse, la crescente disoccupazione interna e il conseguente impoverimento collettivo lo costringerebbero a ridurre le proprie importazioni in ogni caso.

Dunque, il protezionismo non è un male in sé. L’importante è che non sia diretto “contro” qualcuno, ma si inquadri invece in una visione globale capace di conciliare gli interessi particolari di chi lo adotta con quelli generali dell’umanità. Per esempio, inducendo i produttori agricoli dei paesi “poveri” a sfamare i propri concittadini, e quindi a esportare un po’ meno nei paesi “ricchi”. Se le misure protezionistiche fossero attuate con l’istituzione di un sistema di dazi sulle importazioni, i loro proventi potrebbero essere investiti nei paesi “poveri”, per favorirne lo sviluppo nel modo più conveniente per tutti.

Queste modeste riflessioni, a mio avviso, sono suffragate dal buonsenso. Eppure sembra che in questa vecchia Europa serpeggi una oscura pulsione autodiastruttiva, fatta forse di rassegnazione o di stanchezza, che rende desiderabile persino la globalizzazione, intesa come un mezzo di annullamento di sé. Altrimenti, non si spiegano certe affermazioni che mi sembrano assurde.

Per esempio, io non credo che il modo migliore per sfamare i popoli poveri sia quello di mangiare le derrate che questi producono. Se davvero esiste il problema della “fame nel mondo”, non credo che i paesi ricchi (o presunti tali) possano risolverlo consumando le disponibilità alimentari dei paesi “poveri”. Soddisfacendo il proprio fabbisogno alimentare con le importazioni, anche a scapito della produzione interna, la disponibilità complessiva di derrate ne verrebbe ridotta.

Non credo nemmeno all’efficacia di quel processo alchemico grazie al quale, se gli europei accettassero di mangiare gli “organismi vegetali geneticamente modificati” (in sigla, OGM), gli africani ne risulterebbero saziati. Eppure qualcuno sostiene che, per combattere la fame in Africa, i vegetali OGM dobbiamo mangiarceli noi.

E non penso neppure che sia conveniente nutrirsi con la carne di animali clonati, perché la clonazione, per quel poco che ne so, è un processo aleatorio, che implica forti percentuali di fallimenti, e quindi costoso. Se la clonazione deve servire a produrre animali da carne, il solo scopo che io possa logicamente attribuirle è quello di creare un monopolio, per poter imporre agli acquirenti le condizioni che più convengono ai venditori. Tra l’altro, immagino che gli animali clonati siano pochi, e che possano soddisfare una frazione irrisoria del fabbisogno mondiale. Se poi le carni messe in commercio non fossero quelli dei “cloni”, ma quelle dei loro discendenti, procreati al solito modo, si annullerebbero anche gli ipotetici vantaggi della clonazione.

Ma quali sarebbero, poi, questi vantaggi? Se fosse veramente utile disporre di un ceppo di animali da carne geneticamente puro e omogeneo, non sarebbe necessario ottenerlo per clonazione. Gli allevatori lo avrebbero già fatto da secoli, usando la tecnica dell’inincrocio (che consiste nel far accoppiare tra loro animali consanguinei) con la quale si sono ottenuti ceppi di topi di laboratorio geneticamente identici tra loro. Anzi, gli animali ottenuti in questo modo sono ancora più simili tra loro di quelli clonati, perché non condividono soltanto il materiale ereditario dei loro cromosomi, ma anche quello dei mitocondri, cioè gli organelli della respirazione cellulare, che non sono nel nucleo delle cellule, ma nel loro citoplasma.

Forse è utile ricordare che la clonazione di un animale si attua prelevando una sua cellula, estraendone il nucleo che contiene il materiale genetico, e trasferendolo in un ovulo preventivamente enucleato. Quindi, nelle cellule dell’animale che ne nascerà, si troveranno soltanto i mitocondri dell’ovulo. Tra l’altro, questo e il motivo per cui, nella mia ignoranza, sono perplesso sull’utilità di clonare i cavalli da corsa per ottenerne una progenie di campioni. I mitocondri sono le “centrali energetiche” delle cellule, e vengono ereditati dalla madre, ovvero dalla femmina che ha fornito l’ovulo per la clonazione. Non mi sembra irrilevante il fatto che i mitocondri di un cavallo generato per clonazione siano differenti da quelli del campione che dovrebbe emulare.

Dopo questa digressione, ribadisco che la faccenda della clonazione di animali da carne non sembra affatto chiara e non si capisce nemmeno per quale motivo le sia stata attribuita tanta risonanza, considerando che dovrebbe trattarsi di quantitativi modesti. Ci è stato detto che quella carne è perfettamente commestibile e non abbiamo alcun motivo per dubitarne. Però non ne abbiamo bisogno e che non si vede quali vantaggi comporti il suo consumo. Notiamo, “per inciso”, che anche gli insetti sono appetibili, almeno per i popoli che se ne nutrono. Per esempio, ricordo che a Mentone c’era, e forse esiste ancora, un negozietto che vendeva cavallette fritte in scatola.

Ora, se qualcuno dice che gli europei devono abolire ogni tutela della loro agricoltura per aiutare quella dei paesi poveri, oppure che la loro riluttanza verso gli OGM è responsabile della fame in Africa, o che la carne di bestie clonate si può mangiare benissimo (senza tuttavia spiegarci perché dovremmo farlo), io sono indotto a pensare che questo individuo esprima inconsapevolmente un impulso suicida che mina nell’intimo i popoli del vecchio continente. Magari si tratta di posizioni isolate o minoritarie, ma potrebbero anche essere gli inquietanti segnali di un disorientamento più diffuso, di una oscura istanza autolesiva che, prima o poi, potrebbe divenire prevalente.

Il vero problema consiste nel fatto che l’Europa, come forse l’Umanità in generale, sta perdendo progressivamente il contatto con il suolo che lo nutre. Nei paesi sviluppati. gli addetti all’agricoltura sono una esigua minoranza dei lavoratori. In tutto il mondo, la maggioranza della popolazione vive nelle città. In queste condizioni, il cibo quotidiano appare sulle nostre tavole senza che nessuno si preoccupi di sapere come c‘è arrivato, né da chi è stato prodotto. Ecco la vera alienazione dell’umanità contemporanea.

Se un popolo ripudia i suoi legami con il suolo che lo ha nutrito per secoli o millenni, viene a trovarsi su di esso come una specie di precaria “escrescenza”, cioè una formazione avventizia destinata a sparire. Se certe istanze autodistruttive, più o meno inconsce, giungeranno infine a manifestarsi pienamente, nel nome della globalizzazione, o della piena liberta degli scambi e dei commerci, o di qualche altrettanto nobile ideale, dove si potrà cercare una via di scampo? Come ho detto, non si può ancora emigrare dalla Terra, ma potrebbe essere difficile anche emigrare dall’Europa. Tuttavia sarebbe forse possibile “emigrare”, in un certo senso, dal sistema capitalistico.

Per esempio si potrebbe favorire la nascita di numerose comunità agricole autosufficienti, che coprirebbero le proprie modeste esigenze finanziarie con la vendita delle eccedenze prodotte, per procurarsi i beni che non possono produrre da sé. Le utopie sono fatalmente destinate a fallire, però in questo caso non si tratterebbe di inseguire la velleitaria pretesa di abbattere il capitalismo in nome di qualche astratta ideologia, ma soltanto di “prenderne le distanze”, per motivi di sopravvivenza.

In linea di massima, dovrebbe trattarsi di aziende relativamente piccole, caratterizzate da una elevata “intensità di lavoro”, cioè dal fatto di impiegare, proporzionalmente, un numero maggiore di persone in confronto ad aziende più grandi e meccanizzate. La quantità di lavoro che è conveniente impiegare in una attività agricola dipende dalla natura della coltivazione e dalle caratteristiche del suolo. Però il lavoro umano è più duttile di quello meccanico, e in un’azienda piccola, dedita a coltivazioni intensive, potrebbe risultare più conveniente in confronto a una grande.

La massima quantità di lavoro che un’attività economica può assorbire è quella di saturazione, nella quale ogni ulteriore dose di lavoro aggiuntivo non produrrebbe alcun aumento della produzione complessiva. In questa situazione, si dice che la produttività marginale del lavoro è pari a zero, ed è economicamente possibile raggiungerla soltanto se il lavoro non è retribuito. Questa potrebbe essere la situazione di un ipotetico sistema economico preindustriale, dove la maggior parte della popolazione è dedita all’attività agricola e lavora in un’azienda a conduzione familiare. Quando poi subentra la logica del Mercato, l’antica solidarietà familiare si disintegra e i “profughi” dai campi si contano a milioni.

Nel contesto della economia globale, un’azienda che non paga i suoi addetti potrebbe rappresentare soltanto una sacca anacronistica di sfruttamento e di subalternità. Però, se questa azienda persegue consapevolmente un progetto economico-sociale che è alternativo a quello prevalente, allora può trovare una propria autonoma ragione d’essere e soprattutto offrire una sistemazione alle persone che vengono espulse o emarginate dal sistema economico dominante. Se quest’ultimo fosse destinato a fallire, essa potrebbe prefigurare un possibile futuro, nella prospettiva di un possibile “nuovo Medioevo” venturo.

Certamente, l’idea di lavorare gratuitamente non seduce nessuno. Però bisogna distinguere la fase della produzione da quella della distribuzione, ovvero del consumo dei beni ottenuti con il lavoro. Un lavoratore che, nella fase produttiva, riceve soltanto un compenso “simbolico”, o addirittura nullo, nella fase consumatoria non è necessariamente sfavorito in confronto a qualcuno che invece viene retribuito, se quest’ultimo, per vivere, deve comperare tutti i beni che gli occorrono. Il primo non dovrebbe sostenere le spese del vitto e dell’alloggio. Inoltre, vivendo sul posto di lavoro, non avrebbe bisogno di mantenere un proprio mezzo di trasporto. Infine, fruirebbe della solidarietà disinteressata del gruppo a cui appartiene, particolarmente preziosa nella vecchiaia o nella malattia.

In conclusione, quando veniamo invitati a commiserare la sorte di certe popolazioni lontane che vivono “con uno o due dollari al giorno”, non dovremmo limitarci a commuoverci, ma anche riflettere sul fatto che loro ci riescono, e magari domandarci come fanno, considerando che qui da noi si faticherebbe a sopravvivere anche disponendo quotidianamente di una somma dieci volte maggiore.

Dissonanza cognitiva

La “dissonanza cognitiva” consiste in una contraddizione che insorge nelle convinzioni di una persona, ovvero in un conflitto tra le informazioni di cui dispone e il comportamento che adotta. Questo conflitto interiore determina una condizione di disagio, che l’individuo cerca di risolvere. Per esempio, una persona che ama praticare uno sport pericoloso, e ovviamente è consapevole dei rischi ai quali si espone, attribuirà all’imperizia o all’imprudenza gli incidenti accaduti ad altri, e così risolverà la “dissonanza”. Potrà continuare a dedicarsi al suo svago preferito, senza preoccuparsi troppo del pericolo.

Chi ha lungamente esitato tra possibilità diverse prima di compiere un acquisto importante, come quello di una casa oppure di una nuova automobile, quando avrà compiuto la propria scelta tenderà a svalutare le opzioni che ha scartato, per convincersi di avere adottato la decisione migliore ed evitare di angustiarsi con tardivi rimpianti.

Qualche studioso, per ragioni di natura teorica, non accetta il concetto di “dissonanza cognitiva”, ma a me sembra che si tratti di un’idea convincente, che corrisponde a un meccanismo psicologico universale. Per esempio, è significativo il fatto che proprio gli animali più utili all’uomo siano disprezzati, considerati stupidi, vili o sporchi, e che i loro nomi siano divenuti epiteti offensivi, come asino, maiale, cane, oca, bue, con l’eccezione del cavallo, forse perché era usato dai nobili come mezzo di trasporto e di svago. Invece gli animali indomiti e selvaggi, come l’aquila e il leone, sono divenuti simboli di aristocrazia.

Per lo stesso motivo psicologico, gli abitanti delle città non hanno mai particolarmente stimato i villici, che pure hanno sempre provveduto al loro sostentamento con il proprio lavoro. L’antica intelligenza contadina, fatta di laboriosità, tenacia, attenta osservazione della Natura, non era quella più congeniale agli abitanti delle città, che preferivano le abilità verbali e la capacità di “leggere, scrivere e far di conto”. Anche ai nostri giorni, il tipo di intelligenza che apprezziamo maggiormente è quello più confacente alle esigenze di una esistenza essenzialmente urbana.

Una conseguenza pratica di questo concetto potrebbe consistere nel fatto che, se si vuole aiutare qualcuno, bisogna dargli il modo, o almeno l’illusione, di ricambiare il beneficio che riceve, altrimenti si rischierebbe di essere da lui odiati o disprezzati.

Il concetto di dissonanza cognitiva potrebbe forse spiegare anche una certa mentalità anticapitalistica ostentata da qualche intellettuale, oscuramente consapevole di essere socialmente improduttivo e desideroso di risolvere il proprio disagio interiore. Non c’è niente di male in questo, sebbene si tratti di un atteggiamento sostanzialmente sterile e velleitario.

In ogni campo di attività umana, il successo, anche se meritato, implica una certa quantità di fortuna, cioè una serie di circostanze favorevoli. Un professionista, o un artista, o uno scrittore affermato, perciò, è consapevole di essere debitore della propria fortuna, almeno in parte, a questo elemento di casualità, di aleatorietà, e tenderà a negarlo, magari disprezzando i suoi “concorrenti” meno fortunati.

Uno scrittore professionista, in particolare, sarà probabilmente incline a pensare che c’è troppa gente che scrive, pur essendo priva di talento. Eppure, per un autore di successo, il fatto che “troppa” gente scriva, o che non scriva nessuno, dovrebbe risultare indifferente. Ci saranno sempre persone disposte a comperare dei libri perché ne apprezzano gli autori, o perché i critici letterari ne hanno parlato bene, o perché lo scrittore è celebre e “di moda” oppure, al limite, per regalarli a qualcuno.

Nella folla immensa degli autori sconosciuti, probabilmente i più commiserati dagli scrittori di successo saranno quelli che sono disposti a pagare per far pubblicare i propri scritti. (In realtà, questa mia opinione è basata soltanto su un paio di articoli di tanto tempo fa, e di cui non ricordo quasi niente, in cui si esprimeva una certa commiserazione per questi scrittori dilettanti).

Ovviamente, anche gli editori a pagamento non sono visti molto di buon’occhio, e talora anche con qualche ragione. Tuttavia, anche in questo caso, non bisogna mai generalizzare. Se un piccolo editore chiede un contributo modico per le proprie spese, se poi cerca di fare un po’ di pubblicità ai libri che pubblica, magari citandoli nel proprio sito se Internet, e se inoltre ne distribuisce un certo numero di copie nelle biblioteche pubbliche o in qualche libreria, sarebbe assurdo pretendere di più. Per uno scrittore sconosciuto, e presumibilmente destinato a rimanere tale, la sola alternativa sarebbe quella di mandare il proprio scritto a un grande editore, che non si degnerà nemmeno di rispondere, oppure comunicherà con tutto comodo, dopo un anno, che il libro non gli interessa.

Immagino che le proposte letterarie che arrivano a una grande casa editrice siano così numerose da renderne impossibile una lettura attenta e una valutazione ponderata. In queste condizioni, il giudizio formulato su uno scritto dipenderà dalla prima impressione di chi è incaricato della valutazione, cioè dai suoi eventuali preconcetti, magari persino dal suo umore o da altri fattori contingenti. Il dovere di chi compie una cernita non è quello di scoprire qualche improbabile “genio”, ma piuttosto di individuare un nuovo scrittore che possa incontrare il gradimento del pubblico, soddisfacendone i gusti e le attese.

Un autore sconosciuto, sottoponendo il proprio lavoro al giudizio di un estraneo, si pone fin da principio in una situazione di inferiorità e di subalternità. Il pensiero che la sua opera sarà giudicata da uno sconosciuto, che potrebbe essere prevenuto o addirittura malevolo, può inaridire anche l’ispirazione più gagliarda. Chi scrive, di solito, ha in mente una immagine del possibile destinatario o fruitore del proprio lavoro. L’arcigno fantasma del censore ignoto può sopraffare un autore, falsando il suo stile e impoverendo la sua ispirazione.

Personalmente, auspico l’avvento di una democrazia editoriale in cui tutti, ma proprio tutti, scriveranno i propri libri e li leggeranno soltanto loro. Infatti, tutto quanto di bello e di vero possiamo apprezzare nelle opere altrui si trova già in noi. Altrimenti, non potremmo mai capirlo. Dentro di noi, dunque, dobbiamo cercare la verità e la bellezza, e non altrove.

Un grande scultore dell’antica Grecia, di cui adesso non ricordo il nome, aveva l’abitudine di rifinire scrupolosamente tutti i dettagli delle statue che scolpiva, soffermandosi anche sulle quelle parti che non sarebbero state viste da nessuno, perché i simulacri sarebbero stati collocati in nicchie, oppure addossati alle pareti di un tempio. Quando qualche allievo gli donandava il motivo di questo lavoro apparentemente inutile, che nessuno avrebbe mai visto, l’artista rispondeva: “Lo vedranno gli Dei”.

Questo è il punto. Bisognerebbe lavorare per gli Dei, e non per inseguire l’effimera e volubile ammirazione degli uomini. Davanti alla perfezione divina, ogni opera umana è tanto umile che sarebbe presuntuoso gloriarsene, e assurdo angustiarsi per la sua pochezza.

Intelligenza

Credo che tutti concordino sul fatto che ogni attività umana, purché lecita e socialmente utile, meriti il massimo rispetto e possibilmente una retribuzione dignitosa. Con la stessa unanimità, dovremmo auspicare che tutti i giovani che frequentano le scuole possano trarre il massimo profitto dallo studio, cioè che le loro capacità di apprendimento siano valorizzate al massimo grado possibile.

Dunque, in linea di principio, nessuno dovrebbe osteggiare l’uso di quelle prove di intelligenza e di “tests” attitudinali che intendono valutare le qualità personali di ciascuno, per utilizzarle nel modo migliore, nell’interesse del singolo e della società.

Per esempio, se l’Italia detiene tuttora il triste primato degli incidenti sul lavoro, potrebbe essere utile trovare un metodo sicuro per rilevare certe caratteristiche psicologiche che possono predisporre un individuo agli incidenti, e anche per valutare quelle qualità, come la prontezza dei riflessi e le abilità motorie, che lo rendono più o meno idoneo a svolgere una attività intrinsecamente rischiosa. Questi esami non esimerebbero dalla necessità di adottare tutte le misure di sicurezza possibili, ma forse contribuirebbero a renderle più efficaci. Poiché negli altri paesi europei la frequenza degli infortuni è minore, non è possibile attribuirli solo al fatto che gli imprenditori si preoccupano solo del “profitto” a scapito della sicurezza. Anche all’estero si cerca il “profitto”, eppure sembra che la situazione sia migliore.

Se è vero che esistono diversi tipi di intelligenza, tra cui quella di tipo visivo-spaziale e quella cinestesica, certe mansioni andrebbero affidate a chi è maggiormente dotato. Altre mansioni, per esempio di tipo impiegatizio, richiederebbero invece abilità linguistiche, logiche e comunicative.

Comunque, sarebbe arbitrario attribuire un valore assoluto ai “tests” di intelligenza, dimenticando le ragioni pratiche e le circostanze storiche che ne giustificano l’impiego. Immaginiamo una società preindustriale, dove generalmente i giovani ereditano il lavoro dei padri. In questo caso, nessuna prova attitudinale è necessaria. Anche quei pochi giovani che hanno una certa istruzione, se vogliono cercare un impiego, si affidano ulla raccomandazione di qualche notabile o del prete del loro paese.

Oggi invece i giovani diplomati o laureati sono tanti, e nella scelta di quelli da assumere le aziende devono adottare qualche criterio obiettivo di valutazione. La qualità più ricercata in un candidato è la capacità di integrarsi in un gruppo di lavoro o di studio, cioè di ragionare come le persone con cui dovrà collaborare e di porsi in sintonia con loro.

Ecco perché, come ho detto, non si dovrebbe attribuire a queste prove una funzione e un significato diversi da quelli reali, e sarebbe assurdo interpretare il loro esito in termini di superiorità o di inferiorità di certi individui in confronto ad altri.

Ogni Specie vivente, e quindi anche la nostra, si affida alla variabilità e alla diversità degli individui per adattarsi alle mutevoli esigenze dell’ambiente, cioè per sopravvivere ed evolversi. Anche l’esistenza di persone che ragionano in modo differente dalle altre potrebbe essere utile per la società nel suo complesso. Però non si può pretendere che un’azienda si faccia carico di simili problemi, quando deve assumere qualcuno. Quello che le serve è un materiale umano che si possa adattare alla sua “macchina” produttiva, come un ingranaggio ben lubrificato.

Dunque, all’atto pratico, la controversa questione di una ipotetica componente ereditaria nell’intelligenza è assolutamente irrilevante. Se qualcuno che cerca un lavoro non viene assunto per colpa dei “tests”, non gli importa sapere se la responsabilità del suo fallimento sia da attribuire alla ereditarietà oppure all’ambiente familiare.

Però osserviamo che il corredo ereditario umano è troppo esiguo per poter determinare le connessioni tra i neuroni cerebrali, il cui numero è immenso. Se queste connessioni costituiscono il substrato neurologico dell’unicità di ogni individuo, con tutte le sue qualità intellettive e morali, è ovvio che anche la cosiddetta “intelligenza”, qualunque cosa sia, non è riconducibile al solo corredo genetico.

Ovviamente, il discorso è diverso, per esempio, se esiste un difetto genetico che determina una disfunzione metabolica, con un accumulo tossico nelle cellule nervose e il conseguente rischio di un ritardo mentale, cui però si può ovviare adottando una dieta appropriata, come nel caso della fenilchetonuria.

Anche una condizione di “aneuploidia”, cioè un’anomalia del corredo cromosomico, può accompagnarsi a un rischio di ritardo mentale, più o meno grave in proporzione alla quantità del materiale genetico coinvolto, ma anche qui si può rimediare riservando ai soggetti un’attenzione adeguata e appropriata.

Invece, chi ottiene un risultato negativo nelle prove di intelligenza può essere una persona normale, pienamente capace di affrontare le abituali situazioni della vita. Se un individuo soffre di qualche menomazione o danno neurologico, può fruire di qualche forma di sostegno sociale e didattico, di qualche facilitazione per entrare nel mondo del lavoro, o almeno di un sussidio. Invece, chi cerca un impiego e viene sottoposto alle prove di intelligeza, se le sbaglia, è discriminato negativamente, cioè non viene assunto. Questo è triste, ma almeno dimostra che è una persona “normale”. Inoltre dobbiamo sempre basarci sul presupposto che ogni individuo, nei limiti del possibile, abbia diritto ad avere un lavoro, preferibilmente adeguato alla sua vocazione. Il funzionamento della società richiede differenti capacità e funzioni, ognuna delle quali è necessaria e quindi merita lo stesso rispetto delle altre. La società offre diverse “nicchie”, e ognuno può cercare quella che più gli si addice.

Ecco perché, come ho detto, sarebbe assurdo seguire una concezione socio-darwiniana, attribuendo agli individui più ”intelligenti” una maggiore capacità di adattamento (ovvero di fitness) in confronto agli altri. Le persone adibite ai lavori ritenuti più umili sono altrettanto “adattate” di chi esplica mansioni più prestigiose. Anche se tutti gli esseri umani, fin dalla nascita, fossero naturalmente dotati di identiche qualità e capacità, la società li renderebbe diversi, per soddisfare le proprie esigenze.

Le prove di intelligenza hanno lo scopo di rilevare e amplificare certe differenze individuali che passerebbero inosservate nelle normali circostanze della vita. La “grandezza” che misurano non è assoluta, ma relativa a una popolazione di riferimento. In questa popolazione, l’intelligenza ha una distribuizione statistica di tipo “gaussiano”, dove il valore medio è anche quello più frequente, ed è convenzionalmente fatto pari a 100.

In passato, i “tests” sono stati accusati di risentire di fattori culturali, ma questa obiezione mi sembra ingenua, ma anche ambigua. Ingenua, perché i test misurano la capacità individuale di inserirsi in un contesto che non è soltanto lavorativo, ma anche culturale. Ambigua, perché presume che esista una qualità astratta, chiamata “intelligenza”, che si possa individuare e valutare indipendentemente dal contesto concreto in cui deve esplicarsi. Per amore di ipotesi, ammettiamo che questo sia vero. Ebbene, anche l’uomo più intelligente del mondo sarebbe destinato a un oscuro lavoro di fatica, se fosse immigrato in Europa dalla Papuasia e ignorasse la cultura, la lingua e i costumi del paese che lo ospita. Per essere “valorizzato”, dovrebbe almeno acculturarsi.

E poi, anche ammesso che esista oggettivamente una qualità chiamata “intelligenza”, non è sicuro che costituisca sempre un vantaggio. Per esempio, l’elefante asiatico è più facilmente addomesticabile di quello africano, quindi ha maggiori capacità di apprendimento, e in questo senso si può anche dire che è più “intelligente”, ma non mi sembra particolarmente apprezzabile una qualità che predispone l’individuo a una vita di schiavitù e di fatica.

L’umanità attuale è stata plasmata da un lungo processo di “selezione artificiale”, cioè da un plurimillenario auto-addomesticamento. Le capacità misurate dai “tests” possono risultare utili in un contesto sostanzialmente artificiale, come è quello della moderna civiltà urbana, ma non hanno niente a che fare con i problemi di sopravvivenza che un uomo dovrebbe affrontare, qualora uscisse dal pollaio in cui vegeta. Chi deve offrire la propria opera ad altri per sopravvivere, come avviene alla stragrande maggioranza dell’umanità, non dovrebbe mai essere invidiato, anche se le prove di intelligenza gli assegnano un quoziente intellettivo altissimo. Se la parola “intelligenza” ha un significato pratico, credo che un uomo davvero dotato non avrebbe bisogno di offrirsi ad altri per sopravvivere. Ne consegue che ogni tipo di società ha bisogno anche, o soprattutto, delle persone che tanto “intelligenti” non sono.

Comunque, esistono qualità umane che sono più desiderabili dell’intelligenza. Ignoro se i capi delle grandi organizzazioni criminali, come la mafia, la camorra e la ndrangheta, siano mai stati sottoposti a prove di intelligenza, e quali ne siano stati i risultati, ma non escludo che questi individui possano essere molto più “intelligenti” di me, cioè dotati di qualità imprenditoriali, decisionali e organizzative infinitamente superiori a quelle che avrei dimostrato io, se ne avessi avuto l’occasione. Tuttavia, non mi sento affatto “sminuito” per così poco.

Segnalo una stranezza. Nessun europeo si sentirebbe offeso se gli venisse detto che, in media, i giapponesi e gli asiatici in generale sono più intelligenti di lui. Eppure, quando qualche studioso ripropone la vecchia tesi secondo cui gli africani sono meno intelligenti dei bianchi, gli europei si indignano oltremodo, come se fossero smaniosi di essere etichettati come i più lenti di comprendonio del pianeta. Per quanto ho detto, però, questa indignazione è fuori luogo, perché attribuisce una importanza eccessiva alle prove di intelligenza, e alla presunta “dote” che mirano a valutare.

Si tratta comunque di una tesi molto vecchia. Per esempio, un celebre psicologo comportamentista sosteneva che i neri americani, sul piano intellettivo, risultavano meno dotati in confronto agli africani, e supponeva che i capi delle tribù africane avessero venduto come schiavi i loro sudditi meno intelligenti, che sarebbero arrivati in America e qui avrebbero proliferato.

Personalmente non credo affatto a tesi di questo genere, non per motivi “ideologici”, ma perché tutti gli immigrati che arrivano in Italia, indipendentemente dalle loro origini, dimostrano di possedere una notevole intelligenza, se non altro per la facilità con cui imparano a esprimersi nella nostra lingua.

Però mi sembra giusto soggiungere che quanti, in buona fede, attribuiscono le differenze intellettive a fattori genetici non sono necessariamente malvagi. Chi ipotizza un fattore biologico, lascia intravvedere anche la possibilità di una “cura”. Forse, il vero scandalo non consiste tanto nel credere che gli esseri umani siano differenti tra loro, ma nel pensare che questa diversità sia una malattia che debba essere curata. Inoltre, mi sembra arbitraria la pretesa di interpretare le differenze tra gli uomini in termini di “inferiorità” o di “superiorità” di alcuni in confronto ad altri.

Forse sarebbe preferibile ignorare certe tesi, piuttosto che cercare di confutarle elencando gli esempi di “uomini di colore” che hanno avuto successo. Chi crede all’esistenza di disuguaglianze intellettive innate tra diversi gruppi umani si riferisce a valori medi, e quindi ammette implicitamente che esiste una sovrapposizione tra le distribuzioni dell’intelligenza tra bianchi e neri, cioè che tra questi ultimi si possono trovare anche individui ben dotati. Inoltre, si può avere successo in diversi tipi di attività, che richiedono differenti abilità. Non può esistere un nesso obbligato tra il successo (ovvero il carisma personale, oppure, più prosaicamente, la notorietà e la capacità di fare soldi) e il tipo di intelligenza misurata dai “tests”. In particolare, sembra che i “leaders” carismatici non debbano essere troppo intelligenti in confronto ai loro gregari, perché questi non li capirebbero e non li amerebbero.

Comunque, certe polemiche sono sterili. Tanto per fare un esempio, è noto che gli africani battono tutti nella corsa, e si può facilmente immaginare una quantità di situazioni reali in cui la dote della velocità sarebbe molto più utile della capacità di risolvere qualche artificioso quesito a tavolino. Eppure nessuno si scandalizza se gli scienziati attribuiscono la velocità nella corsa all’attività del gene Actn3 o la resistenza alla fatica al gene Ppar-delta, e così via.

* * *

Concludendo, ammetto però che quanto ho detto rispecchia soltanto la mia opinione personale. Tutta la mia “competenza” su questo argomento risiede unicamente nell’avere dovuto affrontare molte decine di batterie di queste prove, quando cercavo un impiego subito dopo essermi laureato. Il fatto che io sia stato assunto dall’unica azienda che non ne faceva uso mi induce a sospettare di non avere ottenuto risultati particolarmente brillanti nelle prove suddette, ma non me ne dolgo minimamente.

Suggeritori occulti

Onestamente, bisogna riconoscere che in Italia la parola “negro”, oggi desueta, non ha mai avuto connotazioni negative. Anzi, in certe locuzioni popolari, il personaggio del “Negro” appariva circonfuso da un alone di simpatia, come quella che ci ispirano le persone miti e laboriose, ingiustamente sfruttate da qualcuno che approfitta della loro bontà. Per esempio, se un tale svolgeva alacremente una attività faticosa e poco gratificante, si diceva che lavorava “come un negro”. Se qualche scrittore famoso pubblicava tanti libri, che difficilmente avrebbe avuto il tempo di scrivere personalmente, si sospettava o si insinuava che avesse al proprio servizio un “negro”, cioè un oscuro collaboratore che si arrabattava al posto suo.

Semmai, nel linguaggio popolare, una connotazione blandamente negativa, ma non scevra di una certa indulgenza, era attribuita (e forse lo è tuttora) a parole come beduino, baluba o zulù, con cui generalmente si designavano persone un po’ maldestre e ignare delle consuetudini urbane. Però, almeno finora, non si è pensato di vietarne l’uso, forse perché che nessuno rivolgerebbe mai questi epìteti a un vero beduino, o un a baluba eccetera. Infatti un immigrato africano (anche se in origine era davvero un beduino, o uno zulù eccetera) quando arriva in Italia perde la sua identità etnica, e la sola testimonianza delle sue origini è una pigmentazione cutanea un po’ più scura di quella prevalente (finora) qui da noi. Ebbene, sembra che tale insignificante tratto somatico debba essere negato o minimizzato, come se si trattasse di un difetto. Forse, questa falsa “delicatezza” nasconde una smania ossessiva di uniformità.

In ogni caso, la parola “negro” è scomparsa dal nostro linguaggio, perché improvvisamente è stata considerata poco rispettosa. Pare che negli Stati Uniti dell’Ottocento la parola “nigger” venisse usata con un intento denigratorio, ma non è chiaro chi, e con quale fondamento, abbia deciso che questa vecchia storia debba riguardarci in qualche modo.

Allora, chi ha deciso che la parola “negro” doveva scomparire? E come ha potuto imporre la propria volontà con tanta efficacia e rapidità? Suggerisco una mia ipotesi. Quando l’Italia era governata da un regime totalitario, anche i giornali e le trasmissioni radiofoniche erano sottoposti a un rigido controllo. Un ente apposito, il Ministero della Cultura popolare, diramava avvertenze e direttive, le cosiddette “veline”, in cui segnalava agli organi di informazione le notizie da pubblicare e quelle da ignorare, le locuzioni da evitare, e persino i vocaboli che non bisognava usare.

Ebbene, io penso che l’ufficio preposto a tale incombenza sia sopravvissuto alla fine della dittatura che lo aveva creato, e che esso svolga tuttora le proprie funzioni, pur essendosi pienamente adeguato al nuovo clima politico. Può darsi che, subito dopo la fine della dittatura, i responsabili degli organi di informazione si siano sentiti disorientati, e magari un po’ frastornati, dal nuovo clima di libertà che si era instaurato, e che perciò abbiano deciso di tenere in vita clandestinamente, almeno per qualche tempo, l’ufficio che era stato per tanti anni il loro punto di riferimento abituale.

Per forza d’inerzia, l’antico ufficio censorio potrebbe esistere ancora e continuare a svolgere le proprie funzioni, e questo fatto non sarebbe neanche tanto strano, in un paese dove il prezzo della benzina è ancora gravato da una tassa, sia pur minima, che in origine era destinata a finanziare la guerra d’Etiopia. Forse i continuatori odierni dei censori di un tempo sono i loro discendenti, che si riuniscono in uno sgabuzzino e prestano la propria opera per un compenso simbolico o anche gratis, per motivi sentimentali e per continuare una tradizione veneranda.

Se le cose stanno così, io vorrei suggerire, agli ignoti censori che vigilano sulla correttezza del nostro eloquio, di dedicarsi a una missione molto più importante di certe operazioni di “maquillage” linguistico, che in fin dei conti lasciano il tempo che trovano. Secondo me, quei signori dovrebbero usare il proprio potere per sviluppare il senso critico della popolazione, sfidando il conformismo e la pigrizia mentale della gente, per provocare una benefica crisi nella propensione popolare ad adeguarsi supinamente alle “mode” imposte dai mezzi di comunicazione di massa.

In particolare, si potrebbe ripristinare l’uso della parola “negro”, usando però l’accortezza di abbinarla a espressioni positive, improntate a un senso di letizia e di benessere psicofisico. Per esempio, quando un impiegato entra in ufficio al mattino, invece di augurare ai colleghi un banale “Buongiorno” esclamerà gioiosamente: “Negro giorno a tutti!”. Per festeggiare il compleanno di qualcuno, gli si intonerà la canzoncina “Tanti negri a te...” oppure si esclamerà: “Cento di questi negri!”. Invece, chi vorrà fare un complimento a una donna, le dirà: “Come sei negra!”. E così via.

* * *

Inoltre, i nostri suggeritori occulti dovrebbero bandire il solito luogo comune secondo cui “noi siamo un popolo di emigranti”. L’Italia, come il resto d’Europa, è stata interessata da un imponente afflusso migratorio. Inevitabilmente, l’arrivo di tanta gente ha creato qualche problema. Così, se qualcuno si lamenta di certi “effetti collaterali” del fenomeno migratorio, gli viene prontamente ricordato che “una volta, anche noi eravamo un popolo di emigranti”. In realtà non “eravamo” proprio niente, tanto è vero che siamo ancora qui. Tuttavia, se vogliamo seguire questa logica aberrante, dobbiamo anche ricordare di essere stati terroristi e attentatori (“effettivi” come Felice Orsini o almeno “aspiranti” come Guglielmo Oberdan) e dunque non avremmo il diritto di lamentarci, se dovesse ripetersi da noi qualche attentato analogo a quelli di Madrid o di Londra. E siccome tra i nostri emigranti c’erano anche anche dei celebri “gangsters” americani, non dovremmo preoccuparci per l’eventuale arrivo in forze, qui da noi, delle mafie di tutto il mondo (come se non bastassero le nostre). In ogni caso, tra i “nostri” emigranti del passato, c’erano i linciati di Aigues Mortes e gli asfissiati di Marcinelle, più chissà quante altre ignote vittime dell’emigrazione. Mi sembra obbrobrioso paragonare quelle vittime a certi “immigrati” odierni che spacciano droga o svaligiano le case, indipendentemente dalle loro origini etniche, che dovrebbero essere indifferenti a ogni persona ragionevole.

Secondo me, bisognerebbe conferire la cittadinanza a tutti gli immigrati clandestini che incorrono in qualche atto illecito. Così la loro origine etnica diverrebbe irrilevante, e l’attenzione pubblica si concentrerebbe sul vero problema, cioè sul rischio di un progressivo deterioramento della civile convivenza.

Il conferimento della cittadinanza agli immigrati colpevoli di qualche reato potrebbe anche avere un effetto deterrente, perché li colpirebbe nell’orgoglio. Un immigrato clandestino, se è costretto a vivere di espedienti, deve frequentare gli elementi peggiori della nostra società, sfruttatori, malviventi o viziosi. Dunque, non possiamo illuderci che quest’uomo ci stimi, o che ammiri il paese che lo ospita. Il fatto di conferirgli la nostra cittadinanza potrebbe indurlo a riflettere sul suo comportamento, e magari a emendarsi dei suoi errori.

Inoltre, bisognerebbe anche finirla con le inconcludenti diatribe sulla opportunità di espellere gli immigrati clandestini e di prospettare provvedimenti repressivi che offendono le anime belle. Piuttosto, si dovrebbe permettere a chiunque di arrivare in Italia e di restarci finché vuole. Così si arriverebbe alla “saturazione” delle possibilità di accoglienza, cioè a una spontanea autoregolazione del flusso migratorio. Per Questi miei modesti suggerimenti potranno anche essere ignorati o respinti, ma i censori di cui ho ipotizzato l’esistenza, se esistono realmente, dovrebbero adoperarsi per cancellare dalle conversazioni correnti ogni stucchevole riferimento al “nostro” passato di emigranti.

* * *

Infine, vorrei consigliare a questi ipotetici controllori di eliminare dal nostro linguaggio certe locuzioni fuorvianti e ipocrite, come quelle di “missione militare di pace”, “spedizione umanitaria” e simili, che vengono usate quando si tratta di inviare soldati in qualche paese estero, allo scopo di dirimere certe controversie locali.

Se queste missioni fossero veramente “di pace”, dovrebbero essere affidate a pacifisti, seminaristi, boy scouts o pensionati, invece che a persone che sono state addestrate per combattere. Si può portare la pace, o difenderla, soltanto dove questa manca oppure è seriamente minacciata, cioè dove si rischia di combattere. I militari che devono svolgere questo compito si espongono al rischio di farsi ammazzare, proprio come accade nelle guerre “vere”. Quindi, voler imporre dei condizionamenti e dei vincoli di natura politica alle forze militari impegnate in missioni all’estero (con quelle regole che sono dette “ di ingaggio”, mi sembra) appare un comportamento masochistico, paragonabile a quello di un pugile che affrontasse un incontro di boxe tenendo una mano dietro la schiena, senza avere alcuna garanzia che l’avversario sia disposto a comportarsi nella stessa maniera.

Se le cosiddette “missioni di pace” mirano a ottenere uno scopo preciso e considerato importante, allora si devono adottare i mezzi e le procedure più idonei a conseguirlo, ovviamente sempre nel rispetto del Diritto internazionale. Invece, se uno scopo manca, è preferibile tenere i soldati a casa propria, senza spendere soldi pubblici e soprattutto senza rischiare vite umane. Tranne che ai tempi delle monarchie assolute (quando la volontà dei re era indiscutibile) tutte le guerre sono state sempre dichiarate con i pretesti ritenuti più nobili secondo la mentalità del tempo, e tutte miravano a conseguire una pace “giusta”. I governanti di oggi, quando mandano soldati all’estero per motivazioni umanitarie, non possono pretendere che gli abitanti dei paesi interessati condividano questa opinione, mostrandosi grati della gentile attenzione riservata alle loro beghe, e astenendosi da ogni ostilità. Può trattarsi, invece, di popolazioni orgogliose e combattive, inclini a sentirsi offese dalle intromissioni straniere e propense ad opporsi con le armi all’arrivo degli aspiranti pacificatori.

Un piccolo mistero

Il criterio adottato dai “mass media”, per stabilire quanto rilievo meriti una notizia, costituisce per me un piccolo mistero. Per esempio, vorrei ricordare un evento tragico, non più grave di altri, ma emblematico proprio perché non se ne ricorda più nessuno. Qualche tempo fa, i quotidiani hanno dedicato intere pagine all’uccisione di una donna, aggredita in una strada di Roma da un immigrato romeno che viveva in una baracca. Ovviamente, dando tanto rilievo a questo increscioso episodio, si rischiava di destare la volontà di ritorsioni in individui facinorosi o deboli di mente. Infatti qualche episodio di violenza c’è stato, e con una sconcertante prontezza si è gridato al pericolo del “razzismo”, prima ancora di trovare i colpevoli e di scoprirne le motivazioni.

Eppure, come ho detto, il crimine in questione, per quanto odioso, non sembrava più grave di altri, che non avevano destato lo stesso clamore. Qualche anno fa, ho letto su un giornale che un nordafricano era stato condannato a tre ergastoli per l’uccisione di alcune vecchiette in Puglia. Alla notizia erano state dedicate poche righe, sperdute in un “pastone” di due colonne. Non ho trovato nemmeno una parola sulle vittime, né sulle circostanze della loro uccisione. Forse erano ingenue beghine, che avevano preso troppo alla lettera certe esortazioni parrocchiali a praticare le virtù dell’ospitalità, della fratellanza e del dialogo. E nessuna parola veniva spesa sul conto del presunto uccisore, sulle sue motivazioni, o sulle sue condizioni mentali. Di solito, chi ammazza un po’ di gente acquista una certa notorietà, e magari anche simpatizzanti o spasimanti. Invece, sul nordafricano in questione, si è mantenuto un riserbo quasi assoluto. Certamente, chi ha compiuto un crimine deve espiarlo, ma non si capisce per quale motivo a quel giovane, e soltanto a lui, sia stato negato il consueto momento di celebrità, che avrebbe alleviato la sua (pur meritata) condizione di recluso.

Però, sul finire del luglio 2008, una rivista ha pubblicato un esauriente articolo su questo interessante personaggio, che nel frattempo si è accusato dell’uccisione di quindici donne in tutto. Per alcuni di questi omicidi, erano state condannate e incarcerate otto persone. Il tunisino ha detto di avere ucciso quelle donne perché era dedito all’alcol, e perché le vittime gli facevano venire in mente sua madre.

Parecchio tempo fa, si è dato molto rilievo a una banale lite tra passeggeri di un autobus. Il motivo di tanto scalpore consisteva nel fatto che una delle persone coinvolte nel litigio era una donna di colore, e quindi si era subito evocato lo spettro del “razzismo”. Circa nello stesso periodo, l’uccisione di alcuni senegalesi era stata liquidata con poche righe, perché le motivazioni del crimine, fortunatamente, non erano razziali (oh, che sollievo!) ma legate a un banale dissidio per il controllo della spaccio di droga in quella zona.

Un po’ più recentemente, la devastazione di alcune tombe di bambini in un cimitero romano, cioè un’azione particolarmente ripugnante, è stata quasi ignorata dai “mass media”, che però l’ahho ricordata qualche tempo dopo, in occasione di un gesto altrettanto odioso, perpetrato ai danni di tombe israelitiche. Atti così spregevoli dovrebbero indignare e allarmare la pubblica opinione in ogni caso, perché denotano un penoso scadimento della convivenza civile. Non è facile credere alla sincerità di una indignazione selettiva. (Poi, se non sbaglio, si è scoperto che i resposnsabili di quegli atti vandalici erano alcuni addetti al settore funerario, che volevano attirare l’attenzione pubblica su certi loro problemi).

La giusta deprecazione del razzismo non dovrebbe consentire di evocarne lo spettro senza motivi più che fondati. Non si capisce perché gli italiani, invece di riflettere sui loro autentici difetti, sentano la necessità di inventarne o di esagerarne altri, che sono sostanzialmente estranei alla loro indole. Questo tipo di “allarmismo” contribuisce a offuscare, volutamente o no, l’identità collettiva e a surrogarla con un’altra fittizia. Una serena rilettura del Passato eviterebbe agli italiani di attribuirsi certi vizi, come il razzismo e la xenofobia, che appaiono incongrui in un paese dove lo Straniero è stato sempre riverito, prima come dominatore e poi come turista, cioè ospite pagante.

Fare forcella

Immaginiamo un lontano paese, immerso in una nebbia perenne come la mitica terra di Cimmeria. I suoi abitanti non conoscono i colori, e per loro le cose del mondo appaiono tinte di varie tonalità di grigio. Questi uomini compirebbero una grande conquista intellettuale se arrivassero a sviluppare i concetti di Bianco e di Nero, grazie ai quali potrebbero classificare tutti gli oggetti del loro mondo, in base alle diverse gradazioni di grigio. In questo caso, i concetti di Bianco e Nero sarebbero preziosi, pur non avendo alcun riscontro reale nella nebbiosa realtà di Cimmeria. Questo paese immaginario rappresenta una metafora della nostra realtà, che è confusa e difficile da capire. Le idee e i modelli che ne costruiamo, anche se sono immaginari, ci aiutano a renderla più chiara.

L’americano Bart Kosko ha scritto un bel libro, “Il fuzzy pensiero”, di cui purtroppo non ricordo molto, in cui sostiene che per capire la realtà senza travisarla bisogna adottare una visione sfumata, cioè una logica “fuzzy”. Secondo me, è vero che tutto attorno a noi è grigio, ma credo che prima di ricoscere l’ovvio dobbiamo avere acquisito i concetti di Bianco e di Nero. Certe dicotomie, come Bene o Male, Giusto o Sbagliato, eccetera, sono irreali, perché non se ne trovano mai i “correlati empirici” allo stato puro, eppure ci sono indispensabili come punti ideali di riferimento. L’importante è ricordare che le nostre idee e i nostri modelli mentali non sono la Realtà, ma soltanto una sua rappresentazione semplificata e di comodo.

Ecco perché non sono d’accordo con Kosko sull’idea di applicare la sua logica “sfumata” anche ai problemi morali. L’autore propone l’esempio dell’aborto, suggerendo di cercare un compromesso tra chi è favorevole e chi è contrario, cioè di individuare un periodo di tempo in cui l’embrione potrebbe essere considerato sacrificabile. Spero di ricordare bene l’idea dell’autore americano.Però, se le cose stanno così, la sua proposta è inaccettabile. Per capirlo, immaginiamo che qualcuno proponga di applicare la stessa logica ai casi di omicidio, commisurando l’entità della pena all’età e allo stato di salute dell’ucciso, oppure di valutare la gravità di una violenza razzistica in base all’intensità della pigmentazione cutanea della vittima.

Questa obiezione, ovviamente, nulla toglie al valore del libro di Kolko e della sua logica “fuzzy”, a parte il fatto che - come ripeto - dobbiamo sviluppare i concetti di Bianco e di Nero, prima di poter riscoprire che in realtà ogni cosa è grigia intorno a noi. Ai tempi del mio servizio militare (che era obbligatorio), e forse ancora oggi, gli artiglieri usavano la locuzione “fare forcella” per indicare un metodo di inquadrare il bersaglio: prima si sparava un colpo “corto”, poi un colpo “lungo” (o viceversa), e alla terza cannonata l’obiettivo era centrato. Ignoro se oggi, con i progressi tecnici che certamente si saranno verificati anche in questo campo, gli artiglieri usino ancora “fare forcella”, o se invece si affidino a qualche sofisticato metodo elettronico di puntamento. Però, in senso metaforico, questo sistema si può usare per arrivare a una conclusione pratica su questioni che razionalmente sono indecidibili.

In altre parole, anche se non si può conoscere la “verità” su un dato argomento, si può cercare di circoscriverla entro due asserzioni che sicuramente sono entrambe sbagliate, una per difetto e l’altra per eccesso, e ricavarne una conclusione valida, almeno sul piano pratico.

Credo che un illustre antesignano di questo metodo sia stato il califfo Omar. Secondo lui, tutti i libri esistenti ai suoi tempi si potevano dividere in due categorie: quelli conformi al Corano e quelli in contrasto con esso. I primi erano inutili, i secondi dannosi, e perciò Omar li bruciava tutti. La differenza sostanziale sta nel fatto che il califfo credeva che i due aspetti del dilemma fossero veri, mentre io so che sono entrambi falsi. Perciò non giustifico il comportamento distruttivo del califfo. Osservo soltanto che il buon Omar, attenendosi al suddetto criterio, giungeva a una conclusione di carattere pratico risparmiando un mucchio di tempo.

Ma veniamo a tempi più recenti, in cerca di occasioni per “fare forcella”. La bocciatura popolare di un progetto di Costituzione europea (sottoposto a un referendum in Olanda e in Francia, e poi anche in Irlanda, in una versione riveduta) ha destato nei suoi fautori un rammarico e un disappunto che mi sembrano esagerati, perché si trattava di un risultato logicamente prevedibile. Con il metodo di “fare forcella”, possiamo agevolmente rendercene conto.

Dunque, formuliamo due opinioni opposte, che probabilmente sono entrambe sbagliate (o almeno esagerate), ma che delimitano la possibile verità. Supponiamo dapprima che un paese sia perfettamente soddisfatto della propria adesione all’Unione europea e che ne abbia tratto grandi vantaggi. In questo caso, non sarebbe certamente propenso a cambiare le carte in tavola, cioè a complicarsi la vita sottomettendosi a vincoli di cui non vede la necessità. Se la situazione gli va bene così come è, per quale motivo dovrebbe cambiarla? Se dall’Unione ha ricevuto tanto, perché dovrebbe accollarsi una serie di obblighi superflui, senza la speranza di ricavarne qualche ulteriore beneficio?

Per analogia, immaginiamo che un tizio scelga di andare in un certo ristorante perché è attratto dall’eleganza del locale, dalla appetibilità delle vivande e dalla esiguità dei prezzi indicati sul menù. Supponiamo però che l’incauto, almomento di pagare il conto, si veda imporre una maggiorazione inattesa. Anche se il sovrapprezzo fosse modico, il cliente si sentirebbe imbrogliato, probabilmente protesterebbe o almeno giurerebbe a se stesso di non mettere mai più piede là dentro.

Adesso, invece, immaginiamo che un paese non si senta affatto contento di avere aderito all’Unione, perché pensa di averne ricevuto più danni che vantaggi, pagando più sussidi di quanti ne riceva, limitando la propria produzione agricola per favorire quella altrui, o aprendo le frontiere a masse di stranieri turbolenti su cui non può esercitare un valido controllo. Come è ancora più ovvio, questo paese sarà contrario a vincolarsi ulteriormente.

In tutti e due i casi, è probabile che ogni proposta di Costituzione europea venga bocciata da una consultazione popolare. Non è affatto strano che una piccola nazione cerchi di ribellarsi a quella che le sembra una imposizione, voluta da paesi stranieri o da una classe di anonimi burocrati, allo scopo di imporle nuovi vincoli senza che nulla le sia offerto in cambio. Per ironia della sorte, la possibilità di sottoporre a un referendum i trattati internazionali è espressamente esclusa proprio in Italia, cioè nell’unico paese in cui un progetto di Costituzione europea sarebbe probabilmente approvato dalla consultazione popolare.

Per destare un barlume di entusiasmo europeistico nella gente comune, inducendola ad accettare una ulteriore limitazione della propria libertà nazionale, credo che bisognerebbe almeno proporle un Ideale, coinvolgerla in un Progetto, insomma giustificare in qualche modo il sacrificio che le si chiede. Inoltre, un progetto di Costituzione europea dovrebbe essere un documento agile e snello, nato magari da una sintesi dei princìpi delle Carte costituzionali dei vari Stati, e questa Carta costituzionale dovrebbe trovare il proprio fondamento etico nella proclamazione del diritto inviolabile dei popoli alla libertà e all’autodeteminazione. Infine, il referendum per la sua approvazione dovrebbe essere indetto in tutta l’Unione, per suggerire agli europei l’idea di una vera comunità di intenti e di destini.

Passiamo ora a considerare un evento storico di enorme portata, cioè la repentina caduta del comunismo in Russia e nell’Europa orientale. Questa catastrofe ha colto di sorpresa gli europei, che si erano lungamente adagiati sulla contrapposizione tra Oriente e Occidente e la credevano eterna. Ancora adesso, il crollo del comunismo appare inspiegabile. Tuttavia, possiamo cercare di trarne una conclusione pratica, formulando due ipotesi, entrambe erronee, ma tali da circoscrivere una possibile “verità”.

Secondo la prima asserzione, il comunismo costituiva il regime politico migliore, cioè il più idoneo a consentire il progresso morale e materiale dell’umanità. Si tratta di una ipotesi astratta, volutamente esagerata, e credo che in qualche paese dell’Est comporterebbe persino qualche rischio di una condanna penale. Se non ricordo male, però mi sembra che ai tempi di Khruscev il comunismo potesse vantare successi prestigiosi nella gara spaziale con l’America, e che sembrasse destinato addirittura a vincere la sua sfida globale al capitalismo. Anche se la Russia, pur con gli immensi territori agricoli di cui disponeva, doveva comperare frumento dall’America, tuttavia il tasso di sviluppo dei paesi socialisti era superiore a quello occidentale.

Secondo l’altra posizione, invece, il comunismo era il sistema politico peggiore possibile, considerando le enormi sofferenze che aveva imposto ai popoli che dominava, le persecuzionui, le eliminazioni fisiche degli oppositori, veri o presunti.

Ebbene, se il comunismo era “buono” in sé, allora la sua fine può essere stata provocata soltanto dalla pochezza del cosiddetto “elemento umano”, cioè dalla inadeguatezza dei suoi seguaci e dei suoi capi. Se invece quel regime era inefficiente e malvagio, il fatto che i comunisti, almeno apparentemente, non se ne siano resi conto fino alla fine, dimostra la loro limitatezza di vedute. In entrambi i casi, risulta chiara la inadeguatezza dell’elemento umano. Il dittatore sovietico Stalin, nel suo spietato pragmatismo, si era probabilmente reso conto di questa amara verità (cioè che, con i comunisti, non si può realizzare il comunismo, e forse neanche molto d’altro) macchiandosi dell’eliminazione di numerosi “compagni”.

L’insegnamento pratico che possiamo ricavarne è che sarebbe opportuno escludere dalle attività di governo gli ex comunisti, a causa della cattiva prova da loro fornita in passato. Ma bisognerebbe anche neutralizzare quegli elementi delle nuove generazioni che condividono con loro una certa mentalità chiusa e settaria. Perciò si dovrebbe favorire la sopravvivenza o la rinascita dei vecchi partiti comunisti, in modo che vi aderiscano, rendendosi “visibili”, le persone che è preferibile tenere lontano dal potere. Altrimenti queste persone potrebbero infiltrarsi in qualche partito politico improntato a una ideologia diversa, e magari potrebbero assurgere a influenti cariche pubbliche per cui non sono idonee.

Un’altra questione che può presentare qualche interesse si compendia nella fatidica domanda: “Gli italiani sono razzisti?”. Veniamo nobilmente allarmati, anche da voci autorevoli, sul grave pericolo costitito dal razzismo. In pratica, però, gli episodi di intolleranza che vengono proposti alla nostra attenzione dagli organi di informazione sono fortunatamente rari, e qualche volta vengono presto smentiti o ridimensionati. Di solito, pur nella loro odiosità, sono azioni da molluschi, che per la loro irrilevanza intrinseca non meriterebbero di essere citate nemmeno su un giornaletto di quartiere.

Quindi, i casi sono due. Se gli italiani sono razzisti, non si spiega perché i “mass media” sembrino relativamente reticenti nel divulgare le loro malefatte. Se invece gli italiani non sono razzisti, ma si dice che lo siano, allora i gestori dei “mass media” dovrebbero difendersi dall’ingiusto sospetto di non svolgere le loro delicate funzioni con tutto il rigore necessario.

Cambiamo ancora argomento. Di quando in quando, veniamo angustiati da varie ipotesi sulla fine del mondo, a causa della sovrappopolazione, dell’inquinamento, dell’esaurimento delle risorse naturali, dal riscaldamento del pianeta, che vengono formulate da ecologisti e ambientalisti. Almeno finora, però, queste previsioni non si sono avverate. Che dobbiamo pensarne?

Ancora una volta, formuliamo due ipotesi fittizie, utili solo a inquadrare la sfuggente verità. Dunque, i casi sono due. Le ipotesi “catastrofiche” sono fondate, oppure sono infondate. Nel primo caso, l’Umanità è sopravvissuta ai pericoli paventati grazie alla sua ingegnosità e al suo lavoro, senza che ecologisti e ambientalisti possano vantare particolari meriti in tal senso. Oppure queste previsioni erano sbagliate, e hanno goduto di una celebrità immeritata.

In entrambi i casi, possiamo concludere che sarebbe insensato preoccuparsi troppo per certi scenari apocalittici che incombono sul nostro ipotetico futuro. Se la Specie umana si estinguerà, la causa risiederà nel fatto che avra esaurito le proprie risorse di laboriosità e di intelligenza. Perciò, la sua fine non sarà più drammatica di quella delle tante Specie che si sono estinte per cause naturali nella storia del nostro pianeta.

Educazione civica

Per opinione generale, la Democrazia costituisce la migliore forma di governo possibile. Però il sistema democratico, per funzionare nel modo migliore, richiede che il popolo possieda una consapevolezza, una capacità critica, una indipendenza di giudizio, che però nessun sistema o partito politico è veramente interessato a sviluppare, perché un popolo “troppo” attento, informato, esigente, sarebbe difficilmente governabile.

In particolare, il funzionamento della Democrazia si basa sul presupposto che la gente possa e debba cambiare idea, altrimenti non occorrerebbe tornare a votare ogni cinque anni per rinnovare il Parlamento. Ogni elettore esprimerebbe la propria preferenza una sola volta nella vita, al compimento della maggiore età, e poi basta. Però, per cambiare consapevolmente idea, bisogna essere capaci di pensare in modo razionale, cioè senza lasciarsi dominare dai pregiudizi ideologici, dall’emotività e dal sentimentalismo. Dunque il popolo dovrebbe essere, non dico “educato” (che è un concetto ambiguo e paternalistico), ma piuttosto incoraggiato a sviluppare in modo spontaneo queste capacità critiche.

Questa dovrebbe essere la funzione precipua della Scuola. Perciò credo che si dovrebbero insegnare i fondamenti del Diritto in tutte le scuole, non allo scopo di formare futuri “tecnici” in materie giuridiche, ma per instillare nei giovani il gusto per il pensiero esatto, l’amore per la Giustizia, insomma lo “spirito” della Legge. I fondamenti del Diritto vengono insegnati negli istituti professionali, ma questa materia prettamente umanistica dovrebbe essere studiata in tutte le scuole. Infatti, il popolo elegge il Parlamento, che detiene il potere legislativo. Dunque, il cittadino elettore, per valutare obiettivamente l’operato dei suoi rappresentanti in Parlamento, dovrebbe poter giudicare criticamente le leggi che essi promulgano. Altrimenti i parlamentari, per dimostrare la popria laboriosità, potrebbero promulgare anche leggi non indispensabili, assecondando l’emotività popolare.

Un giudice, se è chiamato a esprimersi su un fatto specifico, emetterà sempre una sentenza, anche se quel caso particolare non è espressamente contemplato da una legge, basandosi sui princìpi generali dell’ordinamento giuridico. Questo significa, almeno in linea di principio, che le leggi vigenti in un dato momento sono già sufficienti a dirimere qualsiasi questione. Certamente la società si trasforma e nascono nuovi problemi, che possono rendere necessaria la promulgazione di nuove leggi, ma l’attività del legislatore non può essere condizionata dalla volubile emotività popolare.

Ecco perché sarebbe utile insegnare in tutte le scuole almeno le più elementari cognizioni giuridiche. Si dirà che esiste l’insegnamento della Educazione civica, ma non è esattamente la stessa cosa. Almeno ai miei tempi, la lezione di Educazione civica si riduceva a un ingenuo panegirico della Costituzione italiana del 1948, cioè un documento degno del massimo rispetto, ma la cui lettura poteva suscitare qualche dubbio nelle menti impreparate dei giovani studenti del liceo. Tuttavia, nessun ragazzo aveva mai domande da porre al professore, perché in quella ovattata atmosfera celebrativa ogni obiezione sarebbe sembrata importuna. Quell’insegnamento, per quanto edificante, non mirava a sviluppare il senso critico dei giovani, ma semmai tendeva involontariamente a sedarlo.

Qui di seguito, propongo un elenco dei miei dubbi irrisolti di allora, presentati così come mi vengono in mente.

Il ripudio della guerra

Come è noto, la Costituzione afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. A prima vista, il dettato costituzionale è chiarissimo, ma forse questa chiarezza è più apparente che reale. Se i padri costituenti avessero davvero voluto risparmiare all’Italia il rischio di altre guerre, avrebbero proclamato la neutralità del Paese. In sostanza, la sola guerra che risulta espressamente vietata dalla Costituzione è quella dichiarata per presunti o malintesi “interessi nazionali”. Sono ripudiate le guerre intese a opprimere altri popoli, e quindi non vengono esplicitamente escluse le eventuali guerre proclamate con l’intento di “liberarli”. Eppure, soltanto una dozzina di anni prima che la Costituzione fosse promulgata, una delle motivazioni propagandistiche della guerra all’Etiopia era stata l’abolizione della schiavitù in quell’impero feudale. Poiche le guerre che la Costituzione ripudia sono quelle che intendono risolvere i contrasti tra gli Stati, non è esclusa nemmeno la possibilità di dichiarare una guerra totalmente immotivata, come era stata, per esempio, quella dichiarata alla Russia.

Bisogna anche notare che la dichiarazione di guerra è un atto giuridico, al quale non segue necessariamente un conflitto armato. Per esempio, nel 1945, le dichiarazioni di guerra della Turchia all’Italia, e della Russia al Giappone, erano state gli “strumenti” giuridici per accampare pretese su paesi ormai vinti e per ottenere qualche vantaggio senza troppa fatica.

Dunque, ci possono essere guerre senza combattimenti, ma anche combattimenti senza guerre, e il dettato costituzionale non esclude questa ultima eventualità. In teoria, e anche in pratica, nulla vieta all’Italia di intromettersi militarmente in faccende che non la riguardano, come avviene con le “missioni di pace”.

I miei potranno sembrare gli inutili arzigogoli di un ignorantotto, ma mi sembra inoppugnabile che se i costituenti avessero davvero voluto ripudiare la guerra avrebbero proclamato la neutralità del paese.

Certamente l’Italia dovrebbe restare lontana da ogni guerra, non tanto in omaggio all’enunciato costituzionale o in ossequio a qualche principio astratto, ma per un motivo di semplice buonsenso. Mi spiegherò con un aneddoto. In una di quelle gite domenicali in Svizzera, in cui mio padre portava tutta la famiglia, ricordo di avere visto di sfuggita, su una muro di Lugano o di Bellinzona, un manifesto che invitava la cittadinanza a rinnovere le scorte alimentari destinate ai rifugi antiatomici. Era l’epoca della “Guerra fredda”, e la minaccia di un conflitto atomico incombeva perennemente sul mondo. Il governo svizzero, nonostante la tradizionale neutralità del Paese, mostrava di preoccuparsi dell’incolumità dei suoi cittadini nel deprecato caso di un conflitto. Simili preoccupazioni per l’incolumità collettiva non sembravano angustiare soverchiamente i politici italiani di quell’epoca. Eppure l’Italia apparteneva all’Alleanza atlantica e ospitava basi americane, che sarebbero state gli ovvii bersagli di eventuali attacchi con missili atomici. Forse c’era qualche privato cittadino che si costruiva il bunker antiatomico a proprie spese, in cantina o in giardino, ma gli unici possibili “rifugi” di cui a quell’epoca conoscevo l’esistenza erano le cantine dei palazzi cittadini, che erano già state utilizzate a tale scopo durante la guerra.

La parità con gli altri Stati

Lo stesso articolo che ripudia la guerra ammette la possibilità che l’Italia accetti limitazioni della propria sovranità, purché in condizioni di parità con gli altri Stati. Mi sembra che lo “spirito” di questa disposizione contrasti con l’adesione italiana al trattato di non proliferazione nucleare, con cui l’Italia e altri paesi hanno rinunciato alla facoltà di dotarsi di armi atomiche, lasciandone la prerogativa agli Stati che già le possedevano. Tutti i paesi atomicamente inermi, in cambio della loro rinuncia, avrebbero potuto chiedere l’avvio di un disarmo mondiale, invece di rassegnarsi a una condizione di subalternità. Poiché, purtroppo, queste armi apocalittiche esistono da molto tempo, chi ne è privo deve adattarsi a un ruolo di comprimario sulla scena politica internazionale.

Propongo un’analogia, forse bislacca, ma efficace. Come la Banca centrale di un paese deve avere una riserva aurea, non per usarla, ma per garantire il valore e la solidità delle monete che emette, così uno Stato che ambisce a svolgere un ruolo nella politica mondiale dovrebbe possedere armi atomiche, non per servirsene (si spera), ma perché tutte le grandi potenze le hanno. Se uno Stato stipula un trattato con cui si impegna, unilateralmente e per sempre, a non dotarsene mai, allora rinuncia anche a porsi su un piano di parità e di reciprocità con le altre parti contraenti.

La sovranità appartiene al popolo

Ottimo. Però dall’esercizio di questa sovranità è esplicitamente esclusa la possibilità di sottomettere a un referendum la stipulazione di trattati internazionali o la promulgazione di provvedimenti fiscali, diversamente da quanto accade in altri paesi. Gli eletti al Parlamento esercitano le proprie funzioni senza obbligo di mandato, cioè non sono tenuti a rispettare le promesse che hanno fatto e nemmeno a seguire la linea politica su cui hanno basato la propria campagna elettorale. Il popolo, che ha scelto la Repubblica con un referendum, non potrà mai più cambiare idea e ritornare al sistema monarchico.

Insomma, questa Sovranità popolare mi sembra un principio astratto, paragonabile alla “Grazia di Dio” su cui le monarchie assolute del passato basavano la propria legittimazione.

L’uguaglianza dei cittadini

Principio sacrosanto. Però, se tutti i cittadini sono uguali, perché esistono Regioni speciali e altre ordinarie? Perché un cittadino che vive in una certa Regione deve essere privilegiato in confronto agli abitanti di altre parti del paese? Almeno a quell’epoca, cioè quando andavo al liceo, non si trattava di una disparità priva di rilevanza pratica. Per esempio, la benzina in Val d’Aosta costava meno che nel resto d’Italia, ma questo beneficio era riservato ai residenti. Tutti gli altri italiani, se volevano risparmiare qualcosa sulla benzina, dovevano andare a comperarla in Svizzera, cioè in un paese straniero.

Sulla distinzione tra le Regioni “ordinarie” e quelle “a statuto speciale”, il professore di Educazione civica (che era poi quello di Storia e Filosofia) chiosava che la nostra Costituzione aveva inteso riconoscere la tradizionale vocazione autonomistica delle seconde. Tuttavia, in un Paese vitale, credo che le vocazioni autonomistiche potrebbero nascere anche in quelle Regioni che in origine ne erano prive. Se l’autonomismo era considerato buono, bisognava favorire la nascita di una coscienza autonomistica in tutte le Regioni del paese. Se invece l’autonomismo non era ritenuto buono in sé, non si sarebbe dovuto ammetterlo nemmeno in quelle Regioni che vi erano propense.

Reati politici

La Costituzione vieta l’estradizione per reati politici, sia per gli stranieri dimoranti in Italia, sia per i cittadini italiani che debbano rispondere alla giustizia di qualche paese estero. Ora, io non conosco esattamente come si distingua un reato politico da un reato comune, ma mi sembra (e correggetemi se sbaglio) che la differenza attenga alla sfera delle motivazioni, piuttosto che alla gravità intrinseca dell’atto e alla pericolosità sociale di chi lo ha commesso. Per esempio, un omicidio, una rapina, una estorsione, anche se venissero compiuti con motivazioni politiche o addirittura umanitarie, cioè per devolvere in beneficenza i proventi dell’atto criminoso, sarebbero comunque azioni condannabili.

La funzione della Legge, secondo la mia modesta opinione, è quella di tutelare i fondamenti della convivenza civile e di neiutralizzare i fattori di instabilità e di disgregazione che sono immanenti a qualunque società umana. La questione delle motivazioni può assumere una grande rilevanza in sede di giudizio, per contemperare la severità della Legge con la realtà del caso concreto, ma in linea di principio mi pare impossibile accordare “a priori” una maggiore indulgenza a chi commette reati per motivi politici.

Se un reato è tale per la nostra Legge, la sua motivazione “politica” non dovrebbe precludere l’estradizione di chi lo ha compiuto. Questa sarebbe da escludere soltanto per gli atti che in Italia non costituiscono reato, o per quelli che implicano la pena capitale nel paese che richiede l’estradizione, o magari per i crimini che in tale paese vengono sanzionati da condanne notevolmente più severe di quelle previste dalla legge italiana.

Comunque, qualcuno che scappa qui per motivi politici, anche se è l’uomo più nobile del mondo, può costituire un fattore di instabilità e anche sminuire la nostra “credibilità” internazionale, se cerca, per esempio, di arruolare combattenti per sostenere la sua Causa, o se rischia di attirare le rappresaglie dei servizi segreti del paese da cui è fuggito.

Responsabilità personale

Secondo la Costituzione, la responsabilità penale è personale. Il principio è chiaro e risponde a un ovvio criterio di giustizia. Però, nello “spirito”, mi sembrava in contrasto con la pena perpetua dell’esilio che era stata inflitta a tutti i discendenti della dinastia dei Savoia, compresi quelli che a quel tempo non erano ancora nati, e ai quali non si poteva addebitare alcuna responsabilità. Inoltre, la Costituzione afferma che il Capo dello Stato non è responsabile degli atti compiuti durante il suo mandato. Se un presidente repubblicano non è considerato politicamente responsabile dei propri atti, non capisco perché dovrebbe esserlo un re.

FDemocrazia nei partiti

Capivo bene, invece, l’obbligo per i partiti politici di attenersi alle regole democratiche, e comprendevo altresì il divieto di ricostituzione del disciolto partito fascista. Tuttavia, il divieto riguardava la rinascita di tale partito “in qualsiasi forma”, e non mi era chiaro come si sarebbe potuta appurare la presunta natura fascistica di un eventuale partito nuovo, pienamente ligio ai dettami democratici, e nel quale nulla richiamasse alla mente il defunto regime totalitario. L’iidea che potesse esistere un ipotetico fascismo democratico, nella forma e nella sostanza, mi risultava incomprensibile, anche perché non capivo su quali basi si sarebbe potuto riconoscerlo per tale, e quindi condannarlo. Con quale criterio, in pratica, si sarebbe potuto stabilire se un partito politico era degno di esistere oppure no? Mi sembrava chiaro il rischio di involuzioni autoritarie del regime democratico, se i partiti politici più forti avessero potuto screditare e bandire gli eventuali “concorrenti” scomodi, etichettandoli come fascisti.

Penso che i costituenti avrebbero dovuto formulare una definizione esatta del concetto di “fascismo”. A quei tempi, questa definizione appariva certamente superflua, ma si sarebbe potuto prevedere che negli anni futuri la parola “fascismo” avrebbe smarrito a poco a poco ogni consistenza.

Ormai, nell’uso comune, di solito è definito “fascista” chi non ci piace, o chi non è d’accordo con noi, o chi non può essere denigrato con argomenti più consistenti. Secondo me, la solenne proclamazione dei princìpi della Democrazia e della Libertà avrebbe reso superflua una esplicità condanna del regime totalitario. Mi sembra paradossale il fatto che l’esecrazione della passata dittatura ne abbia reso immortale il ricordo, sottraendolo alla sua naturale “collocazione” storica ed elevandolo alla dimensione metafisica del Male assoluto. Anche questa, però, è soltanto un’opinione personale.

Umanità della pena

La Costituzione afferma che la pena detentiva non deve avere un carattere afflittivo e deve mirare alla riabilitazione del reo. Questa nobile enunciazione di principio costituisce un punto di riferimento ideale, il cui valore etico risiede proprio nel fatto che non potrà mai essere pienamente realizzato.

Si trovano altri enunciati che potremmo definire “idealistici”, come per esempio il principio della tutela del risparmio. Per tutelare realmente il risparmio, bisognerebbe corrispondergli un tasso di interesse almeno pari all’inflazione, ma in pratica questo non avviene. La Costituzione tutela anche la maternità, ma allora, in base a una interpretazione letterale di questa affermazione, la pratica dell’aborto dovrebbe essere considerata “anticostituzionale”.

Secondo la Costituzione, come abbiamo appena visto, la pena non deve essere “penosa”, mentre di solito la vita della gente comune lo è. Allora, però, non si dovrebbe più chiamarla “pena”. Non si tratta di una questione terminologica di poco conto, in un paese dove le parole sono spesso più importanti dei fatti.

Se il nobile auspicio costituzionale fosse pienamente realizzato, la detenzione potrebbe rappresentare di fatto una condizione privilegiata in confronto a quella della gente comune. Anche in tale caso, però, finché la “pena” sarà chiamata così, ci sarebbe sempre qualcuno pronto a invocare provvedimenti di clemenza, cioè amnistie, indulti e grazie, per motivi umanitari. Quindi, bisogna cercare di attuare pienamente la volontà espressa dai costituzionalisti, almeno nei limiti delle possibilità umane, ma sarebbe anche opportuno chiamare la “pena” in qualche altra maniera. In fondo, la gente normale vuole soltanto vivere tranquilla, e non le importa molto che i colpevoli di qualche crimine violento, una volta assicurati alla giustizia, soffrano oppure godano. Perciò, invece di usare la deprimente locuzione di “pena detentiva”, si potrebbe parlare, per esempio, di “riposo sociale”, oppure di “pausa di riflessione”, o qualcosa del genere.

Come ho detto, le parole contano spesso più della sostanza dei fatti. Per esempio, certi uomini politici invocano occasionalmente la “castrazione chimica” per i colpevoli di stupri, soprattutto a carico dei bambini, eppure sanno che la loro proposta susciterà una vivace opposizione e non sarà mai accolta, proprio a causa della espressione truculenta che hanno usato. Se invece avessero l’accortezza (o la dabbenaggine?) di presentare questa proposta come una “alternativa farmacologica al carcere”, o magari come un “provvedimento umanitario”, la loro idea rischierebbe di essere accolta, e in futuro si troverebbero con un argomento di meno da usare.

Ogni tanto, c’è anche qualcuno che invoca il ripristino della pena di morte, pur sapendo benissimo che la Costituzione la esclude. Per avere qualche probabilità di essere ascoltato, dovrebbe presentare la pena capitale come una forma di eutanasia. Infatti molta gente si indigna al solo sentir parlare della pena capitale, ma è favorevole all’eutanasia, per esempio nel caso di persone che giacciono da anni in stato di coma. Eppure gli individui in condizioni vegetative sono le persone più innocue del mondo, non fanno male a nessuno e si accontentano del minimo vitale. Non si capisce per quale motivo questi soggetti siano considerati meno degni di vivere, in confronto a gente che ha compiuto crimini particolarmente efferati.

La mia impressione è che, nell’Umanità odierna, il senso morale si sia ormai irrimediabilmente appannato. E’ vero che non esiste un codice etico universale e che ogni individuo ha (o dovrebbe avere) un proprio sistema di valori, basato su postulati la cui accettazione è intrinsecamente libera, e che pertanto non si possono imporre a nessun altro.

Per esempio, consideriamo il più sublime dei precetti morali, che è quello del Perdono. Se è vero che chi tollera il male compiuto da altri se ne rende complice, allora anche chi perdona si resporrebbe logicamente allo stesso biasimo. Il Perdono assume un altissimo valore etico perché è libero da ogni vincolo, compreso quello della logica. Un altro altissimo precetto morale, comune a tutte le religioni, è quello della Carità. Tuttavia, se un Santo si privasse di ogni bene terreno a favore di un povero, per guadagnarsi così il Paradiso, metterebbe forse a repentaglio l’anima di quello che ha beneficato e reso ricco. Quindi, persino le azioni pià nobili, come il Perdono e la Carità, assumono un valore etico soltanto in quanto si basano su certi postulati, impliciti o espliciti, la cui accettazione è sempre libera.

Insomma, il senso etico si sottrae a ogni costrizione della logica e della razionalità, perché esprime l’unicità di ogni individuo. Il codice morale di ciascuno è la espressione di una personalità ben strutturata e responsabile. Perciò possiede una propria coerenza interna, che consente di capirlo e rispettarlo anche a quelli che non ne condividono i presupposti di base. Se manca questa intima coerenza, troviamo soltanto un ammasso di volizioni arbitrarie, oppure un insieme di “riflessi condizionati” in cui è impossibile discernere un significato autenticamente umano.

Confessione

Il motivo contingente che mi ha indotto a scrivere queste Riflessioni di un non-italiano è stato il desiderio di rinnovare, almeno in parte, il contenuto del Blog che mi è stato gentilmente allestito dalla mia corrispondente ungherese Hedvig. Ho colto questa occasione per esporre alcune mie idee che non saprei “collocare” diversamente.

Lo scritto è sostanzialmente inedito, tranne i due capitoletti che ho tratto da Il Passato è Libertà (già apparso sul Blog) e che ho riproposto qui, non perché mi piacciano particolarmente, ma perché mi sembrano attinenti al contesto di questo nuovo scritto, e anche perché mi hanno consentito di raggiungere prontamente un adeguato numero di pagine. Se toglierò Il Passato è Libertà dal Blog, mi piacerebbe farlo pubblicare da uno dei Siti di Internet che stampano libri on demand. Non intendo “tradire” chi ha pubblicato i miei libri precedenti, e che ne pubblicherà altri in futuro, come spero, ma in questo caso non vedo la necessità di aspettare molti mesi per vedere stampato un libretto di così scarso peso, e la cui pubblicazione sarà comunque ignorata dal mondo.

Tornando alle presenti Riflessioni di un non-italiano, confesso di non essere per niente soddisfatto di questo lavoro, ma mi ero stancato di cincischiarlo inutilmente e ho deciso di pubblicarlo nel Blog per liberarmene. Magari, tra qualche tempo, lo rileggerò con calma ed eventualmente lo emenderò da errori troppo grossolani o da asserzioni palesemente insensate, per riproporne una nuova versione corretta e forse ampliata.

Qui ho sfiorato una quantità di argomenti su cui non ho alcuna competenza o, per meglio dire, sui quali so soltanto quello che sanno tutti. Però ho cercato di ragionarci un po’ sopra, nei limiti delle mie possibilità, a differenza della maggior parte della gente. Inoltre, contrariamente alle mie abitudini, ho voluto indulgere a qualche ricordo autobiografico, non per motivazioni narcisistiche, ma perché penso che soltanto le testimonianze personali abbiano il sapore inconfondibile della “autenticità”.

In conclusione, spero che chi leggerà il mio scritto non ne sia troppo annoiato, e mi auguro che possa persino trovarvi qualche idea interessante.


La luce di Ibolya

2008. júl. 5. 2008. júl. 5. 19:52, Király Hédi, még nincsenek kommentek

Kategóriák: La luce di Ibolya

Questo racconto, ambientato in una Ungheria immaginaria, di pura fantasia, è apparso nel libro La camera dei sogni, scritto con Danela e Roverta Bertelloni e pubblicato nel 2002. Purtroppo, per un malinteso, nella nota biografica del libro io sono stato definito  come un “giornalista”,  ma non lo sono, e non ho mai fatto credere di esserlo. Ho lavorato in un giornale, ma soltanto come impiegato. Non ho potuto correggere questo errore, compiuto in buonafede, perché non mi erano pervenute le “bozze” definitive ( cioè le “prove di stampa” del libro) ma ne ho avvertito l’editore, che ha ritirato le copie che aveva già distribuito. La mia richiesta di pubblicare questo racconto su Internet non ha ancora ottenuto risposta, ma certamente l’editore non avrà nulla da eccepire. 

 

 

La luce di Ibolya

 

    Mi accosto alla finestra. Con estrema cautela, dischiudo appena  le imposte massicce, per spiare quelle cose lucenti, là fuori. Al  lieve cigolio del legno vecchio, sono preso da un brivido. So che le Cose sono vive, di una loro spaventosa vita.

   Guardo quelle Luci spettrali, nella notte limpida e fresca, sotto le stelle enormi. Le vedo volare  lente tra i pini, nella tenebra odorosa di resina. Salgono fino alle fronde più alte e  poi scendono fino a sfiorare la terra.  Come animali da preda, si aggirano furtive intorno a questa casupola di  legno, che adesso è il mio fragile rifugio, ed è  stata l’ultima dimora conosciuta di Ibolya, la ragazza  per cui io sono qui.   Per me, adesso, nient’altro esiste più. Ci sono soltanto le Luci, le stelle, e il silenzio. Tutto il mondo è questo infinito silenzio, lo stesso degli spazi siderali.

 

Il presagio

 

    Era un pomeriggio di luglio molto caldo. Un sole implacabile arroventava i selciati e rammolliva gli asfalti delle vie di Milano segnati da infinite orme, lievi come le scie che increspano le onde marine.

  Quel giorno mi toccava fare tre ore di lavoro straordinario, oltre al mio orario normale, e dovevo arrivare al giornale per le 16 invece, che alle 19. Sudavo copiosamente, affrettandomi per non arrivare tardi, ma l'asfalto viscoso rallentava i miei passi.

  Ero arrivato in  Piazza della Scala e andavo verso Via Verdi, quando nel campo visivo del mio occhio destro guizzò una grande medusa iridescente, che repentinamente svanì. Come se l'apparizione di quella bolla opalina non fosse abbastanza sconcertante di per sé, prima che si dileguasse ebbi il tempo di vedervi il riflesso di un viso, che non era il mio. Era un viso femminile, insolitamente lungo e sottile, ma bello, e io lo conoscevo. In quel riflesso avevo ravvisato le aristocratiche fattezze di Ibolya, una ragazza ungherese di Eger, con cui ero stato in corrispondenza per qualche mese, una decina di anni prima, e che poi  aveva smesso di scrivermi.

   Sconcertato da quella visione, mi fermai sotto la statua di Leonardo che sorge nel centro della piazza. Temevo di stramazzare al suolo da un momento all’altro, vittima di un accidente neurologico. Rimasi così, immobile e ansimante, per parecchi minuti. Poi mi convinsi che stavo bene e che l’allucinazione di poco prima era destinata a non avere conseguenze. Allora, rinfrancato, ripresi  lentamente a camminare, domandandomi il significato di quella visione. Arrivai al giornale con un lieve ritardo, come purtroppo mi accadeva spesso.

 

                                                        * * *

   Non avevo più pensato a Ibolya da molto tempo, e all’improvviso la sua immagine mi era apparsa davanti agli occhi. Anzi, davanti a un solo occhio, il destro, che da un po’ di tempo mi stava dando qualche noia. Ogni tanto vedevo volare mosche che non c’erano, o balenare piccole scintille, o scendere sul mondo una tenue  foschia.  Chiunque altro, al mio posto, si sarebbe già fatto visitare da un oculista. Un altro sì, ma non io.  Non posso più sopportare i medici, dopo essere stato depredato delle mie amate tonsille  da uno di loro, quando ero soltanto un bambino. Per quanto mi riguarda,  cerco di starne alla larga, finché posso.

                                                          

                                              * * *                

   Per tutta la strada, e poi in ufficio, per tutto il giorno, ripensai alla medusa che avevo visto, e soprattutto a Ibolya.  Avevo trovato il suo indirizzo su una rivista che pubblicava annunci di richieste di corrispondenza. Mi ero procurato quell’opuscolo per cercarvi l’indirizzo di qualche ragazza turca, magari di Yalak. Tanti anni prima, quando ero un adolescente  solitario e sognatore, avevo saputo da un  articolo, apparso su una rivista popolare, che in certe zone rurali della Turchia era possibile procurarsi una moglie  pagando una certa somma di denaro alla famiglia di lei. Nell’articolo, in particolare, si accennava a una giovane e graziosa maestra di scuola di Yalak, che i genitori avrebbero voluto accasare, e avevo fantasticato su di lei.

  Nell’opuscolo, non avevo trovato ragazze di Yalak, ma ero stato incuriosito dal viso aristocratico della magiara Ibolya, che spiccava tra centinaia di patetiche faccine, in maggioranza asiatiche o africane, malinconicamente allineate in tante finestrelle, ciascuna di  un centimetro quadrato. Ibolya aveva 17 anni, allora. Con quei capelli neri e la pelle d’ambra, non somigliava alle ragazze ungheresi, come le immaginavo a quell’epoca. Dapprima il suo viso strano mi era sembrato quasi inquietante,  perché  da bambino avevo associato le facce lunghe e strette alle apparizioni diaboliche che popolavano le mie fantasie infantili.

   Comunque, le avevo scritto e lei mi aveva risposto, mandandomi un’altra sua fotografia,  in cui appariva seduta al tavolo di un ristorante. La foto era stata tagliata a metà, perché io non  vedessi l’immagine della persona che stava accanto a Ibolya.  La sua lettera denotava una buona conoscenza della lingua italiana, ma anche un’indole semplice e ingenua, che contrastava con la bellezza inquietante del suo viso.   Poi mi aveva mandato un’altra sua foto, che la ritraeva con una maglia rossa e pantaloni blu, appoggiata al parapetto di un battello, sullo sfondo di un lago del suo Paese, probabilmente il Balaton. Nelle foto, Ibolya aveva un sorriso incantevole.

    Però, dopo avermi scritto ancora qualche volta, la volubile magiara doveva essersi stancata di me, perché aveva smesso di darmi sue notizie. Ne avevo avuto un certo dispiacere, perché quelle lettere mi avevano fatto sognare. Ibolya mi aveva parlato di spazi sconfinati, di laghi e di foreste, della immensa grotta di Aggtelek, dei miraggi che a volte appaiono ai viaggiatori nella puszta di Hortobagy, tutti luoghi che forse non avrei mai visto. 

    Ripensavo a tutto questo, in ufficio, e non vedevo l’ora di tornare a casa, per cercare le vecchie lettere di Ibolya, e forse capire il significato di quella mia inquietante visione.  Il mio orario di lavoro abituale era di sei ore,  fino all’una di notte, ma quel giorno dovevo rimanere in ufficio per nove ore, che mi parvero interminabili.

    Quando fui finalmente a casa, trascorsi la maggior parte della notte rovistando in tutti i cassetti e spostando una mole enorme di vecchie carte, ma senza trovare quello che cercavo.  Era l’alba, e i tram uscivano sferragliando dalla rimessa sotto casa mia, quando in fondo a un cassetto trovai una vecchia agenda con l’indirizzo di Ibolya. Decisi allora di scriverle. Riflettei a lungo su quello che avrei voluto dirle.

    Sapevo che Ibolya, dopo tanto tempo, e ormai pienamente adulta, difficilmente sarebbe stata disposta a riprendere una corrispondenza che lei stessa aveva deciso di interrompere dieci  anni prima. Forse aveva cambiato casa e città, forse si era sposata, e la mia lettera non le sarebbe mai giunta, oppure non avrebbe ricevuto risposta. Ovviamente non potevo parlarle della mia allucinazione, che l’avrebbe dissuasa dal rispondermi anche se ne avesse avuto la possibilità.

  Alla fine, decisi di scriverle semplicemente che avevo ritrovato, per caso, una sua fotografia tra le mie carte, anzi, una sua “bellissima” fotografia, e che sarei stato felice di avere sue notizie.

   Il giorno seguente spedii quella lettera, senza molte speranze di ottenere risposta. Però, dopo circa due settimane, mi giunse da Eger una lettera, in inglese. Era il padre di Ibolya, che con asciutta cortesia mi informava che sua figlia non poteva rispondermi, perché era scomparsa.

     Venni così a sapere che la ragazza, dopo avere terminato gli studi universitari, aveva trovato un lavoro presso una rivista della sua città. Ultimamente, era stata inviata in una località della grande pianura ungherese, a circa duecento chilometri da Eger, per raccogliere informazioni su un fenomeno luminoso che  era stato segnalato nei dintorni di un villaggio isolato, Ördögfalu. Qui, secondo molte testimonianze, spesso apparivano grandi globi luminosi, che sembravano vivi e persistevano per parecchie ore, prima di dissolversi nell’aria.

    Quattro giorni dopo il suo arrivo a Ördögfalu, però, Ibolya era scomparsa. Erano con lei altre due persone, cioè un fotografo ingaggiato dalla rivista e un anziano abitante del villaggio, che per un modico compenso aveva accettato di accompagnarli sul luogo dove comparivano le Luci.

    I due uomini  si erano sistemati in una tenda. La ragazza, invece, aveva preferito alloggiare in una casetta, che le era stata affittata proprio dalla sua guida. Il vecchio aveva detto che tanti anni prima, quando andava a caccia, aveva dormito spesso in quella casupola. Ma non c’erano ancora le Luci, a quei tempi. 

    Dopo tre giorni, le Luci non si erano ancora fatte vedere, e tutto era tranquillo. Abitualmente, al mattino, Ibolya preparava  un bricco di caffè caldo e lo portava ai suoi due compagni. Un giorno, però, i due uomini l’avevano attesa invano. L’avevano cercata, ma la casupola era vuota. La porta era aperta, ma non c’erano tracce della ragazza nei dintorni.

       

                                                         ***

      La notizia della scomparsa di Ibolya mi rattristò immensamente, anche perché la strana visione che avevo avuto mi parve un presagio sinistro.  Scrissi un biglietto per il padre della ragazza, ringraziandolo per  avere  confidato il suo dramma familiare a un estraneo come me.

   Così venni a sapere che esisteva un posto chiamato Ördögfalu, dove accadevano cose strane. Naturalmente, sentii subito il desiderio di informarmi. Al mio primo giorno di riposo dal lavoro, la settimana seguente, andai alla biblioteca comunale e consultai lo schedario dei libri. Non c’era nulla, forse perché il fenomeno delle Luci era troppo recente.

   Nel settore dei periodici, però, trovai finalmente qualcosa sul mistero di  Ördögfalu. Una rivista di “Scienza alternativa” aveva pubblicato, un paio di anni prima, un articolo su quel fenomeno luminoso. 

   In una plaga isolata e scarsamente popolata dell’Ungheria centrale, apparivano spesso  sciami di grandi amebe fosforescenti, che volavano alte sui boschi o scendevano fino a sfiorare il terreno.

    A quanto diceva l’articolo, il villaggio di Ördögfalu aveva acquistato una certa notorietà tra gli appassionati di misteri, ma sull’origine di quelle Luci non si sapeva niente di certo. Si pensava che fossero bolle di gas ionizzato, generate come effetto congiunto di anomalie del  campo magnetico locale, delle tempeste solari e dei raggi cosmici.

    Rimasi lungamente assorto, nella quiete della sala di lettura della biblioteca comunale,  riflettendo su quanto avevo appreso. Intanto sfogliavo distrattamente l’annata di quella rivista. Per una singolare coincidenza, notai così un altro articolo, che parlava di certi vecchi e controversi esperimenti di chimica, da cui risultava un influsso dell’attività solare sulle sostanze colloidali. In sostanza, le tempeste solari sembravano agire sulla velocità di sedimentazione dei colloidi.

    L’articolo destò il mio interesse, perché pensai che forse quelle esperienze potevano fornirmi una vaga spiegazione per la mia allucinazione, di quella medusa lucente su cui si specchiava il viso di Ibolya. Se le variazioni del magnetismo solare potevano creare i globi luminosi di Ördögfalu, e se potevano anche influire sui colloidi, allora potevano avere agito, in qualche modo,  su quel particolare sistema colloidale che era il mio occhio destro, cioè un “sistema” particolarmente sensibile, anche  perché era da tempo in condizioni di instabilità.

   Dunque, quello che avevo visto, lo aveva visto anche Ibolya, nello stesso istante, ed era l’immagine del suo viso,  riflessa su un globo luminoso. Non capivo, però, in che modo quell’inquietante messaggio era giunto fino a me.

    Forse la mia ipotesi era solo una sciocchezza, ma era meglio che niente. Una specie di eco, una forma di “risonanza”,  mi aveva portato quella visione, e io l’avevo percepita soltanto perché il viso di Ibolya mi era noto. Altrimenti, avrei visto soltanto un effimero bagliore, che avrei attribuito al riflesso del sole sul vetro di qualche finestra. La chiave del mistero comunque era là, a Ördögfalu, dove Ibolya era sparita, in una notte di luglio. Trascrissi su un foglietto il recapito milanese della rivista, uscii dalla biblioteca e tornai a casa.

   Il mattino seguente, telefonai alla redazione della rivista, per chiedere qualche informazione più recente sulle Luci di Ördögfalu.  Mi rispose la voce di un uomo anziano, che assunse un tono ironico quando spiegai il motivo della mia telefonata: “Ma lei segue la nostra rivista? La compra, magari, ogni tanto?”.

   Mentii, con una prontezza che mi stupì: “Certamente, la leggo ogni mese. Ne sono entusiasta”.

    “Ah, sì? E allora come può ignorare che da sei mesi ormai, dico sei mesi,  proponiamo ai nostri lettori di prenotarsi per il nostro viaggio a Ördögfalu, in agosto? Finora, però, nessuno si è fatto vivo. Nessuno, tranne lei. Ci andremo in due, cioè io con un mio redattore. Però, se lei è veramente interessato alle Luci, può venire con noi. Dovrà indossare dei vestiti comodi, perché alloggeremo in una tenda. Intanto, acquisti il numero di questo mese  della rivista. Vi troverà un talloncino, con la proposta del viaggio e il recapito di un’agenzia a cui potrà rivolgersi”.

   “La ringrazio”, risposi, “ci penserò”.

    E ci pensai davvero. Come mi era stato detto, acquistai subito una copia della rivista, trovai il tagliando, lo portai all’agenzia di viaggio che vi era indicata e pagai l’acconto che mi fu richiesto. Trascorsi il resto di quel giorno girando per i negozi di abbigliamento, in cerca di vestiti  comodi, adatti per quel viaggio che per me non aveva precedenti.  Fino ad allora, non ero mai stato neppure in un campeggio, e non ero mai uscito dai confini del mio paese. Naturalmente, la novità mi eccitava. Mi sentivo quasi un eroe. Per la prima volta, sarei salito su un aereo. E tutto questo, poi, per  cercare una ragazza dalla faccia strana, che mi aveva scritto due sole lettere, dieci anni prima.

 

Ördögfalu

 

    Il viaggio fu senza storia. Mi accorsi, con una certa sorpresa, che non avevo affatto paura di volare. Il direttore e il suo redattore erano  due persone scialbe, di cui non avrei mai pensato che potessero interessarsi di fenomeni insoliti, come le famose Luci.

    Il direttore era forse più giovane di me, ma era totalmente calvo, con una testa piccola e oblunga. Aveva un viso insignificante, di quelli che è impossibile ricordare. Il redattore era un po’ più giovane, ed era tutto vestito di nero, con una barbetta appena accennata che gli incorniciava il mento.  A prima vista, i due non mi furono molto simpatici, ma poi apprezzai  la loro compagnia, perché erano piuttosto taciturni. Non cercarono mai di coinvolgermi in conversazioni troppo lunghe, dopo qualche iniziale tentativo, intrapreso senza convinzione e forse per una malintesa cortesia.

 

                                                           * * *

   La sublime facoltà della Parola, che distingue gli uomini dagli animali, dovrebbe essere usata con estrema parsimonia, anzi, con religioso rispetto. Secondo me, i popoli che parlano poco - come i norvegesi o gli albanesi, ma anche  gli ungheresi, spero -  costituiscono il vertice dell’evoluzione umana.

 

                                                   * * *

    In poche ore arrivammo a Budapest, e atterrammo in un aeroporto che si chiama Ferihegy, se non sbaglio.  Scesi, un po’ anchilosato, dall’aereo, con i miei due compagni. Era già sera, e  una piccola luna nascente abbelliva il cielo sereno.

    All’uscita dell’aeroporto ci attendeva una ragazza bionda e attraente, vestita di un tailleur azzurro vagamente simile alle divise delle hostess. Mi fu presentata come “signorina Melinda”. Questo nome mi piacque, perché mi parve  tenero e un po’ buffo.

     Il direttore le domandò subito notizie di un certo pacco, di cui non sapevo niente, ma che doveva essere molto importante per lui. Melinda lo rassicurò e poi, senza altri preamboli, ci invito a salire su una piccola  automobile.

   Giungemmo a un albergo del centro, dove passammo la notte. La mia camera dava su una via piuttosto trafficata. Passai sveglio quella mia prima notte ungherese, ma non fu colpa del traffico. Il mio appartamento di Milano era sopra  la rimessa dei tram, ma ero abituato al rumore e dormivo bene lo stesso. No, mi tenne sveglio l’eccitazione del viaggio, e il mistero di Ibolya, la ragazza con un viso bello e strano.

   Il mattino seguente, consumai con gli altri una colazione che mi sembrò piuttosto frugale, a base di caffè lungo e di tartine imburrate, che mi parve  poco “mitteleuropea”.  Mi ero fatto l’idea che da quelle parti si rimpinzassero tutti al mattino, per  poi magari accontentarsi di  uno spuntino a mezzogiorno.

   Dopo la colazione scendemmo nella rimessa sotterranea dell’albergo, dove ci attendeva una grossa automobile, che forse era stata prenotata dall’agenzia di viaggi di Milano. (Dico “forse” perché, non amando parlare, sono sempre a corto di informazioni su quanto mi circonda).

     Fui piacevolmente sorpreso quando rividi Melinda, la ragazza che ci aveva accompagnati all’albergo. Anzi, proprio lei avrebbe guidato la nostra macchina.

   Prima di partire, il direttore le domandò se aveva già fatto caricare in macchina “il pacco”, e poi volle  controllarne il contenuto. Diedi anch’io un’occhiata a quel misterioso pacco. Riuscii a capire che era stato spedito dal direttore stesso, da Milano, a quell’albergo dove avevamo passato la notte. Intravidi un apparecchio nero, delle dimensioni di un computer portatile, con altri oggetti più piccoli, simili a scatolette. Alcuni erano lucidi, altri di metallo brunito, forniti di quadranti.

    Io presi posto accanto a Melinda e finalmente partimmo verso oriente. Di quando in quando, la giovane commentava qualche modesto particolare del paesaggio, che in realtà era divenuto piuttosto monotono non appena eravamo usciti da Budapest. La strada, poco frequentata, procedeva diritta in una distesa di stoppie che sembrava senza fine.

   Melinda mi incuriosiva,  ma evitavo di guardarla con troppa insistenza, anche se le stavo così vicino da percepire il tepore del suo giovane corpo, e quel suo odore di bionda naturale. Ogni tanto, come casualmente, le davo un’occhiata, per ammirare  il suo profilo delicato, con quei capelli biondi e leggeri, lievemente mossi, che non sembravano nemmeno pettinati.

    Melinda aveva una voce armoniosa e gradevole. Mentre guidava, commentava per noi  i più insignificanti particolari del paesaggio. Ci segnalava un boschetto, o un modesto corso d'acqua di cui sapeva persino dirci il nome (ma lo avrà davvero conosciuto, quel nome, o se lo sarà inventato sul momento, per noi?) o anche qualche raro paese che si intravedeva, lontano, lungo una strada diversa dalla nostra. Paesi che non avremmo mai visto, abitati da gente che non avremmo mai incontrato, perché la nostra destinazione era Ördögfalu.

     Poiché non avevo dormito, adesso ero tentato dal sonno, e facevo sforzi enormi per rimanere sveglio. Lottavo contro il sonno, dunque, ma intanto fantasticavo: “E se il Destino mi avesse condotto fin qui solo per te, Melinda, e non per Ibolya? Lei è soltanto un sogno, una ragazza che mi ha scritto due lettere in tutto, dieci anni fa. Invece tu sei qui, vicina a me, e sei la più bella che io abbia mai visto. Chissà se proprio tu potresti concedermi quel possesso assoluto, quella dedizione reciproca, quella fusione perfetta che io ho sempre desiderato in segreto? Chissà che non avvenga, proprio adesso,  il miracolo che ormai non aspetto più, Melinda,  ragazza dal tenero nome, conosciuta per caso?”.

     Pensavo così, ma  sapevo che le mie erano  soltanto fantasticherie vane.

 

                                                           * * *

   “Tra Pinarbasi e Goksun… regione abitata dai curdi … a Jalak…”.  Dal tempo  remoto in cui avevo trent’anni, io ricordavo questa indicazione geografica, reminiscenza di un vecchio  articolo su un viaggio nell’interno della Turchia. A Jalak, secondo l’autore dell’articolo, una famiglia  gli aveva proposto di comperarsi una ragazza come  moglie. Era una giovane maestra, neodiplomata e poliglotta, che si era offerta di fargli da interprete a Jalak.  In realtà, non si sarebbe trattato di un vero e proprio acquisto. In Turchia, chi voleva sposare una ragazza doveva pagare una forte somma di denaro alla famiglia di lei.

     Quando avevo letto quella storia, io ero giovane, non ero poi brutto, avevo una laurea,  un impiego e uno stipendio decoroso, eppure  non mi passava nemmeno per la mente l’idea di “fare la corte” a una donna. Il mio desiderio segreto era quello di comprarmene una. Era il desiderio, in realtà,  di un possesso assoluto, incontrastato, senza ombre, senza occasioni di gelosia. Desiderio impossibile già allora, e inconcepibile ormai. Ma sempre mi tornava in mente quell’articolo, e quel sogno segreto, quando incontravo una ragazza che mi piaceva. Una donna giovane e bella, come Melinda.  O  come Ibolya, che però era scomparsa.

   Forse avevo sbagliato la destinazione del mio viaggio. Non in Ungheria, ma in Turchia, sarei dovuto andare… se fossi stato ancora  in tempo.

                                                          

                                                      * * *

     Intanto l’automobile volava come una freccia, sulla strada che attraversava quei campi spogli e sconfinati, dove non si vedeva l’ombra di un essere umano. Tutto mi sembrava strano, irreale. Chi mai li coltivava, quei campi? Quei contadini erano forse fantasmi, o folletti? E dove si nascondevano?

    A un certo punto, il direttore, che era seduto dietro di me, interruppe il suo lungo silenzio, con un complimento per Melinda: “Mi compiaccio, signorina Boszorkàny, per la sua perfetta conoscenza dell’italiano. Certamente, lei è stata in Italia. Perché non è venuta a trovarci, in redazione?”.

    “No, sinceramente non sono mai stata in Italia. Però ho spesso l’occasione di fare l’interprete per qualche vostro connazionale, turisti facoltosi, uomini d’affari, dirigenti d’azienda. Mi piace questo lavoro. Si conosce  tanta gente interessante”.

     Dopo queste parole, però, Melinda rimase zitta per il resto del viaggio, come se il nostro silenzio l’avesse contagiata. Io ripetevo mentalmente il suo cognome così deliziosamente esotico, Boszorkàny, che avevo appena appreso, perché volevo ricordarlo per sempre.

    Trascorse così circa un’ora e finalmente Melinda annunciò che eravamo quasi arrivati a Ördögfalu.  Poco dopo, infatti, giungemmo nella piazza di un villaggio così arcaico da sembrare quasi finto.

    Una dozzina di casette di legno, variamente colorate,  attorniavano un vasto spiazzo di terra battuta. C’era anche una piccola chiesa di legno, con un tetto straordinariamente aguzzo puntato verso il cielo sereno, e un solo edificio in muratura, grigio, che aveva un aspetto austero e forse era il municipio, oppure la scuola  elementare.

    Come la campagna circostante, anche il villaggio, apparentemente, era deserto. Quando scendemmo dall’auto, però, da una di quelle casette uscì un uomo non più giovane, che ci venne incontro. Aveva lunghi capelli grigi e radi, un viso rotondo, e indossava un vestito nero, lustro per venerabile anzianità.

      Quell’uomo, evidentemente, aveva indossato per noi il suo vestito migliore. Ma era un abito di stoffa forte, che certamente non si sarebbe sciupato nemmeno se il suo proprietario ci avesse dormito dentro per una settimana intera.

    Melinda parlò con lui, in ungherese, e poi ci spiegò : “Questo è il signor Kísertét, che vi condurrà al luogo dove appaiono le Luci. Tuttavia, gradirebbe un aumento del compenso che avevate pattuito, e soprattutto vi chiede di firmare una dichiarazione liberatoria, con cui lo assolvete da ogni possibile responsabilità. Si tratta soltanto di una precauzione, perché lui assicura che non  ci sono pericoli. Tuttavia, come voi certamente  sapete, una giornalista è scomparsa proprio nella zona dove compaiono le Luci. Il signor Kísertét ha avuto varie noie, per questo deplorevole inconveniente. Per qualche tempo, è stato persino sospettato di avere qualche responsabilità nella sparizione della ragazza, anche solo per negligenza. Poi ogni sospetto su di lui è caduto. Non ha la minima idea di come, e perché, quella ragazza sia scomparsa. Adesso  è disposto ad accompagnarvi, ma soltanto perché  aveva già assunto questo impegno con voi”.

    Kísertét aveva annuito spesso, mentre Melinda parlava con noi. Forse, anche lui  capiva l’italiano, o forse voleva mostrarsi deferente con quella ragazza sveglia, che  lo aiutava a guadagnare qualcosa come accompagnatore per turisti.

    Poi trasse il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni di velluto nero e ci porse un foglietto, già preparato, con una breve dichiarazione bilingue, nella quale lo esimevamo da ogni responsabilità

    Firmammo tutti e tre,  senza obiezioni, quel foglio. 

     Allora Melinda disse: ”Bene, adesso possiamo andare”.

     Salimmo tutti in macchina e  percorremmo un sentiero di terra battuta. Poi il sentiero scomparve e la macchina prosegui tra le erbe, che man mano diventavano sempre più alte.

    Giungemmo a una radura erbosa, circondata da arbusti e da alberi radi. Qui  scendemmo nuovamente dalla macchina. Il direttore mi spiegò che già da tempo il fenomeno delle Luci  attirava molti curiosi nella zona, ma quella radura era nota soltanto a Kisertét e  nessuno sarebbe venuto a disturbarci.

    Notai una casetta scura, di tronchi grezzi, lontana un centinaio di metri. Proprio da quella casetta,  un mese prima, era scomparsa Ibolya.  Io lo sapevo, ma non dissi niente, nemmeno a Melinda. Notai che Kísertet evitava persino di guardare in quella direzione. Era comprensibile che no non amasse ricordare il penoso episodio di quella misteriosa scomparsa.  

    Tirammo fuori dal bagagliaio le tende e quel pacco a cui il direttore teneva tanto.

     A questo punto Melinda ci salutò: “Ormai la mia presenza qui è superflua. Buonanotte a voi tutti”.

     Risalì in macchina, ma prima che partisse, io mi accostai al finestrino.

   “Signorina, lei ci lascia così, nella puszta, da soli e a  piedi? Come potremo comunicare con il signor Kísertet?”.

   Allora mi stupì, perché sorrise. Forse con scarso calore, ma sorrise: “Non si preoccupi per questo. Il direttore sarà sempre in comunicazione con me, con il telefono cellulare. E poi io non vi abbandono affatto. Passerò la notte in una casa del paese. Piuttosto, sarei curiosa di sapere chi è lei, precisamente. Forse, un altro redattore della rivista?”.

  “No, io sono soltanto un lettore. Sono qui per vedere le Luci”.

   “Ah, sì? Lei è un lettore? Forse, lei ha letto anche i miei articoli?”.

     Colto di sorpresa, farfugliai qualcosa di incomprensibile, ma  Melinda mi venne in aiuto.

     “Non deve sentirsi imbarazzato, se non ricorda il mio nome. Sì, io ho scritto qualcosa, ma soltanto un paio di articoli, sulla  religione degli antichi magiari e sui loro sciamani. Quegli articoli erano brevi riassunti dei lavori di studiosi ungheresi, su un argomento che forse a lei non interessa neppure”.

    “Signorina, io mi sono sempre sentito affascinato dagli sciamani, particolarmente magiari, e  mi  rammarico di essermi perso i suoi articoli, ma spero che lei mi informerà personalmente su questo argomento inesauribile”.

      Mi guardò negli occhi, sorrise nuovamente, e  replicò: “Non chiedo di meglio”.

    La sua voce aveva un tono indefinibile, ambiguo, che forse tradiva una profonda indifferenza, unita al desiderio di apparire gentile.  Poi distolse  il suo sguardo dal mio.

  “Non chiedo di meglio”, ripeté, e sempre sorridendo  se ne andò, alla guida di quella grossa automobile che docilmente ubbidiva alle sue piccole mani. 

   Nei pochi minuti del mio colloquio con Melinda, i miei tre compagni si erano dati da fare. Adesso  nella radura sorgevano quattro piccole tende, una per ciascuno di noi. Il direttore stava disponendo su alcuni treppiedi i congegni che erano contenuti  nel pacco.  Mi avvicinai a lui.

   Mi spiegò: “C’è un contatore Geiger per captare eventuali radiazioni, un magnetometro, un rilevatore di infrasuoni e uno di ultrasuoni, e qualche altra cosa del genere. Se vedremo le Luci, potremo stabilire se la loro comparsa è collegata alle variazioni di  qualche parametro ambientale, rilevabile con i nostri strumenti. Non si preoccupi per il lieve crepitio che emettono, né per queste spie rosse e verdi che pulsano debolmente, perché è soltanto rumore di fondo. Provvederà poi un tecnico a esaminare le registrazioni, quando saremo ritornati a Milano. Mi raccomando, non li tocchi mai. Questa è roba costosa, e io l’ho avuta in prestito“.

     Lo rassicurai su questo punto, e poi diedi un’occhiata alle tende, che mi parvero piccole e scomode. Allora guardai nuovamente quella casupola scura, laggiù,  tra gli alberi.

    “Perché non ci sistemiamo in quella casetta?”, domandai al direttore.

    “Davvero lei dormirebbe là dentro? Io no. In ogni caso, non è possibile.  Melinda mi ha detto che ci sono ancora i sigilli sulla porta, da quando quella ragazza è scomparsa”.

    (“Quella ragazza”… Ibolya. Per un attimo, la sua immagine mi fu  davanti agli occhi, vivida e familiare, sebbene in realtà non l’avessi mai incontrata).

    C’era qualcosa di strano in quella situazione. “Mi scusi, direttore, ma quella ragazza, come lei la chiama,  era una giornalista, ed era venuta qui per osservare le Luci, proprio come noi. Si occupava degli stessi fenomeni insoliti che appassionano anche noi. Come è possibile che né la signorina  Melinda, né il redattore, né lei stesso, direttore, l’abbiate mai conosciuta, almeno di nome, magari per qualche suo articolo?”.

   “Caro signore, gli argomenti di cui noi ci occupiamo attraggono molta gente, forse troppa. La rivista per cui lavorava quella ragazza non era una pubblicazione specializzata. Voleva parlare delle Luci soltanto per compiacere la vacua curiosità dei suoi lettori. Io la compiango, quella ragazza, ma non la rimpiango. Migliaia di persone scompaiono ogni anno nel mondo. Se quella giovane fosse sparita altrove, invece che qui,  non sarebbe cambiato niente. Comunque, io  non la conoscevo”.

       Guardandomi intensamente, soggiunse: “E lei, invece, la conosceva?”  

       “Come, io? No, nemmeno io la conoscevo”:

     “Davvero?  Eppure, lei mi è sembrato  - come dire? -  un po’ coinvolto emotivamente. Bene, allora non ci pensi più. Questa notte, staremo svegli a turno. Se lei è d’accordo, le  toccherà il turno dalle quattro alle sette del mattino. Mi ha detto che lavora in un quotidiano,  e dunque è certamente abituato a stare sveglio di notte. Le consiglio di andare a riposarsi. Provvederò a destarla io stesso.”

      Non mi sembrò opportuno spiegargli che io, normalmente, alle quattro del mattino  ero già da due ore. Quell’uomo, direttore di una rivista, conservava una immagine romantica e irreale dei giornali quotidiani e di chi li produce, e io non volevo sciupargliela   Perciò gli dissi che ero d’accordo e mi ritirai nella mia tenda. Dentro c’era soltanto un sacco a pelo, su cui mi sdraiai, vestito com’ero. Naturalmente, non riuscii ad addormentarmi. Quella situazione era troppo insolita per consentirmi di prendere sonno.  Inoltre, avevo l’abitudine di dormire supino, ma con la testa molto alta. Di solito,  arrotolavo il guanciale fino a farne un cilindro. Ma lì non c’erano cuscini.

    Trascorse qualche ora. Io avevo gli occhi aperti nel buio. Cercavo di chiuderli, ma si riaprivano da soli, come se fossero dotati di volontà propria. Alla fine,  mi venne voglia di uscire dalla tenda per respirare almeno un po’ di aria fresca, visto che il ristoro del sonno non veniva. 

   Rimasi attonito, quando uscii dalla tenda, perché non avevo mai visto un cielo così limpido, con stelle tanto grandi. C’era una bella luna al primo quarto,  la stessa che mi aveva dato il benvenuto a Budapest la sera prima, ma la sua luce non offuscava quella delle stelle, le più fulgide che avessi mai visto. E quante stelle cadenti solcavano il cielo! Sembrava uno spettacolo pirotecnico, che però si svolgeva in un silenzio assoluto.

    Per non so quanto tempo rimasi assorto in contemplazione di tanta bellezza, sulla soglia della mia tenda, in quella radura.  A un certo punto, però, ricordai  che doveva esserci qualcuno dei miei compagni che vegliava. Tuttavia non vedevo nessuno. 

    A chi toccava il primo turno di guardia? Certamente a  Kisertét, la nostra guida. Ecco perché non si vedeva in giro. Nel nostro piccolo gruppo, era proprio lui  la persona meno interessata a vedere le Luci.  Ridacchiai tra me, con indulgenza, di Kisertét e della sua pigrizia. 

    Proprio allora, cominciai a sentire quel lieve rumore. Era  come uno sfrigolio, che non sembrava giungere da nessuna direzione in particolare, né da vicino, né da lontano. Era nell’aria, ecco tutto. Ma quel suono era poi reale, oppure era soltanto un inganno dei miei sensi? Continuavo a guardarmi attorno, ma  non  vedevo niente di strano.

    Poi cominciai a distinguere un lieve chiarore, lontano dalla radura, tra gli alberi. Anzi, il chiarore era duplice. Somigliava a un immagine che ricordavo dai remoti anni del liceo, la fotografia di una cellula di lievito che si stava riproducendo per gemmazione.  Mi acquattai al suolo, nascondendomi dietro un ciuffo di erbe alte. Mi accorsi che stavo tremando. Avevo paura, ma non gridai. Non volevo destare i miei compagni, prima di essere sicuro di avere  visto veramente qualcosa. Sapevo di non potermi fidare troppo dei miei occhi.

  Finalmente quel  pallido alone parve dividersi. Una parte si allontanò, scomparendo dietro gli alberi, mentre l’altra metà cominciò ad avvicinarsi a me, come strisciando sul terreno. Mentre si avvicinava, la sua luminosità diminuiva, ma sembrava diventare sempre più “consistente”,  più densa, perché le erbe si piegavano al suo passaggio.

    Mentre quel pallido alone si spegneva, cominciai a udire un rumore di passi, attutito dall’erba e dal terreno molle. Erano i passi di un essere umano. Infine lo vidi chiaramente, alla luce della luna, e lo riconobbi. Il protagonista di quella sorprendente metamorfosi era  Kisertét,  che stava tornando, guardingo,  al nostro piccolo accampamento. Prima che mi vedesse, strisciai nella mia tenda. 

    Mi sdraiai supino sul sacco a pelo. Per ore rimasi immobile, a parte quel tremito che non voleva cessare. Il mio sguardo era  fisso sull’entrata della tenda. Tuttavia non accadde nulla.

   Poi sentii la voce cupa di Kisertét, che svegliava il redattore, nella tenda a sinistra della mia, mormorandogli poche parole in lingua ungherese, e sentii che il redattore assonnato brontolava  qualcosa in risposta.  Qualche ora dopo,  il turno di guardia toccò al direttore.

    Dopo qualche tempo,  finalmente, il direttore mise la testa nella mia tenda e mi chiamò. Non avevo dormito neppure un minuto, ma finsi di svegliarmi proprio allora, e non dissi nulla della mia visione notturna e dei miei dubbi su Kisertét. 

   Soltanto, domandai al direttore se per caso aveva visto qualcosa di insolito, durante la sua veglia, ma replicò che in quel caso ci  avrebbe avvertito subito. Chiaramente, era di malumore. Forse  deluso, o forse soltanto stanco.

     La luna era tramontata, e le stelle erano più brillanti che mai. Un debole vento faceva stormire le fronde degli alberi lontani, e gli apparecchi di rilevazione predisposti dal direttore tutto attorno alla radura emettevano il loro crepitio sommesso, mentre le loro piccole spie luminose pulsavano quietamente.

      Mi sedetti davanti alla mia tenda, perché così mi sentivo più protetto da eventuali sorprese, almeno alle spalle.

 

                                                     

I due sciamani

 

    Sentii, dietro di me, un rumore di passi leggeri, sull’erba alta. Mi voltai, e vidi Kisertét. La prima cosa che notai, fu il lieve alone azzurro di cui era circonfuso. Poi vidi che sorrideva.

    Lo salutai, dissimulando la mia paura. Dimenticando che non capiva l’italiano, soggiunsi :“Come mai è qui? Il suo turno di guardia è finito. Non ha sonno?”.

    “No, non ho sonno”, rispose sorridendo. Mi resi conto che mi aveva risposto nella mia lingua, che secondo Melinda gli era sconosciuta.

   Stranamente, questa constatazione, cioè il fatto che Kisertét parlava  l’italiano, mi sconcertò più di quell’alone azzurro che lo circondava, e che poteva essere solo un inganno dei miei occhi. Mi sentii smarrito, senza sapere che cosa dire o fare. Capivo che, in qualche modo, Kisertét si era “scoperto”, e questo non mi lasciava presagire niente di buono. Intanto lo guardavo, e mi sembrava un tipo così pacifico, con quel suo assurdo abito nero e quella sua faccia bonaria, rotonda. Ma chi era, in realtà, Kisertét?

    Me lo spiegò lui, spontaneamente: “ Io sono il padre di Ibolya e, ovviamente, non mi chiamo Kisertét. Ricorda quella fotografia, tagliata a metà, che le ha mandato mia figlia? Ebbene, nella metà della foto che Ibolya non le ha spedito, c’ero io.  Era la festa di compleanno della mia bambina. A quel tempo aveva sedici anni, e cominciava già a mostrare i primi sintomi della sua - come dire? - malattia. Una malattia che poi non era tale... Eh, sì, caro signore, c’è un’altra cosa che lei deve sapere. Io stesso ho chiesto ai miei simili di creare questa fantasmagoria, per attirare l’attenzione su questo luogo. Sempre io, poi, ho suggerito a mia figlia di farsi mandare qui  dalla rivista per cui lavorava, a osservare le Luci. Non c’erano alternative”.

      Il suo viso divenne triste: “La mia bambina doveva scomparire, nascondersi. Non riusciva più a controllare le sue transizioni di fase, e il suo campo energetico risuonava continuamente tra un livello e l’altro della realtà. Qualche volta, le succedeva di trasformarsi involontariamente, anche in pubblico. Non sapeva più che cosa inventare, per giustificare agli estranei queste sue stranezze. Raccontava che stava frequentando un corso di illusionismo e diceva di avere imparato qualche trucco, ma le era sempre più difficile farsi credere. Non era prudente, per lei, restare in circolazione. Giunse qui appena in tempo. Io le rimasi vicino fino all’ultimo istante. Ero la sua guida, perché sono nato qui, e quella casetta è della mia famiglia, da molte generazioni. Quando Ibolya capì che stava per subire una trasformazione irreversibile, ebbe la forza di aprire, lei stessa, la porta di quella  casetta, prima che lo facessi io, perché altrimenti vi sarebbe rimasta intrappolata. Per qualche ignoto motivo, il legno costituisce uno schermo impenetrabile per noi, quando assumiamo l’altra forma”.  

    Io ero ammutolito per la paura, ma non ebbi bisogno di rispondergli.

    Infatti Kisertét (o come si chiamava) soggiunse: “Ibolya, come me, appartiene a una stirpe antica. Una stirpe venuta da lontano,  che ha contribuito in misura modesta al patrimonio genetico del popolo ungherese di oggi. Sì, in misura relativamente esigua - diciamo per un decimo - ma non trascurabile, perché quel contributo è rimasto nel nostro patrimonio genetico, che  si rimescola continuamente a ogni generazione, producendo combinazioni  sempre diverse. E così, ogni tanto, nasce ancora qualcuno come Ibolya… o come me”.

  Interloquì una gentile voce di donna, alle mie spalle: “Oppure come me”. 

  Nuovamente mi voltai, e  dietro di me vidi  Melinda. Sullo sfondo della radura e degli alberi lontani, anche la sua figura snella era circonfusa di una luminosità celeste. Il  suo vestito da hostess  sfumava impercettibilmente in un alone di un azzurro sempre più chiaro. E anche lei sorrideva, come Kisertét.

    Nonostante il mio turbamento, notai che  Melinda mi guardava con una espressione intensa, come  se provasse per me un grande interesse. Nessuna donna mi aveva mai guardato come lei. Perciò dimenticai le mie paure, mentre la ragazza riprendeva a parlare. 

    “Caro signore, lei si è  detto interessato all’argomento dello sciamanesimo. Ebbene, eccomi qui per parlargliene. Quella degli sciamani non era,  propriamente parlando, una religione. Piuttosto, si tratta di  una forma di spiritualità universale che si riscontra in tutte le culture umane, in una certa fase del loro sviluppo. Lo sciamano era il tramite tra gli esseri umani e le potenze del cielo e della terra. Era il messaggero degli uomini nel mondo degli spiriti. Laggiù, nelle immense pianure asiatiche, quando il gelo ghiacciava la terra e il cibo mancava, lo sciamano si isolava dagli altri e abbandonava il proprio corpo, rattrappito in una tenda di pelli. La sua anima volava lontana,  sulle steppe e sulle tundre, a cercare le renne, le volpi, i lupi,  oppure gli elefanti lanosi, prima della loro estinzione. Insomma, qualunque essere vivente. Anche esseri umani, in mancanza di meglio. Perché no?  Quando la sua esplorazione era fruttuosa, lo sciamano rientrava nel proprio corpo, si svegliava e indicava ai cacciatori  della tribù i luoghi dove potevano trovare carne calda. Carne viva”.

     Mentre diceva “carne viva”, Melinda deglutì visibilmente. L’interesse con cui lei mi guardava mi sembrò assai meno lusinghiero di  prima. Rimpiansi di non essermi mai messo a dieta, piacevolmente grassottello com’ero, e mi domandai se mi conveniva gridare, per svegliare gli altri due miei compagni.

   Cautamente, mi guardai attorno. Allora vidi le Luci, vicinissime a me. Indugiavano sulle due tende vicine, quella del direttore e quella del redattore, tranquillamente, come mucche al pascolo.

    Melinda parlò ancora, gentile come sempre. “Non si preoccupi. So che cosa sta pensando, ma le assicuro che non ho alcuna intenzione di nutrirmi di lei. Non siamo più nell’era paleolitica, e non abbiamo più bisogno di cacciare per vivere. Però… “.

    Questa volta parlò Kisertét: “Però ci sono alcuni di noi che improvvisamente diventano instabili, come è successo alla mia bambina,  e infine si assestano su un altro livello della Realtà. Il loro corpo materiale si sublima, per cosi dire, riducendosi a un puro schema di energia. E allora…”.

    Melinda lo interruppe: “… e allora diventano quelli che una volta erano detti vampiri…”.   

    Parlò nuovamente  Kisertét, indicando le Luci con un ampio gesto: “Questi nostri amici, che lei vede, si stanno rifocillando con le risorse vitali del direttore e del redattore, ma i suoi compagni non ne risentiranno troppo. Si sentiranno un po’ strani al loro risveglio, questo sì, probabilmente molto stanchi, e con la confusa sensazione di avere fatto un sogno particolarmente bizzarro, ma avranno in mente un mucchio di idee nuove. Perciò non si sentiranno delusi per non avere visto le Luci e per non avere registrato niente con i loro strumenti ridicoli”.

  Concluse Melinda: “Adesso noi due ce ne andiamo. Non si stupisca se ci vedrà scomparire. Se preferisce, può pensare che Kisertét e io siamo immagini, presenti solo nella sua mente, come i moscerini che appaiono ogni tanto nel suo occhio destro. Sì, io so anche questo. Però lei  non rimarrà solo, perché avrà una gradita sorpresa. Incontrerà la ragazza per cui ha fatto questo viaggio. Sì, noi la lasciamo con Ibolya”.

     Forse la mia mente rifiutava la realtà, perché mi venne spontanea una domanda  irrilevante, ridicola: ”Signor Kisertét – mi scusi, ma non riesco a chiamarla in altro modo - , perché non mi aveva detto che conosce la mia lingua?”.

    Il fantasma sorrise. “L’italiano? E chi lo conosce?”.

    Poi, in un attimo, quei due esseri innquietanti scomparvero.

 

 

 

 

 

La scelta finale

                                                                                                                                                                               

       Ero solo nella radura, e l’alba era ancora lontana. Le Luci, incuranti di me, indugiavano pigramente sulle tende del piccolo accampamento. Il pensiero che una di quelle Luci potesse essere Ibolya, che si nutriva del direttore e del redattore,  mi disgustava. Ma il mio non era solo disgusto. La situazione era pazzesca, ma dovevo essere sincero con me stesso: io ero geloso di Ibolya. Fui assalito da una crisi di riso isterico, ma le Luci non mi badarono, e finalmente si alzarono pigramente in aria, forse sazie, per poi allontanarsi volando tra gli alberi.

    Quando superai quella crisi di risate isteriche, mi sforzai di calmarmi. Respirai profondamente,  e trovai il coraggio di entrare nella tenda del direttore.

     La tenda era vuota. Per terra, c’era soltanto un sacco a pelo e poche altre cose. Entrai nell’altra tenda, quella del redattore, ma anche qui non c’era nessuno.

    Che fine avevano fatto quei due disgraziati? Ero atterrito, ma anche sconcertato. C’era una sola spiegazione possibile: Melinda mi aveva mentito. Le Luci avevano assimilato totalmente  i miei due compagni di viaggio, per trasformarli in chissà che cosa. E adesso sarebbe toccata a me la stessa sorte.

   Gridai,  ma solo per me stesso: “Il legno! Il legno è una difesa!”.

    Mi era tornato in mente quello che aveva detto Kisertét, cioè che le Luci non potevano attraversare il legno. Forse era una menzogna anche questa, ma era anche la mia unica speranza. D’altra parte, che avevo da perdere? E poi, che motivo avrebbe avuto, Kisertét, di mentire?

    Cominciai  a correre sul terreno accidentato e scivoloso, tra le erbe alte, tra gli arbusti e poi tra gli alberi. In un attimo, arrivai alla casetta dove Ibolya era scomparsa.   Sapevo già che avrei trovato chiusa la porta. Però, per  fortuna, non era chiusa a chiave. I sigilli apposti dagli inquirenti erano semplici nastri adesivi, fissati con un po’ di ceralacca.

   Entrai facilmente nella casetta  e  spinsi contro la porta i pochi mobili che trovai: un tavolino, due sedie, una branda… Su quella branda mi gettai, perché  mi sentivo sfinito, ma naturalmente senza alcuna voglia di dormire.

   Dopo qualche minuto, cominciai a sentire una voce sottile, suadente, non umana, come la voce della pioggia e del vento. Io capivo che quella voce non era “reale” e che  proveniva, per così dire, dalla mia mente, eppure sapevo che era la voce di Ibolya.

    Mi alzai dalla branda, spiai attraverso uno spiraglio della finestra, e allora vidi la sua Luce. Anzi, vidi proprio lei. Le altre Luci che avevo visto avevano forme rotonde, ma questa aveva l’aspetto di una giovane donna, con un corpo diafano e luminoso. Palpitava gentilmente, oscillando sospesa nell’aria, a due metri di distanza da me, e mi guardava.

     Ecco nuovamente la sua voce, silenziosa: “Hai ricevuto il mio messaggio”.

     Non era una domanda, la sua, ma una constatazione, e il messaggio di cui parlava era quell’ameba iridescente che avevo visto a Milano.

    Disse ancora: “E adesso sei qui. Esci, dunque. Che cosa aspetti? Perché non apri la porta? Non devi avere alcun timore di me”.

     Mormorai soltanto: “Che fine hanno fatto gli altri?”.

     “Quei due hanno avuto una possibilità e l’hanno scelta. Il mondo grossolano della Materia non era il loro posto. Volevano sapere, e adesso sanno. Hanno trovato quello che cercavano. Non devi pensare a loro. Tu devi pensare a te stesso, invece. Io so che cosa tu vuoi veramente, e io sola posso dartelo. Vuoi una dedizione reciproca,  una simbiosi totale, la fusione di due anime. Io sapevo già quello che cercavi, quando ci scrivevamo, ma non era il tempo adatto.  Già allora, io non stavo bene. Sentivo in me una tensione insopportabile, avevo paura di quello che mi stava succedendo, soffrivo e non sapevo perché…  Per dieci anni, ho sofferto così, ma adesso io sono qui, tutta per te, e tu sei qui per me. Devi fare presto, però, perché tra poco sarà l’alba e io dovrò andarmene”.

 

                                                      * * *        

        “Tra Pinarbasi e Goksun… regione abitata dai curdi… a Jalak…”.

         Ancora quelle parole nella mia mente, sbrindellato cencio di un logoro sogno. Chissà com’è Jalak, adesso, e quella ragazza curda, ormai, sarà vecchia. Come me.

        Sì, Ibolya, forse hai ragione tu. Che cosa aspetto, ancora?

 

                                               * * *     

     Cominciai a spostare i mobili che avevo spinto contro la porta. Volevo andare da Ibolya, che mi aspettava là fuori.

 

 

 

 

 

                                              

 


La chiesetta in collina

2008. júl. 5. 2008. júl. 5. 19:48, Király Hédi, még nincsenek kommentek

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La chiesetta in collina

  

 Ma se, abbandonato il corpo, ti eleverai  nel libero etere

 sarai un immortale Dio eterno, non più caduco.

 (Pitagora, “Versi aurei”)

 

   Dopo una lunga serie di affari sballati, tutto quello che restava del mio patrimonio era il grande appartamento in cui vivevo, oltre a una vecchia casa disabitata da circa un secolo, che sorgeva su una collina a duecento chilometri dalla città. C’ero stato un paio di volte, quando l’avevo fatta restaurare con l’intenzione di venderla o affittarla, ma non avevo trovato nessuno che vi fosse interessato.

   Dunque, mi trovavo in gravi difficoltà economiche e sapevo di non essere abbastanza intelligente, o furbo, per risolverle. Inoltre ero ormai anziano, e non sarei riuscito a trovare un lavoro retribuito nemmeno se fossi stato capace di fare qualcosa di socialmente utile.

  Così, in una notte insonne, interamente dedicata a un esame spassionato della mia disastrosa situazione, giunsi alla conclusione che nella mia vita si imponeva una svolta decisiva. Il giorno seguente, con grande rammarico, diedi il preavviso di congedo (mi dispiace parlare di “licenziamento”) all’autista e alla cameriera. Nelle tre settimane seguenti, riuscii a vendere i miei mobili più belli a un antiquario, mi liberai delle due automobili e regalai gli elettrodomestici ad alcuni miei conoscenti. Infine, trovai da affittare il mio appartamento a una società finanziaria. Così avrei potuto disporre di un reddito modesto ma costante, che mi avrebbe consentito di vivere in dignitosa povertà.

  Dopo avere  sbrigato tutte queste faccende, noleggiai un furgone con autista e traslocai in quella casa sulla collina, Portai con me soltanto il mio lettino di quando ero ragazzo e una bicicletta pieghevole che mi era stata regalata dai miei genitori trent’anni prima, oltre a un tavolo con le sue sedie, un comodino, i ritratti di famiglia, e anche due lampade alogene, perché là non c’era nemmeno l’elettricità.

   La casa risaliva all’inizio del Novecento ed era stata costruita sulle rovine di un edificio più antico, di cui però non sapevo nulla. Il portico coperto d’edera e la torretta quadrata che la sovrastava le conferivano una certa austera bellezza. Era circondata da quattromila metri quadrati di terreno incolto, su cui sorgeva una chiesetta sconsacrata. Quando avevo fatto restaurare la casa, avevo anche pensato di demolire la chiesetta, la cui presenza mi sembrava incongrua, ma il permesso mi era stato negato. Però quel divieto non mi era dispiaciuto troppo, perché la chiesetta era di aspetto gradevole, nella sua semplicità stilistica .

   Dopo avere pagato l’autista del furgone, che mi aveva anche aiutato a portare in casa le mie poche cose, rimasi solo nella mia nuova dimora, penosamente vuota. Niente frigorifero, né televisore, che d’altronde sarebbero stati inutili, senza elettricità. Non avevo nemmeno un telefono, tranne il “cellulare” che avevo portato con me.

   Sapevo già che il paese più vicino, distante quattro chilometri, non offriva occasioni di svago, a parte la sala parrocchiale, il circolo bocciofilo, la tabaccheria, che vendeva anche i giornali, e l’osteria, che però non avevo alcuna intenzione di frequentare abitualmente. Mi domandai per quanto tempo sarei riuscito a resistere nel mio eremo, ma sapevo di non avere scelta.

  “Meglio così”, pensai. “Saranno tutte spese di meno. Al massimo, potrò andare ogni tanto in paese a procurarrni una bottiglia di vino, per bermela qui in solitudine, e consolarmi così’”.

    Però fui colto da una crisi di sconforto. In quella casa lontana dal mondo, che cosa potevo aspettarmi dalla vita, ormai, se non un lento e triste vegetare? Non mi ero mai sposato, non avevo parenti né amici, ero anziano, solo e ormai anche con pochi soldi. Mi accasciai su una delle sedie che avevo portato, cercando di non pensare a niente.

   Quando superai quel momento di depressione, mi ricordai della chiesetta e mi venne in mente di visitarla. Sapevo già che l’avrei trovata vuota e disadorna, come la casa. Non c’erano arredi, né altri oggetti di qualche valore, che magari avrei potuto vendere. Solo un vecchio confessionale e qualche panca di legno. Però la chiesetta si era conservata molto bene, e il suo intonaco giallognolo non mostrava quelle macchie di muffa e quelle tracce di infiltrazioni d’acqua che mi avevano costretto a riverniciare le pareti e a rifare il tetto della casa che era divenuta la mia dimora. Persino il vialetto davanti alla chiesa era stato risparmiato dalle erbacce, che invece crescevano rigogliose su tutto il resto dei miei modesti possedimenti. 

  Quando mi ritrovai in quel piccolo ambiente, mi parve di sentirvi aleggiare un vago sentore dell’antica sacralità, che mi ispirò un senso di pace e di serenità. Era il primo pomeriggio e i raggi di sole filtravano dalle finestre di vetro policromo, miracolosamente intatte, danzando nel pulviscolo che indugiava mollemente nell’aria. Era la polvere di legno prodotta dal secolare lavoro dei tarli che si annidavano nel vecchio confessionale e nelle quattro panche sgangherate.

   Entrai nella sacrestia, illuminata da una finestrella chiusa da una grata. C’era soltanto un armadio nero, di legno massiccio, alto fino al soffitto. Ingenuamente, sperai che almeno l’armadio, da me trascurato nelle precedenti visite, potesse custodire qualcosa di prezioso, per esempio un arazzo dimenticato, o un candelabro, oppure un crocifisso. 

  L’armadio era chiuso, ma  scoprii di poterlo aprire con la stessa chiave della chiesa. Al suo interno c’era soltanto una scatola di metallo, dimenticata da chissà quanti anni. Conteneva un lenzuolo ingiallito, accuratamente ripiegato. Lo dispiegai con cautela. Era costellato di un arcipelago di macchie sbiadite, rosee e marroncine, che nel loro insieme configuravano l’immagine confusa di quello che sembrava un corpo umano. Sospettai che quel reperto potesse essere portatore di chissà quali colonie di batteri, incattiviti da una fame secolare, e mi stropicciai nervosamente le mani sulla giacca.

   Ero deluso, ma mi riservai di esaminare meglio quel lenzuolo il giorno seguente. Tra qualche ora sarebbe scesa la sera, e mi conveniva pensare alla cena. Per la mia solita imprevidenza, non avevo pensato di portarmi qualcosa da mangiare dalla città. Richiusi la porta della chiesa e mi avviai in bicicletta verso il paese, con l’intenzione di concedermi un frugale pasto all’osteria, che era ubicata in una casupola di mattoni rossi, abbellita da una invitante tettoia di frasche.

   All’interno c’erano soltanto quattro tavolini. Uno era occupato da due vecchi, seduti davanti a una caraffa di vino rosso, ormai semivuota, e un altro da quattro avventori che giocavano a carte. L’oste era un tipo basso e magro, sulla cinquantina, che indossava un grembiule. Aveva una faccia rugosa da contadino, occhi penetranti, capelli radi, tinti di nero e così lisci che gli sembravano dipinti sulla testa. Quando gli dissi che volevo mangiare qualcosa, mi sembrò un po’ stupito, ma non disse niente. Su uno dei due tavolini liberi, dispose una tovaglietta di plastica,  un bicchiere di vetro grossolano, tre posate e un tovagliolo di carta.

   “Abbiamo soltanto del minestrone, oltre a salame e formaggio. Ma, mi dica, lei è forse il padrone di Villa Sciagura? Sa, noi in paese la chiamiamo così. E che vuol fare di San Balinas?  Sa, quella chiesetta sconsacrata? Non vorrà mica buttarla giù, come ho sentito dire due anni fa? Sarebbe un vero sacrilegio”.

   Lo rassicurai: “No, stia tranquillo. Lascerò in pace il suo santo, anche se non l’ho mai sentito nominare. Magari, ha fatto qualche miracolo?” (“Ne avrei bisogno anch’io, di un miracolo”, soggiunsi mentalmente).

  L’oste mi guardò severamente: “Non bisogna scherzare su queste cose. Porta male”. Poi non parlò più, nemmeno quando mi portò il minestrone e il resto. Consumai la mia modesta cena in silenzio, ignorato da tutti i presenti. Prima di andarmene, chiesi all’oste di vendermi un po’ di salame e di formaggio, oltre a una bottiglia di vino e una pagnotta casereccia. Sarebbe stato il mio pranzo per il giorno dopo, che era domenica.

  Mentre stavo uscendo, mi voltai per salutarlo. Vidi sette paia di occhi puntati su di me. L’oste e i sei avventori mi guardavano con una intensità imbarazzante. Ma fu un attimo. Subito, tutti distolsero lo sguardo, e solo l’oste mormorò di malavoglia un freddo “Buonasera a lei” in risposta al mio saluto.

  Era già sera. Risalii sulla mia bicicletta e tornai a casa pedalando pian piano, mentre assaporavo quell’aria di campagna, odorosa d’erbe selvatiche. Arrivato a casa, andai subito a dormire nel mio lettino da ragazzo, che avevo sistemato in una stanzetta della torre. Stranamente, mi addormentai subito, ma il mio sonno non durò molto.

  Mi svegliai a un’ora imprecisata della notte. Forse era stato proprio quel profondo silenzio a destarmi. La mancanza dei consueti rumori cittadini aveva agito sul mio cervello come una specie di campanello d’allarme. (“Questione d’abitudine”. mi dissi).

   Mi accorsi che dalla finestra filtrava un lieve chiarore e pensai che fosse l’alba. Mi alzai dal letto e guardai fuori. Nel cielo buio scintillavano le stelle più grandi che avessi mai visto. Era notte fonda. Quella luce proveniva dalla chiesetta, anzi, dalla finestra della sacrestia, che brillava come un sole multicolore. Era una luce intensa ma immobile, senza variazioni. Dunque, non poteva trattarsi di un incendio, e nemmeno della torcia elettrica di qualche intruso. E allora, che cos’era?

  Rimasi sveglio per il resto della notte, a guardare la chiesetta illuminata. Quando sorse il sole, quella luce misteriosa cominciò ad affievolirsi. Aspettai qualche ora, per prudenza, prima di andare a vedere di che si trattava.

  La porta della chiesetta era chiusa, come l’avevo lasciata, e dentro non c’era nessuno. In sacrestia l’armadio era ancora aperto, e il lenzuolo giaceva sulla sua scatola di metallo. Nella penombra, la vecchia tela emetteva una lieve luminescenza. Rimasi a contemplarla, come ipnotizzato, finché quella luminosità non si spense del tutto. Uscii dalla chiesa e richiusi la porta, perplesso. Era già mezzogiorno.

  Dovevo sapere qualcosa di più sulla mia chiesetta e su quel lenzuolo. Forse il parroco del paese avrebbe potuto darmi qualche informazione. Questa volta, andai a piedi. La breve pedalata della sera prima mi aveva provocato una serie di fastidiosi doloretti, ai polpacci, alla schiena, e persino alla nuca, tanto per ricordarmi che non ero più un ragazzo.

  Era domenica, e nella chiesa sulla piazza si stava celebrando la Messa di mezzogiorno. Il celebrante era un giovanotto scuro di pelle, forse nordafricano. Pensai, con un certo disappunto, che un uomo così giovane, e di origine straniera, non avrebbe saputo dirmi molto sulla mia chiesetta. Però, frenando la mia impazienza, attesi la conclusione della Messa.

  Quando tutti i fedeli furono usciti, mi accostai al prete e andai subito al sodo: “Mi perdoni, padre, se la disturbo. Da qualche giorno sono venuto ad abitare nella casa sulla collina. Puoi dirmi, per mia curiosità, se la chiesetta che c’è sul mio terreno, secondo lei, presenta qualche  pregio artistico, o almeno un interesse storico?”.

 Mi rispose dopo una breve esitazione, e con una affabilità che mi parve studiata: “Benvenuto, mio caro parrocchiano. Spero di vederla spesso qui, almeno alla domenica. Perché vuole sapere se quella chiesetta ha qualche valore? Non vorrà demolirla, spero. I paesani le sono affezionati. Si dice che sia dedicata a un certo San Balinas, che però non esiste. So che certi vecchi del posto lo invocano ancora, nei momenti di sconforto. Ne ho persino parlato a Sua Eminenza, che mi ha consigliato di essere indulgente con certe piccole debolezze. Secondo lui, il nome di Balinas è una deformazione popolare di Apollonio, o magari di Apollonia, ma non ha saputo dirmi altro. Però le consiglio di rispettare quella povera chiesetta, se non vuole farsi odiare dalla gente del posto”.

  Parlava molto bene l’italiano, persino con una lieve inflessione dialettale. Ne dedussi che il giovane prete non doveva essere affatto “straniero”, come avevo pensato. Lo ringraziai e lo salutai, con la promessa che avrei assistito alla Messa... qualche volta.

   In realtà, non ne sapevo più di prima. Pensai che forse nel paese c’era uno di quegli oscuri eruditi di provincia che conoscono tutte le tradizioni locali, e avrei potuto consultarlo. Oppure avrei cercato informazioni nella biblioteca pubblica, se ne esisteva una. O magari in Municipio... Però non avrei parlato a nessuno della luce che avevo visto. In un paese così piccolo, la fama di matto mi sarebbe rimasta appiccicata addosso per sempre. 

  Così rimuginando mi ritrovai a casa, dove mi misi a tavola e consumai le provviste che mi ero procurato la sera prima. Ero quasi astemio, e un bicchiere di vino bastò a rendermi euforico. Dopo il secondo bicchiere, mi sentivo un leone. Allora assunsi una decisione eroica. Avrei risolto da solo quel mistero. Prima del tramonto, sarei entrato nella chiesetta, per passarci la notte e scoprire il segreto di quella luce arcana. Si trattava certamente di un fenomeno naturale, per quanto insolito. Forse, se  fossi riuscito a svelarlo, sarei diventato famoso, avrei concesso interviste a pagamento ai giornali e alla televisione, avrei scritto libri...

   Verso le cinque del pomeriggio, mi resi conto di essere troppo eccitato per aspettare il tramonto. Per rinfrancarmi, scolai la mezza bottiglia di vino che mi era rimasta. Poi entrai nella sacrestia portando con me una sedia, una coperta, una lampada e persino un coltellaccio da cucina. Sistemai la sedia accanto alla porta della sacrestia e mi disposi a una lunga attesa.

  Mentre le ore passavano, la mia determinazione si indeboliva a poco a poco, come l’effetto del vino che avevo bevuto. Si affievoliva anche la luce solare che entrava dalla finestrella della sacrestia, e il lenzuolo stregato cominciava ad assumere una fosforescenza che diveniva sempre più intensa. Invece di scappare, mi avvolsi puerilmente nella coperta, come per proteggermi da  un ignoto pericolo.

   Osservavo quella luce, ma continuavo a non sapere niente della sua origine e natura. Pensai di sottoporre il lenzuolo a una serie di esami chimici e fisici. Ma a chi mi sarei potuto rivolgere, per quelle analisi, senza tradire il segreto che volevo conservare per me?

  Era ormai notte fonda, e la luce era divenuta abbagliante, quando udii un lieve rumore di passi. Nella sacrestia entrò una persona alta e snella. Indossava una tuta nera, e il suo viso era nascosto da un passamontagna. Teneva in mano una torcia elettrica spenta. Si guardò attorno ma non mi vide, perché stavo in un angolo buio, all’ombra della porta della sacrestia che avevo lasciato spalancata.

  Si accostò all’armadio e contemplò il lenzuolo luminoso, in silenzio. Poi si tolse il passamontagna e cominciò a mormorare qualcosa, che forse era una preghiera. Allora lo riconobbi. Era il prete del paese. Quando ebbe finito di pregare, prese il lenzuolo e lo ripiegò con cura. Da una tasca della tuta, tirò fuori un sacchetto bianco, evidentemente per riporvi il telo e portarlo via.

   Non potevo lasciarmi derubare di qualcosa che poteva avere un certo valore. Sempre imbacuccato nella mia coperta, balzai in piedi dalla sedia con un urlo, che mi sforzai di rendere terrificante per quanto possibile, brandendo il coltellaccio. Approfittando della sorpresa, strappai il lenzuolo dalle mani del prete e corsi fuori dalla chiesetta, lasciando cadere la coperta e il coltello. Tra le mie mani, il telo palpitava di una luce solare.

   Volevo chiudermi in casa, ma avevo percorso soltanto pochi metri quando dai cespugli che circondavano la chiesa saltarono fuori alcuni uomini, anche loro con i volti coperti. Dunque, il prete non era arrivato lì da solo. Fui sopraffatto e trascinato in casa, dove gli energumeni, che erano quattro, mi presero il lenzuolo luminoso e mi legarono a una sedia. Stranamente, invece di fuggire con il loro bottino, deposero delicatamente il telo sul tavolo e parlottarono a bassa voce tra loro.

  Dopo un minuto entrò anche il prete, trafelato e a viso scoperto. Uno dei miei sequestratori gli domandò: “ E adesso, padre, che ne facciamo di lui?”.

  Il prete rispose semplicemente: “Diciamogli tutto. Non abbiamo scelta. Scopritevi il viso anche voi”.

  I quattro ubbidirono. Riconobbi uno di loro. Era l’oste che mi aveva servito la cena. Gli altri potevano essere tre suoi avventori della sera prima, ma non ne ero sicuro, perché in quella occasione non li avevo osservati con particolare attenzione. Fui colpito dalle loro facce contrite, e ne trassi la consolante impressione che forse non mi avrebbero fatto la pelle.

  Il prete si rivolse a me, che ero ancora legato alla sedia: “Caro signore, le spiegherò tutto e confido che capirà le nostre ragioni. La reliquia che è lì sul tavolo si trova nel nostro paese da molti secoli. Il santo di cui quel telo reca l’immagine era un pagano di nome Apollonio, nato a Tiana, in Cilicia. Sì, era un pagano, ma pienamente degno della salvezza eterna per la nobiltà  dei suoi sentimenti e costumi,improntati agli insegnamenti di Pitagora. Era ormai centenario, quando entrò in un tempio di Efeso, accompagnato da un sacerdote del luogo. Una vampata di fuoco scese dall’alto e avviluppò Apollonio, che si avvolse nel suo mantello di lino, come per proteggersi. Quando quella fiamma  si spense, sul pavimento marmoreo era rimasta soltanto la veste di Apollonio, con impressa l’immagine del suo corpo. Al tempo di Giustiniano, questa reliquia fu portata a Bisanzio e custodita nella chiesa di Santa Sofia. Molti secoli dopo, durante la quarta Crociata, il sacro lino fu trafugato da un soldato di Bonifacio del Monferrato. Il soldato portò la reliquia in questo paese, dove era nato. Da allora, alla reliquia furono attribuiti molti eventi prodigiosi, ma gli annali ecclesiastici non ne recano traccia”.

  Tacque per un momento, e poi soggiunse: “Questo telo è lo spiraglio verso un Aldilà radioso, da cui Apollonio tornerà per portarci tutti con sé. Io l’ho saputo dal vecchio parroco di cui ho preso il posto, un anno fa, e a mia volta ne parlerò al sacerdote che mi subentrerà. La tradizione dura da molti secoli, e non sarò certo io a tradirla”.

  Mi guardò intensamente, e concluse: “Ecco, figliolo, adesso sai tutto. Sei disposto a unirti a noi, per custodire e venerare il pegno di salvezza che Apollonio ci ha lasciato?”.

  Mi sentivo rassicurato dal suo tono mite. Ero persino blandamente divertito dal fatto che mi avesse chiamato “figliolo”, considerando che dovevo avere almeno il doppio dei suoi anni. Però, mentre la mia ansietà diminuiva, la mia irritazione cresceva.

  Agitandomi sulla sedia dove ero immobilizzato, replicai sferzante: “Ma voi siete matti! Apollonio e i suoi miracoli... Chi ci crede? E poi, come vi è venuto in mente di rubare quel lenzuolo soltanto adesso? Io non ne sapevo niente, e questa casa è rimasta vuota per un secolo. Dovevate aspettare il mio arrivo, per prendervi lo straccio? Tenetelo pure, se ci tenete tanto, ma decidetevi a slegarmi, o imbecilli!”.

   Questa volta, il prete mi parlò con la mia stessa durezza: “Figliolo, io ti ho confidato il nostro segreto, ma tu mi hai risposto con parole sprezzanti. Non sei degno di diventare uno di noi. I tuoi occhi sono ostinatamente chiusi a questa luce benedetta. Ti stai stolidamente arrovellando per cercarne spiegazioni razionali, invece di arrenderti all’evidenza del miracolo. Inoltre, hai profanato la reliquia con le tue mani impure. Nessuno di noi aveva mai osato toccarla. Adesso sai troppe cose e rappresenti un pericolo, ma non ti uccideremo. Apollonio era un apostolo di pace e d’amore e noi, suoi fedeli,  non vogliamo farti del male. Resterai qui, legato, senza cibo né acqua, in attesa che la Natura segua il suo corso. Anzi, ti lasceremo sul tavolo anche la santa reliquia. Apollonio deciderà la tua sorte. Torneremo a prendere il sacro lino, per riportarlo nella sua chiesa, tra qualche settimana o magari tra un mese. Non abbiamo fretta. Sappiamo che nessuno ti cercherà”.

   Poi quei cinque scellerati se ne andarono, con tutta calma. Il prete chiuse la porta, con la chiave che mi aveva preso da una tasca. Mi aveva portato via anche il telefonino, e persino un piccolo tagliaunghie che tenevo in un borsellino, perché non mi venisse in mente di usarlo per liberarmi. Così mi ritrovai solo, in compagnia del “sacro lino”, come l’indegno sacerdote lo aveva chiamato. La luce livida illuminava crudamente la stanza spoglia, le poche suppellettili, i ritratti di famiglia appesi alle pareti bianche.

   Cominciai a dibattermi per cercare di liberarmi, ma i nodi che mi immobilizzavano, invece di allentarsi, si stringevano sempre di più. Al collo avevo un cappio, legato alla spalliera della sedia, e se mi muovevo mi toglieva il fiato. Pensai che quei cinque fanatici si erano dimostrati troppo abili, almeno nel legarmi, per essere soltanto dei principianti nell’arte dell’omicidio. Forse tutti gli abitanti del paese erano affiliati alla setta di Apollonio. Mi sarei dovuto accorgere subito, infatti, che quella chiesetta era conservata fin troppo bene, per essere un edificio abbandonato da tanti anni. Evidentemente, i paesani l’avevano custodita e restaurata per secoli, con una cura tanto amorevole quanto discreta.

  Quando avevo tirato fuori il lenzuolo dall’armadio della sacrestia, la sua luce aveva rivelato il mio “sacrilegio” ai fedeli di Apollonio, che mi sorvegliavano a distanza. Proprio in un simpatico paesino, ero andato ad abitare! Trecento anime, e tutte quante dannate! Abbandonare la città per godermi la tranquillità della campagna era stata un’altra delle mie iniziative disastrose, e probabilmente anche l’ultima.

  A un certo punto, stremato, smisi di agitarmi, concedendomi un po’ di respiro per riflettere sulla mia triste situazione e cercare qualche idea per uscirne. Allora mi accorsi che la luce che colmava la stanza si stava come “raggrumando” fino a delineare una figura maestosa, che aleggiava sopra il lenzuolo. Era l’immagine di un uomo molto alto, che indossava una tunica bianca e aveva lunghi capelli fluenti. Dietro di lui, si intravedeva una confusa moltitudine di esseri altrettanto radiosi, che sembravano guardarmi. Dopo un attimo, quella visione celestiale si dissolse. Mi ritrovai all’aperto, in pieno giorno. Ero sulla mia collina, ma non c’erano più la casa, né la chiesetta. Anche la strada era scomparsa.

    Quando raggiunsi il luogo dove sorgeva il paese, trovai soltanto pochi ruderi sparsi. Allora cominciai a camminare, penosamente, in direzione della città. Per arrivarci, percorrendo a piedi quella che era stata l’autostrada, ormai ridotta a una striscia d’asfalto erosa dalle piogge, coperta di erbe alte e disseminata di arbusti, mi ci volle circa un mese. Sopravvissi cibandomi di frutti spontanei e di radici, soltanto per scoprire che della città restava uno spettrale ammasso di spezzoni di cemento e di acciaio, che si estendeva a perdita d’occhio e incuteva un’angoscia infinita.

                                  

                                                               * * *

  Ancora adesso, dopo tanti anni, non so che cosa sia accaduto. Posso soltanto supporre di essere andato a finire in qualche remota epoca di quello che per me era il Futuro, e che l’umanità si sia estinta da chissà quanto tempo. Credo che Apollonio, dal puro Empireo in cui si trova, al di là del Tempo e dello Spazio, sia intervenuto per salvarmi nel solo modo possibile, cioè sottraendomi al vecchio mondo che mi aveva reso povero e infelice. Si può essere poveri o ricchi, felici o infelici, fortunati o sfortunati, solamente nei confronti degli altri  e nella opinione altrui, ma io adesso sono libero e solo.

      

 

 


Una sindone pagana

2008. júl. 5. 2008. júl. 5. 19:46, Király Hédi, még nincsenek kommentek

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Una sindone pagana

  

 Tutti conoscono la Sacra Sindone di Torino, cioè il sudario su cui, come si crede, sarebbe rimasta miracolosamente impressa l’immagine di Cristo. Molti sono convinti della sua autenticità, mentre altri ne dubitano o la negano. Qualcuno ha osservato che, se l’aspetto di Gesù fosse stato davvero simile a quello dell’Uomo della Sindone, il traditore Giuda non avrebbe avuto bisogno di baciarlo per farlo riconoscere dai nemici che erano andati a catturarlo nel giardino di Getsemani, perché l’aspetto imponente e l’alta statura, insoliti per quei tempi e quei luoghi, lo avrebbero reso inconfondibile. Inoltre, il Vangelo di Giovanni parla di “lini” che avvolgevano il corpo di Gesù e di un “sudario” che gli era stato posto sul capo, mentre la Sindone costituisce un pezzo unico.

  Qui suggerisco una mia ipotesi, che però costituisce soltanto un “pretesto” narrativo, che mi ha ispirato il racconto Una chiesetta in collina (che si può leggere in italiano nel Blog allestito per me dalla mia corrispondente Hedvig). In questo racconto, immagino che in un piccolo tempio sconsacrato venga scoperta un’altra sacra immagine “acheropita”, cioè non dipinta da esseri umani, ma che si tratti di una  Sindone “pagana”. 

   Tornando alla Sindone di Torino, supponiamo pure che sia autentica, cioè che risalga davvero all’epoca di Gesù, cioè che non sia stata creata da qualche artista ignoto medioevale. Però, se l’Uomo della Sindone non è Gesù, ovviamente dobbiamo supporre che si tratti di un altro. Questo contemporaneo di Gesù potrebbe essere Apollonio di Tiana, una città della Cilicia già antica a quei tempi e oggi scomparsa.

   (Dalle dotte annotazioni di Dario Del Corno all’edizione del 1988 della “Vita di Apollonio” di Filostrato, apprendo che Tiana sorgeva presso l’attuale Kilisse Hissar, ma questa località non è segnalata dalle cartine della Turchia di cui dispongo,  che non indicano nemmeno l’ubicazione di Tiana, ammesso che ne siano rimaste almeno le rovine).

   Apollonio era un uomo straordinario. Fin da ragazzo, aveva mostrato una grande vocazione per lo studio, unita a una memoria prodigiosa e a una predilezione per gli antichi insegnamenti di Pitagora. Perciò viveva in povertà e castità, nella dieta e nel vestiario si asteneva da ogni sostanza che avesse avuto vita e disdegnava anche il vino. Vestiva di lino, portava scarpe di corda e non si tagliava i capelli, che erano biondi e fluenti. Condannava i sacrifici cruenti agli Dei. Asseriva che l’unico culto che era possibile tributare al Dio supremo era quello del silenzio e della preghiera interiore. Aveva il dono della profezia e gli veniva attribuito anche qualche miracolo. Viaggiatore instancabile, percorreva l’Asia Minore, la Grecia, l’Italia, l’Egitto, l’Etiopia, l’India, per visitare i luoghi sacri, parlare con i sapienti e i sacerdoti delle varie religioni, nell’intento di riannodare i fili di una antica tradizione comune, di cui già allora si era perduta la memoria.

  Non si sa quanto sia vissuto, forse cent’anni, o più probabilmente una ottantina. Anche all’eta di 80 anni, il suo viso rugoso conservava una austera bellezza. Una tradizione vuole che sia spento a Efeso, assistito da due ancelle, ma secondo un’altra versione sarebbe misteriosamente scomparso in un tempio che era andato a visitare, forse assunto in  cielo dagli Dei. A circa un secolo dopo, risale la celebre biografia di Apollonio scritta dall’erudito Filostrato per incarico di Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo.

  L’ultimo dei Severi, Alessandro, conservava una immagine di Apollonio con quelle di Gesù, Abramo, e di altri illustri personaggi, tra cui il mitico Orfeo. Può darsi che in quell’epoca abbia avuto inizio una certa “confusione” iconografica tra Apollonio e Gesù, perché l’aspetto che ancora oggi viene tradizionalmente attribuito al Nazareno sembra più confacente al Tianeo. Questo filosofo e asceta neoplatonico potrebbe dunque essere anche l’Uomo della Sndone.

  Qualcuno potrà giustamente obiettare che la Sindone di Torino reca impresse le tracce della Passione di Cristo, e quindi non può essere attribuita ad Apollonio. Però, come ho detto, la mia ipotesi costituisce soltanto lo spunto che mi ha ispirato un racconto di pura fantasia. La Sindone di “Una chiesetta in collina” non è quella autentica, ma un’altra, assolutamente immaginaria. Il racconto è ancora inedito. L’ho inserito nel libro Leggende e Fiabe, scritto con Roberta e Daniela Bertelloni di Pietrasanta, che ho inviato alla casa editrice EdiGiò (www.edigio.it),  ma non so ancora se sarà pubblicato.

                                            

 

 

 

 


Questo racconto è stato tratto da Storie della Baranya - Történetek Baranyából di Guido Tanca e Nagy Patrícia, pubblicato da Prospettiva Editrice (www.prospettivaeditrice.it), 2006.

 

UNA NOTTE SUI MECSEK

 

  Viaggiare è il mio lavoro e la mia vita. Sono una hostess, sempre in giro per il mondo. Quando ho qualche giorno di vacanza, mi metto nuovamente in viaggio. D'altronde, la nostra è l'epoca dei viaggi. Molti hanno visto le piramidi dell'Egitto e quelle del Messico, gli atolli del Pacifico e i grandi laghi americani. Però, se per gli altri viaggiare è un piacere, un'occasione di svago, per me è un bisogno vitale, una gradevole smania che non si placa mai, come se fossi perennemente assetata di nuove terre e nuovi cieli.

  Sì, sono smaniosa di godermi la incantevole varietà del nostro pianeta e dei suoi abitanti, prima che sia tardi. Quando le identità nazionali saranno dimenticate e le differenze tra uomini e popoli scompariranno in un marasma indifferenziato, quando dovunque si vedrà lo stesso anonimo assortimento di facce, quando dappertutto si mangerà e si vivrà in un unico modo, spero che i viaggi interplanetari saranno divenuti comuni, e che mi sarà possibile visitare altri mondi, come adesso si va a New York o a Manila.

  Eppure, nonostante questa mia passione per i viaggi, l'esperienza più bizzarra della mia vita non si è verificata in qualche località esotica, ma proprio nel mio Paese, in questa buona, vecchia Ungheria.

  Stavo affrontando le varie tappe dell'esame di assunzione per l'impiego di hostess, ed ero preoccupata perché le candidate ammesse agli esami erano circa quattrocento, mentre i posti disponibili erano soltanto dieci.

  Trovare un impiego, oggi, non è facile. E pensare che, una volta, tutti avevano un lavoro. Anzi, chi non lavorava era punito.

  Sapevo di avere qualche dote, ma la «concorrenza» delle altre ragazze mi sembrava temibile. Ignoravo il loro livello culturale, ma molte erano davvero belle, e nel nostro lavoro anche l'aspetto fisico ha una certa importanza.

  Avevo già superato le prove preliminari, ma mi attendeva l'esame più difficile, cioè la traduzione istantanea da lingue straniere in ungherese e viceversa. Una mia piccola chance era costituita dalla conoscenza dell'italiano, oltre che dell'inglese e del tedesco. Infatti, l'inglese è parlato ormai da tutti, e la conoscenza del tedesco è altrettanto comune qui da noi, ma sono relativamente pochi quelli che sanno l'italiano. Tuttavia la mia conoscenza di questa lingua, sebbene sufficiente per farmi capire e per sostenere una conversazione elementare, non era certamente perfetta. Il mio «patrimonio lessicale» (insomma, il numero di parole italiane che sapevo) era piuttosto esiguo.

  Mancava ancora una settimana al giorno di quest'ultimo esame. Mi venne l'idea di appartarmi un po' dal mondo e di portare con me qualche libro in lingua italiana per leggermelo in santa pace. Restare a Budapest non mi conveniva. Certamente i miei amici, maschi e femmine, mi avrebbero cercata ogni giorno, come sempre, e non mi avrebbero consentito di studiare. Mi sembrava di vedere i loro occhi imploranti, e il coro delle loro voci suadenti: «Orsolya, che fai in casa? Su, esci, Orsi, vieni con noi! Andiamo a divertirci, Orsolyaaa!». Come avrei potuto resistere?

  Già avevo rischiato di non presentarmi nemmeno all'esame preliminare, perché una nevicata tardiva e l'insistenza degli amici mi avevano indotto a concedermi una giornata di svago con lo slittino. Il risultato era stato un incidente, che non aveva avuto gravi conseguenze, a parte il fatto che mi si erano dolorosamente spellati i glutei e così, il giorno dopo, per le due ore dell'esame scritto, avevo continuato ad agitarmi sulla sedia come se fosse rovente. Ogni tanto mi sfuggiva anche un lamento o un gridolino. Per mia fortuna, non era presente lo psicologo con cui avevo già sostenuto un colloquio, altrimenti il mio comportamento lo avrebbe allarmato.

  Quella volta mi era andata bene, ma non volevo più correre simili rischi, proprio adesso che il traguardo era vicino.

  Inoltre avevo in casa parecchi libri italiani, che non ero ancora riuscita a leggere, per mancanza di tempo e di voglia. Mi erano stati spediti da un mio corrispondente milanese, un tipo bizzarro, a giudicare da quanto raccontava di sé. Dalle sue lettere, pareva che passasse dormendo quasi tutto il suo tempo libero. Me lo immaginavo vivace come un bradipo e grassoccio come una marmotta che si prepara al letargo invernale. E che libri strani mi mandava! Opere di Scienze parallele, di Medicine alternative, di luoghi leggendari e di animali fantastici. Però volevo leggerli. Ma dove?

  Allora mi ricordai di zia Zsuzsanna, una sorella di mia madre, ma molto più anziana di lei. Da qualche anno questa zia, una insegnante in pensione, era andata a vivere nel Meridione, a Pécs. Aveva un piccolo appartamento nel centro della città, ma disponeva anche di una casetta dalle parti di Pécsvárad, un paese a oriente di Pécs, sulle pendici meridionali dei monti Mecsek, dove questi raggiungono la loro massima altitudine, che è poi di 700 metri circa. Qui mia zia trascorreva le settimane più calde dell'estate magiara.

  La ricordavo come un'anziana signora taciturna, di aspetto fragile, che forse mi voleva bene, a modo suo, ma non si era mai affannata per dimostrarmelo, nemmeno quando ero piccola. Certamente, però, non mi avrebbe negato una temporanea ospitalità nella sua casa di campagna, che adesso era disabitata.

  Avevo visto quella casetta solo dall'esterno, qualche anno prima. Stavo andando con i genitori a passare l'estate in Dalmazia e avevamo fatto una deviazione per salutare la zia.

  (Bellissima anche la Dalmazia, con le innumerevoli isole che le fanno corona. Se non fosse tanto vicina a Budapest, a cinquecento chilometri o anche meno, mi piacerebbe ritornarci, qualche volta).

  La zia non aveva telefono, e non avevo tempo per scriverle. Mandarle un telegramma sarebbe stato assurdo. L'avrei spaventata inutilmente. Potevo andare a trovarla e informarla del mio desiderio di starmene per qualche giorno nella sua casa di campagna.

  Ne parlai a mia madre, che non ebbe nulla da eccepire, anche perché sapeva che sarebbe stato inutile. «Fai come vuoi, Orsi, ma mi raccomando, non dare passaggi in auto, non fidarti di nessuno, non accettare niente da bere o da mangiare». Insomma, le solite raccomandazioni di tutte le madri del mondo.

  Io le risposi di salutare mio padre, e caricai i libri con poco altro bagaglio sulla mia automobilina. Era una vetturetta italiana, comperata usata, che aveva la mia età. Me l'aveva regalata mio padre l'anno prima, per il mio diciottesimo compleanno, ed era stata oggetto di invidia per tutti i miei compagni del liceo.

  Così, partii, valicai i monti Mecsek e giunsi a Pécs in un paio d'ore, dopo avere fatto anche una sosta per mangiare qualcosa. Arrivai a casa della zia all'ora «giusta», secondo me, cioè troppo tardi per pranzare e troppo presto per cenare. Volevo dare il minor disturbo possibile alla mia anziana parente. Si mostrò blandamente sorpresa del mio arrivo inatteso, mi chiese notizie dei mie genitori e mi offrì un tè con i biscotti.

  Quando le parlai del mio desiderio di diventare una hostess, non dimostrò un eccessivo entusiasmo, ma quando le dissi che volevo starmene per qualche giorno nella sua casa la vidi trasalire lievemente. Rimase silenziosa per qualche minuto, poi si alzò e andò a prendere la chiave, che mi diede. Allora la ringraziai e ci salutammo, ma quando ero ormai uscita dal suo appartamentino di zitella e stavo già scendendo per le scale, prima che sparissi dalla sua vista mi chiamò.

  «Orsolya...».

  «Sì?».

  Nuovamente mi parve di intuire un'ombra di apprensione sul suo viso, abitualmente imperturbabile.

  «C'è qualcosa che non via, zia?».

  «Orsolya, quando sarai là, chiudi bene le porte e le finestre, prima che sia sera, e non aprire a nessuno».

  Ero meravigliata: «Sì, zia. Non preoccuparti. Vado là per leggere e studiare. Nessuno dei miei amici mi cercherà laggiù. Nessuno entrerà in quella casa, oltre a me. Ciao, e ancora grazie».

  Strana, questa preoccupazione di zia Zsuzsanna. Allora mi voleva bene, più di quanto avesse mai dato a vedere? Ma si preoccupava per me, o per l'integrità della sua casetta? Preoccupazioni comunque vane, le sue. Sapevo che laggiù sarei stata tranquilla: anche troppo, per i miei gusti.

  Ripartii, verso oriente. La mia visita era durata un'ora, o forse meno.

  Dopo una ventina di minuti, stavo già portando il mio scarso bagaglio in quella casetta di legno, dipinta di verde. Mi ero portata da casa qualcosa da mangiare, un po' di salamini, scatolette di manzo e di tonno, perché non volevo fare acquisti in paese, dove avrei certamente fatto amicizia con qualcuno, e il mio proposito di leggere e studiare sarebbe miseramente naufragato.

  Mi guardai in giro. Tutto era come lo ricordavo. Le montagne boscose, il paese a circa un chilometro, il giardino incolto, ma coperto di fiori spontanei. Nell'erba notai una grossa pietra, tondeggiante e coperta di muschio, che sembrava collocata ad arte, come in certi giardini orientali. Forse la zia l'aveva fatta portare lì da qualcuno. L'altra volta non l'avevo vista, forse perché era nascosta dall'erba, più alta, oppure perché non c'era ancora.

  L'interno consisteva di un'unica stanza, che una sapiente sistemazione dei mobili suddivideva in diversi ambienti: c'era il soggiorno, il letto, un angolo riservato alla cucina, e una cabina con un piccolo bagno. L'insieme mi parve gradevole e stranamente «giovanile».

  Vidi anche uno scrittoio con sopra qualche libro, uno dei quali era ancora aperto, come se la zia lo avesse dimenticato lì dall'estate prima. Incuriosita, gli diedi un'occhiata. Sorpresa! Era la raccolta delle profezie di Nostradamus. Non avrei mai detto che la zia si dilettasse, o si angustiasse, di simili letture. Era un'edizione economica, ma impreziosita da riproduzioni di stampe d'epoca, che mi sembravano un po' buffe.

  Il libro era aperto alla pagina che recava una profezia di cui si era parlato qualche tempo prima, quella relativa a un grande re del terrore che sarebbe disceso dal cielo. Inutile dire che non si era avverata. Però nelle parole oscure e contorte di quel libro c'erano sprazzi di autentica poesia, d'altronde noti a tutti.

  «Solo, nella notte profonda, seduto sul seggio di rame… Un fremito mi percorre le vene e le vesti... Splendore divino. Il divino si siede accanto a me».

  Gli altri libri della zia parlavano di argomenti analoghi, che considero poco congeniali alla mentalità ungherese in generale, e meno ancora alla mia. C'era persino qualcosa in polacco, una lingua che non conosco affatto. Però so qualche parola di russo, che è della stessa famiglia slava, e mi parve di capire che quel libretto parlava di una pietra insolita, forse radioattiva, che era stata  nascosta in una cripta a Cracovia.

  Tra le pagine del libro c'era anche il ritaglio di un giornale tedesco, senza data, che parlava di una pietra «vampira», trovata in un fiume siberiano. Era un sasso che sembrava sottrarre forza vitale agli scienziati che lo studiavano, e che venivano colpiti da vertigini e malori di vario tipo. La notizia era riferita con ironia.

  Strana coincidenza, però. Avevo portato libri bizzarri, e altri ne trovavo qui. Era come una di quelle vecchie trame romanzesche, dove i diversi frammenti di un medaglione, dispersi per il mondo, alla fine combaciano, e consentono di riunire fratelli e sorelle separati dalla nascita. Ma qui non c'erano trame. Era un caso.

  Stava facendosi sera. Fedele alla promessa fatta alla zia, chiusi la porta e le finestre. Rinunciai alla luce del giorno che languiva e optai per quella elettrica, che era però altrettanto fioca.

  Mi chiusi in casa con qualche rimpianto, perché l'aria era fresca e profumata, ma avrei avuto a mia disposizione il mattino, e tutti i giorni seguenti, per goderne. E poi, dopo avere letto qualcuno di quei libri e avere imparato almeno... be', diciamo duecento nuove parole italiane, avrei potuto anche concedermi un giretto in paese, prima di partire.

  Nella stanza c'era poca luce. Ricordai che l'energia elettrica era fornita, grazie a una dinamo, da un piccolo corso d'acqua che scorreva poco lontano, nascosto tra gli alberi. Però c'era anche una lampada da tavolo, sullo scrittoio, e la accesi. Disegnava un alone rossastro attorno alla figura di Nostradamus, effigiato sul libro della zia. Quella figuretta adesso sembrava in rilievo, quasi viva. Ne ero affascinata.

  Cominciai a leggere quel libro, dall'inizio, assaporando il gusto aspro di quelle parole oscure. Intanto passavano le ore, ma non me ne accorgevo, e non sentivo né stanchezza né fame.

  Arrivai infine a quel famoso vaticinio, di cui i giornali avevano tanto parlato l'anno prima, e che poi non si era avverato. Parlava di un re del terrore che sarebbe disceso dal cielo.

        Mi colse un'idea improvvisa. «Chi ha detto che la profezia non si è avverata?».

  In realtà, Nostradamus aveva previsto un evento misterioso e tremendo, ma non aveva mai detto che il mondo se ne sarebbe accorto subito.

  Pensai: «Anche un re del terrore (e nella storia ce ne sono stati tanti) quando viene al mondo è soltanto un bambino. Già, ma nessuno di loro era sceso dal cielo».

  Da molte ore, ormai, ero perfettamente sola. I miei sensi si erano acuiti. Allora cominciai a sentire quel suono. Era come un respiro lontano, lieve eppure - come dire? - ampio, possente, pervasivo, e la casetta di legno sembrava respirare anch'essa, all'unisono.

  «Il mare», pensai. «Incredibile. Il mare della Dalmazia mi chiama».

  No, non poteva essere il mare, distante più di trecento chilometri. Mi alzai, socchiusi una finestra e guardai fuori. C'era la luna piena. Trasalii, vedendo la grossa pietra coperta di muschio, perché per un attimo mi era parsa una pantera accovacciata, pronta a balzare su una preda.

  Tutto era tranquillo, ma udivo sempre quel grande respiro, carico di presagi. Che cosa poteva essere? Forse un preannuncio di alluvioni, terremoti, o chissà quali altre catastrofi? Che cosa si stava furtivamente muovendo, nell'immenso mondo là fuori, addormentato?

  Avevo paura. Rimasi sveglia per tutta la notte. Al mattino, raccolsi le mie poche cose, i libri e le cibarie che mi ero inutilmente portata dietro, e le caricai sulla mia fedele macchinetta. Potevo studiare meglio a casa mia. Certamente gli amici mi avevano già cercata invano e si erano rassegnati a non vedermi per un po'. Potevo stare tranquilla. Però mi vergognavo di quella mia infantile paura, fatta di niente.

  «Tutta colpa di una stupida pietra», pensai, e le diedi un'occhiata. Allora mi spaventai davvero, perché non la vidi.

  «La pietra non c'è più!».

  Ripartii alla svelta, senza più voltarmi indietro. Quando arrivai a Pécs, passai dalla zia per restituirle la chiave. Appena mi vide, mi domandò semplicemente: «Lo hai sentito anche tu, quel suono? E la pietra, l'hai vista?».

  «Ma perché non mi hai detto niente, zia?».

  Una risatina secca e nervosa: «Non te l'ho detto perché non mi avresti creduto nemmeno tu. Avresti pensato che ero gelosa della casetta e che non volevo darti la chiave. Non l'ho detto a nessuno. La gente non è molto comprensiva con chi sente rumori misteriosi e vede le pietre andare in giro da sole. Soprattutto qui da noi. Siamo gente pragmatica, poco incline alle fantasie».

  «Ma sai che cos'è?»

  «L'estate scorsa ho interrotto il mio soggiorno laggiù e sono tornata qui in città, per cercare qualche informazione alla biblioteca dell'università, ma inutilmente. Soltanto in una libreria internazionale ho trovato un opuscolo, scritto da un polacco, che parla di una pietra leggendaria, ma quella è una specie di reliquia, considerata benefica. In ungherese non c'è niente, perché noi non crediamo a queste cose».

  «Zia, quel libro l'ho visto. Dunque hai avuto il coraggio di ritornare là, l'estate scorsa? Ma come fai a restare così calma? Quella cosa può essere pericolosa, e c'è un paese, là vicino».

  «Orsi, adesso nessuno ci crederebbe. Quando ci sarà pericolo, nessuno potrà più fare niente. Non pensarci».

  Non osai chiederle altro.

  Al mio ritorno a Budapest, trovai una lettera del mio corrispondente milanese. Tra diversi altri argomenti, stranamente, mi parlava anche di una pantera nera che era stata vista un po' dappertutto, in Italia. C'era chi dubitava della sua esistenza, ma qualcuno ne aveva avuto danni. Tra questi, il gestore di un'oasi naturalistica, uno «zoo aperto». Una belva misteriosa, durante la notte, aveva saltato una palizzata alta due metri, aveva ucciso un'istrice gigante che pesava settanta chili, e le aveva rapito i cuccioli, presumibilmente portandoli in bocca (e dove, se no?) al di là del recinto.

  Da allora seguo con una certa attenzione le notizie di questo genere, che trovo sui giornali stranieri quando sono in viaggio, ma non so che cosa pensarne.

  Sembra che un essere fornito di zanne affilate come rasoi si aggiri nel vasto mondo sempre più abbandonato dagli uomini, che si rinserrano nelle città, braccati da un terrore che non osano confessare: un essere capace di macellare una mandria di mucche o un branco di cavalli senza versarne neppure una goccia di sangue.

  Io posso soltanto supporre che una forma di vita «aliena» sia scesa dal cielo sotto forma di una pietra, in un'estate di qualche anno fa, e che di notte si animi e percorra le regioni solitarie. Forse si è riprodotta, e perciò sarà sempre più facile vederla, in luoghi lontanissimi tra loro. Forse ha assunto l'aspetto di una pantera perché è il più idoneo alle condizioni ambientali che predilige, ma altrove potrà sembrare un lupo, un leone o un gorilla, oppure assumere sembianze umane, secondo i casi. Non spingo oltre le mie profezie, perché non pretendo di emulare Nostradamus.

  Ammesso che a qualcuno interessi questo dettaglio biografico, desidero soggiungere che il mio esame per diventare una hostess è andato molto bene, nonostante tutto. 








 


LA RICERCA DI FERENC

 

  Ho conosciuto Ferenc per caso. A quel tempo, i miei genitori avevano accolto nella nostra casa di Debrecen una parente di mia madre. Io conosco questa parente da quando ero bambina e l'ho sempre chiamata «zia Erika», ma non ho mai capito quale grado di parentela mi leghi a lei. Mia madre ha cercato di spiegarmelo più di una volta, ma a un certo punto del suo discorso io mi smarrivo nei rami del nostro albero genealogico e rinunciavo a seguirla. «Zia» si dice néni (o nagynéni, cioè «zia grande»), ma nel linguaggio infantile néni può significare semplicemente «signora».

  Erika, da alcuni mesi, soffriva di disturbi della memoria. Era una donna piacevole, di aspetto giovanile, che aveva sempre goduto di un'ottima salute e fisicamente continuava a sentirsi bene. Perciò non aveva alcuna intenzione di farsi visitare da un neurologo o da uno psichiatra, se poteva evitarlo. Pensava che la natura del suo malanno fosse emotiva o psicologica. Infatti aveva perso il lavoro con la fine del socialismo e non ne aveva più trovato un altro, a parte qualche impiego provvisorio. Era andata ad abitare presso un fratello, più giovane, che però cominciava a dare qualche segno di fastidio per quella convivenza, perché frequentava una ragazza e progettava di portarsela a casa.

  Erika aveva chiesto a mia madre di ospitarla per qualche tempo, perché pensava che da noi si sarebbe sentita serena, «protetta», e avrebbe potuto vedere se il suo disturbo era destinato ad alleviarsi oppure no. Mia madre, che le era affezionata, aveva accettato volentieri. Mio padre, pur con minore entusiasmo, si era adattato a questa situazione temporanea.

  In realtà, il disturbo di Erika era davvero insolito. La zia, infatti, non riconosceva le facce della gente, ma credeva di riconoscerle. Io stavo per laurearmi in Economia e non sapevo niente di questioni mediche, ma la mia preoccupazione per Erika mi aveva indotto a fare qualche ricerca. Così, consultando la letteratura scientifica, avevo scoperto che esiste una malattia, chiamata «prosopoagnosia», che non consente a chi ne è colpito di riconoscere le facce. Questi malati non riconoscono nemmeno le proprie mogli, come se non le avessero mai viste.

  A Erika, però, succedeva il contrario. Lei, infatti, credeva di conoscere gente che non aveva mai incontrato prima. Qualunque faccia le sembrava quella di un amico, di cui aveva dimenticato tutto, ma che le era stato molto caro. Provava l'impulso di abbracciarlo e di chiedergli notizie. Perciò non voleva più andare in giro da sola. Quando le veniva voglia di uscire, di solito l'accompagnavo io, tenendola per mano. Lei non alzava mai la testa, per non vedere in faccia i passanti.

  Proprio nel corso di quelle passeggiate con Erika, posso dire di avere veramente «visto» la mia città. Mi sono resa conto che, fino ad allora, ero uscita di casa soltanto per andare in qualche posto. Invece, andando a spasso con la mia stralunata parente, ho scoperto che Debrecen, capoluogo della contea di Hajdú-Bihar, è una bella città. Mi dispiace che i manuali per i viaggiatori la descrivano come un posto poco interessante, che non merita una visita. Ammetto che è piuttosto austera. Un tempo, contendeva alla svizzera Ginevra il titolo di «Roma calvinista», quando la Turchia, dopo avere stabilito la propria egemonia sul popolo ungherese, fomentava sentimenti anti-austriaci e anti-cattolici, favorendo le dottrine  protestanti, di cui Debrecen era il centro più vivo.

  Ancora oggi, un certo spirito calvinista sopravvive in questa città e nella mentalità dei suoi abitanti. Però ha bei monumenti, belle chiese, musei, gallerie d'arte, e anche i suoi luoghi di svago.

  Io ho scoperto tutto questo, proprio in quei lunghi e pigri pomeriggi trascorsi in giro con Erika.

  Un giorno stavamo appunto andando a passeggio quando mia zia, che fino ad allora aveva tenuto lo sguardo fisso al suolo, ha alzato gli occhi e ha visto due persone che ci venivano incontro. Allora ha lasciato la mia mano e prima che io potessi trattenerla è corsa incontro a quei due, come se fossero amici fraterni  che rivedeva dopo anni. Si trattava di una donna di mezza età e di un giovanotto. Mia zia si è rivolta alla donna con parole affettuose, abbracciandola e giungendo a baciarla sulle guance.

  La sconosciuta, che evidentemente era una persona buona e dotata di una grande prontezza di spirito, ha capito la situazione ed è stata al gioco, forse commossa dal mio sguardo confuso e implorante.

  Mentre Erika e l'altra donna si scambiavano effusioni, il giovanotto si è fatto avanti con una certa spavalda timidezza, e mi ha detto proprio così: «Queste due  si baciano di gusto, e noi... niente?».

  Nel mio imbarazzo, ho trovato divertente questa osservazione, e ho guardato con maggiore attenzione il giovanotto. Era alto, snello, vestito con una trascurata eleganza, senza alcuna concessione a certe stramberie che sono di moda nelle grandi città. Insomma, mi ha ispirato fiducia. Io non lo sapevo ancora, ma quel giovane era Ferenc, che stava accompagnando sua madre da un notaio, per una questione di famiglia.

  Dunque, Ferenc mi è stato subito simpatico. Abbiamo cominciato a parlare tra noi e ci siamo comunicati i rispettivi indirizzi, con la promessa di rivederci. Da quel giorno, quasi ogni pomeriggio, quando stavo per uscire con la zia telefonavo a Ferenc e andavamo a passeggio insieme, tutti e tre. Erika, in mezzo a noi due, ci teneva entrambi per mano.

  Ferenc era uno studente di belle arti, ma era soprattutto un sognatore. Lo ossessionava la ricerca della Bellezza, una ricerca che lui considerava disperata, impossibile. Qui propongo una silloge delle sue argomentazioni preferite, come le ricordo io.

  «Ogni bellezza è preclusa alla nostra epoca infelice, perché la bellezza, come la saggezza, è un corollario della volontà di vivere. La Bellezza è una prerogativa della Vita. Invece questa vecchia e stanca Europa, ormai, ha poca vitalità».

  A volte si rivolgeva a me: «Non lo credi anche tu, Krisztina? Allora prova a pensare, per esempio, a Venezia, che è considerata una delle città più belle del mondo. Ebbene, una nuova Venezia non potrebbe mai sorgere. Sarebbe una brutale violazione di un ambiente palustre di incomparabile pregio, un oltraggio agli equilibri ecologici, il trionfo dell'abusivismo edilizio e così via. Inoltre, gli antenati dei veneziani si erano rifugiati sulle isole della laguna per sfuggire alle invasioni barbariche. Dunque erano xenofobi, contrari a ogni dialogo con persone di cultura diversa dalla loro e insensibili al fascino di una società multietnica».

  Oppure diceva: «Il Colosseo, quell'edificio maestoso che è celebre in tutto il mondo, oggi non potrebbe mai essere costruito. Prima ancora di vederlo terminato, tutti si scaglierebbero contro quell'obbrobrio. Infine il sindaco si farebbe fotografare in una posa scultorea, tra gli applausi, mentre fa detonare una carica di esplosivo per distruggere quella bruttura. Lo stesso discorso si potrebbe ripetere per tutti i monumenti che l'antichità ci ha lasciato».

  A volte si abbandonava a considerazioni cosmologiche: «Secondo i criteri di oggi, l'universo intero, con tutto il suo splendore, non dovrebbe esistere. Pensate al sole e alle altre stelle. Il sole è una centrale termonucleare che inonda il nostro pianeta con un'infinità di radiazioni micidiali. Persino l'ossigeno che respiriamo era, in origine, un gas inquinante, una emanazione nociva dei primi organismi vegetali capaci di svolgere la funzione clorofilliana, responsabili del primo disastro ecologico nella storia della Terra».

  Erano monologhi che io ascoltavo volentieri, perché Ferenc mi piaceva. Quel ragazzo mi affascinava, perché era l'opposto di me. Adesso lavoro in uno studio professionale, e amo tanto la mia attività da non avere in mente nient'altro. Persino le ferie che sono costretta a prendere in estate mi pesano.

  Ricordo con nostalgia le mie vacanze da bambina, con i piccoli pionieri, perché il divertimento era inseparabile dal lavoro. Per esempio, andavamo a vendemmiare ed eravamo retribuiti. C'erano grandi centri di svago per i piccoli pionieri e per quelli più grandi, e in uno di essi c'era anche un treno. Ebbene, su quel treno i controllori erano bambini, pionieri socialisti.

  Sotto altri regimi politici, per ottenere un po' di attenzione, un ragazzo deve avere commesso qualche crimine o essere dedito alle droghe, divenendo così materia prima per la grande macchina della compassione organizzata. Si tratta di una politica che io non posso capire.

  Io sono come Debrecen, laboriosa, sobria, aliena da ogni stramberia, forse un po' scialba, ma per scelta e per vocazione. Dunque, non sono vanesia, però mi piace sentirmi ammirata. Provo lo stesso sentimento per Debrecen. Vorrei che tutti la giudicassero bella come sembra a me.

  Il mio unico svago, quando ho tempo per sognare, è quello di immaginarmi ricca e potente, come i sovrani e i mecenati del passato, e di dotare la mia città di opere d'arte, di edifici grandiosi, di giardini simili a quelli di Babilonia. Però non riesco a immaginare niente che possa ottenere un'ammirazione assoluta e senza riserve.

  Quindi, anche se Ferenc era tanto diverso da me, qualcosa in comune l'avevamo, ed era un sogno inappagato di Bellezza. Speravo che un giorno o l'altro mi avrebbe dichiarato il suo amore, ma il tempo passava e Ferenc non sembrava avere alcuna fretta di farlo.

  Solo al nostro primo incontro avevo visto nei suoi occhi quel «lampo» inconfondibile che si accende nello sguardo di un uomo, se incontra una donna che gli piace. Si tratta di una luce, di un «tac», che dura un attimo, ma che ogni donna riconosce subito, per un istinto atavico. Non c'è femmina, anche miope come una talpa, che non sappia riconoscere quell'impercettibile dilatarsi delle pupille maschili, da due metri di distanza e più, e non se ne rallegri intimamente.

  Dopo quel fugace segno di interesse, più nulla. Però io non disperavo, e ascoltavo con pazienza i soliloqui di Ferenc, assentendo con la testa e interloquendo di quando in quando, per dargli ragione.

  Infine, l'amara sorpresa. Mi sono svegliata un mattino, e la zia Erika non era in casa. Abbiamo trovato un laconico biglietto, sul comodino della sua cameretta, che era quella riservata agli ospiti: «Per favore, non preoccupatevi per me. Non sono mai stata così bene. Non cercatemi. Vi farò sapere. Grazie di tutto».

  Poco dopo è arrivata la telefonata della madre di Ferenc, ed era un messaggio di disperazione. Suo figlio se n'era andato, lasciando un biglietto simile a quello di Erika. Poi, trafelata, è arrivata a casa nostra, ci siamo consultate e abbiamo dedotto che i due erano scappati insieme. Evidentemente, avevano approfittato di qualche mio minuto di disattenzione per mettersi d'accordo. Mi consideravo tradita da tutti e due.

  Infine, abbiamo deciso di rispettare la loro volontà, almeno per qualche tempo. Erano entrambi maggiorenni, anche se Erika aveva circa quarant'anni di età e Ferenc ventiquattro appena.

  Io non ero mai stata veramente invaghita di Ferenc, perché le infatuazioni non appartengono alla mia natura, però mi sentivo offesa e amareggiata dal suo comportamento. Incuriosita, anche. Perché aveva scelto proprio mia zia? E dove potevano essersi rifugiati i due, che non dovevano nemmeno avere molti soldi con sé?

  Poi ci è arrivata una cartolina di Erika, un messaggio di «saluti e baci», che voleva essere rassicurante, da un paese della Baranya. Due giorni dopo, la madre di Ferenc ha ricevuto una seconda cartolina, scritta dal figlio e spedita da un altro paese di quella contea. Mi è venuto in mente che Ferenc mi aveva raccontato, una volta, che sua madre era proprietaria di una casetta in Baranya, ed era logico pensare che fosse andato lì.

  Ho deciso di accertarmene, l'ho detto ai miei genitori e sono partita, con la mia piccola automobile nuova, che avevo acquistato a rate, dopo avere ricevuto il mio primo stipendio. Infatti mi ero appena laureata e avevo trovato subito un impiego, grazie ai miei buoni voti e a certe conoscenze di mio padre.

  Pensavo di conoscere il nome del paese dove Ferenc si era nascosto, perché proprio lui me ne aveva parlato: «Gadány è il posto dove tutte le strade finiscono, o cominciano», aveva detto una volta, con una luce negli occhi. Mi aveva spiegato che Gadány è una delle alture attorno a Komló, una piccola città meridionale che si è molto sviluppata dopo la seconda guerra mondiale per le sue miniere, nel tempo lontano di Rákosi Mátyás. Laggiù le case costavano poco, perché dopo la chiusura delle miniere c'erano poche occasioni di lavoro e chi poteva andarsene lo faceva.

  Quando sono arrivata a Gadány, ho chiesto informazioni e ho rintracciato facilmente la casa che cercavo. Una siepe cingeva un vasto appezzamento di terreno, con un orto e un giardino. Ho spiato dalla siepe e ho visto un'altalena che pendeva da un grande albero. Su quell'altalena, si cullavano i due amanti. Sono stata combattuta tra il desiderio di andarmene e quello di sapere. Infine mi sono fatta avanti, sul sentiero ghiaioso.

  Al rumore dei miei passi, i due hanno alzato lo sguardo su di me. Subito Erika mi è corsa incontro, festante, ma la sua gioia  non significava niente, a parte il fatto che evidentemente non era guarita da quel disturbo. Dopo avermi abbracciata e baciata, si è accomiatata, evidentemente soddisfatta, con un cordiale: «Arrivederci, carissima» ed è tornata sull'altalena.

  Ferenc si è mostrato più cauto, ma non ostile. Le sue prime parole sono state banali, come se ci fossimo incontrati per una delle nostre passeggiate: «Ciao, Krisztina. Sono contento di vederti. Veramente, pensavo che saresti arrivata prima. Come vanno le cose? Come stai?».

  Ero indispettita, ma ho dissimulato la mia irritazione. «A casa stiamo bene, grazie. E voi? Come vivete qui?»

  «Qui stiamo benissimo. Ho detto ai vicini di essere un pittore di Debrecen, abbastanza affermato. Ho fatto il ritratto gratuitamente a molti di loro e mi hanno ricambiato con vettovaglie, inviti a pranzo e persino due galline ovaiole. Erika è simpatica a tutti, perché è molto espansiva. Ci siamo fatti aiutare per seminare la verdura nell'orto. In futuro, forse, mi cercherò un lavoro. Senza fretta, però».

  «Ma che cosa sei venuto a cercare qui? E come mai sei venuto con Erika?»

  Mentre noi parlavamo, la zia si dondolava sull'altalena con gioia infantile, lanciando gridolini festosi.

  «Krisztina, tu conosci il disturbo di cui soffre Erika. Ebbene, io non lo considero un disturbo, ma una dote. Sai come ero ossessionato dalla ricerca della Bellezza. Questa ricerca esige la capacità di estraniarsi dalla realtà contingente, di superare i dati sensoriali, immediati e brutali, che la realtà quotidiana ci impone. Cogliere la Bellezza significa trascendere il Particolare per assurgere all'Universale, all'Idea. Secondo me, Erika è capace di fare proprio questo. Non riconosce le facce perché qualsiasi volto, per lei, è il Volto. Vivendo con lei, io spero di carpire il suo segreto, per divenirle simile. Le sto insegnando a dipingere. Per il momento i suoi disegni sono ancora infantili. D'altra parte anche i rudimentali disegni dei bambini rappresentano tipi universali. Per un bambino, quando disegna, ogni albero è l'Albero, ogni gatto è il Gatto e così via. Spero che Erika riesca a conciliare l'intuizione infantile con una tecnica adulta. Così, anche se io non avrò successo come pittore, forse almeno lei ci riuscirà. So che ci vorrà tempo, ma che cosa è mai qualche anno, davanti all'Eternità?»

  «Ferenc, se volevi insegnare la pittura a Erika, non potevi farlo a Debrecen?»

  «Krisztina, io ho scelto la Vita. Non rimpiango qualcosa che ha dimostrato di non funzionare, ma nel tramonto del socialismo ho visto il preludio della fine generale della civiltà europea. Nell'Europa orientale le nascite sono diminuite e la durata della vita si è ridotta. Per esempio, si prevede che la popolazione russa scenderà di molti milioni di persone. Intanto, però, sono immigrati in Russia alcuni milioni di asiatici, soprattutto cinesi. Poiché un'analoga tendenza si registra nella "prospera" Europa occidentale, posso dedurne che la civiltà europea sta per estinguersi e che nessuno la rimpiangerà, come nessuno rimpiange il socialismo. In questa situazione di precarietà e di desolazione, non può più fiorire la Bellezza, che esprime una tensione vitale verso l'Assoluto e l'Eterno. Anche il senso morale, oltre a quello estetico, è destinato ad affievolirsi sempre di più, perché la nostra percezione del Bene e del Male è inquinata da un oscuro desiderio di estinzione». 

  * * * 

  La situazione mi sembra grottesca. Questo individuo sta discettando sui massimi problemi metafisici, sul futuro dell'Europa e del mondo, soltanto per giustificare il fatto che non ha alcuna voglia di studiare né di lavorare, e che ha requisito una casa che appartiene a sua madre, dove è scappato con quella deficiente di mia zia.

  Che cosa potrei dirgli? Che è assurdo preoccuparsi di questioni che sfuggono a ogni nostra possibilità di intervento? Ma dovrebbe capirlo anche da solo! Perciò mi limito ad ascoltarlo, senza rispondergli niente, mentre lui riprende il suo monologo. Una volta mi piaceva sentirlo parlare. Adesso, invece, non vedo l'ora che stia zitto. Ormai ho visto che lui e la zia stanno bene e non ho più motivi per trattenermi qui.

  Ferenc forse ha capito il mio stato d'animo, perché il tono delle sue parole si fa freddo e distaccato, come una vuota formula imparata a memoria e ripetuta automaticamente.

  «Sì, Krisztina, la nostra civiltà si estinguerà, perché ha violato una regola fondamentale della Vita, che è il differenziamento. L'evoluzione delle Specie consiste nella diversificazione delle forme viventi, e nella tensione verso una complessità sempre maggiore. Invece la Specie umana tende a una crescente uniformità, diventando un "sistema chiuso", fino al crollo finale. Si tratta della famosa "entropia" della Fisica, cioè del crescente disordine che si instaura appunto nei sistemi chiusi. Persino le popolazioni di batteri allevate in laboratorio si estinguono, se costituiscono un sistema chiuso, senza flussi in entrata e in uscita. Se si vuole che una popolazione sopravviva, bisogna consentirle di emigrare. Invece, in un mondo unificato, emigrare è impossibile. Quando ero a Debrecen, pensavo: "Forse l'Umanità può salvarsi formando una serie di sotto-insiemi reciprocamente comunicanti, abbastanza numerosi da costituire una buona approssimazione dell'Infinito. Migliaia di società indipendenti ma aperte, piccoli Stati oppure grandi Regioni, dovrebbero costituire su tutto il pianeta un mosaico, un arazzo vivente". Così pensavo, quando ero ancora tra voi. A un certo punto, però, mi sono detto: "Perché non portare questa idea alle sue logiche conseguenze? Perché non sognare un mondo di soli individui?". Quindi ho deciso di dare il mio contributo alla salvezza del mondo, e soprattutto alla mia. Così ho scelto la Vita, e sono qui. Ecco tutto». 

  * * * 

  Allora ho salutato Ferenc e la zia Erika, e sono tornata a casa. Ogni tanto ricevo una loro cartolina dalla Baranya. Scrivono che tutto va bene, ma non mi risulta che abbiano ottenuto quel successo che Ferenc sperava, nella pittura o in altri campi più meno artistici. Credo, però, che non gliene importi niente. In un mondo di soli individui, l'opinione degli altri è irrilevante. Forse è questa, la vera libertà. 


Guido Tanca - Nagy Patrícia, Storie della Baranya - Történetek Baranyából, Prospettiva Kiadó (www.prospettivaeditrice.it), 2006.

 

 

FERENC KERESÉSE

  

Véletlenül ismertem meg Ferencet, akkor, amikor szüleim befogadták anyám egyik rokonát debreceni otthonunkba. Már kislánykorom óta ismerem „Erika nénit”, de sohasem értettem, hogy milyen rokoni szálak fűznek hozzá. Igaz, Anyám többször próbálta elmagyarázni, de egy idő után nem ismertem ki magam a családfánk ágaiban, így letettem arról, hogy megértsem. A „zia” szót magyarul néninek mondjuk (vagy nagynéninek, vagyis „zia grande”), a gyerekek nyelvén viszont a néni egyszerűen nőt is jelenthet.

Erika akkoriban hónapok óta memóriazavarban szenvedett. Kellemes külsejű nő volt, fiatalos, mindig jó egészségnek örvendett, és fizikailag is jól tartotta magát. Éppen ezért nem szándékozott sem ideggyógyászhoz, sem pszichiáterhez fordulni, el akarta kerülni őket. Azt gondolta, memóriazavara érzelmi, vagy lelki eredetű. A szocializmus végével ugyanis elvesztette az állását, és nem is talált újat, leszámítva néhány alkalmi munkát. Az öccséhez költözött, később azonban zavarni kezdte a férfit az ottléte, mert barátnője volt, és tervezgette, hogy felviszi magához a lányt.

Erika ezután fordult anyámhoz, kérte, fogadja be őt egy időre, mert úgy gondolta, hogy nálunk gondtalannak, védettnek érezheti majd magát, így megláthatja, hogy baja enyhülni fog-e, vagy sem. Anyám kedvelte őt, ezért szívesen látta. Apám is, igaz már kisebb lelkesedéssel, de elfogadta ezt az átmeneti helyzetet.

Erika zavart viselkedése csakugyan szokatlan volt. A nagynéném ismeretlen embereket ismerősnek hitt. Végzős közgazdász voltam az egyetemen, így semmit sem tudtam az ilyen típusú betegségekről, de Erika iránt érzett aggodalmam rávett arra, hogy utánanézzek néhány dolognak. Tanulmányozni kezdtem az erről szóló orvosi írásokat, és rábukkantam egy betegségre a „prosopoagnosiára”; az ebben szenvedők nem ismerik föl az arcokat. A betegek még saját feleségüket sem ismerik fel, mintha soha nem is látták volna őket.

Erikával pont az ellenkezője történt. Ő minden emberről, akivel korábban nem is találkozott, azt hitte, hogy ismeri. Mindenkiben barátot látott, igaz velük kapcsolatban mindent elfelejtett, de tudta, hogy ezek az emberek fontosak számára. Késztetést érzett arra, hogy megölelje őket, érdeklődjön felőlük. Amikor sétálni támadt kedve, nem akart egyedül menni, általában én voltam az, aki kézen fogva elkísérte. Lehajtott fejjel jött mellettem azért, hogy ne is lássa a járókelők arcát.

Valójában e séták alatt ismertem meg a városomat. Gyakorlatilag addig nem sokat láttam a lakóhelyemből, csak akkor léptem ki az utcára, ha valahová el kellet mennem. Míg zavart elméjű rokonommal jártam a várost, rájöttem, hogy Debrecen, Hajdú-Bihar megye székhelye, szép. Sajnálom, hogy az útikönyvekben kevésbé érdekes városnak tüntetik fel, és egyáltalán nem ömlengenek róla, feltételezem azért, mert túlságosan egyszerű. Egy időben Debrecent Genf mellett, mint a „kálvinista Rómát” ismerték. A törökök miután megteremtették hegemóniájukat hazánkban, osztrákellenes, katolikusellenes érzelmeket tápláltak, előnyben részesítve ezzel a protestáns tanokat, melynek a legnagyobb központja Debrecen volt.

A kálvinista szellem még most is él az itt lakó emberekben. Sok szép emlékmű, templom, múzeum, galéria és számos szórakozóhely van ebben a városban.

Mindezt én csak akkor fedeztem fel, amikor Erikával hosszú délutánokat töltöttöm el sétával.

Egy nap a következő történt: elmentünk a városba, nagynéném, aki addig csak lesütött szemmel sétált mellettem, hirtelen fölkapta a fejét, és merően ránézett a szembejövő két emberre. Elengedte a kezemet, és még mielőtt vissza tudtam volna tartani, elkezdett a középkorú nő és a fiatalember felé futni, mintha régen látott barátok lettek volna. A nagynéném kedves szavakkal fordult a nőhöz, átkarolta és megpuszilta.

Az ismeretlen nő, aki nyilvánvalóan egy jóravaló ember volt, nagy lélekjelenléttel megáldva, megértette a helyzetet, és belement a játékba, talán csak azért, mert látta zavart és kérlelő tekintetemet.

Míg Erika és a nő szeretettel üdvözölték egymást, a fiú odalépett hozzám és szemtelen félénkséggel így szólt:

- Ők ketten ilyen örömmel puszilgatják egymást, és mi ketten semmit sem csinálunk?

Zavarba jöttem, de szellemesnek találtam ezt a megjegyzést, és jobban szemügyre vettem a fiút. Magas, vékony testalkatú volt, hanyag eleganciájú ruhájában egyáltalán nem úgy tűnt, mint akit befolyásolna a nagyvárosokban megszokott kirívó divatos öltözködés. Egyszóval bizalmat ébresztett bennem. Akkor még nem tudtam, hogy Ferencnek hívják, aznap az anyját kísérte el a közjegyzőhöz valamilyen a családjukat érintő ügy miatt.

Ferenc tehát első pillanatra szimpatikus lett nekem. Beszélgetni kezdtünk, majd címet cseréltünk a viszontlátás reményében. Attól a naptól kezdve majdnem minden délután, amikor készültem elmenni a nagynénémmel, telefonáltam Ferencnek, és hármasban indultunk el sétálni. Erika középen jött kézen fogva bennünket.

Ferenc szépművészetet tanult, álmodozó lélek volt. Teljesen hatalmában tartotta a szépség után való vágyakozás, ami számára lehetetlen és reménytelen volt. Most leírok néhányat kedvenc gondolataiból.

„A szépség gátolva van boldogtalan korunkban, mert a szépség, mint a bölcsesség az élni akarásnak az egyenes következménye. A szépség az élet sajátságos tulajdonsága, de ennek az öreg és megfáradt Európának már kevés életereje van.”

Néha felém fordulva így szólt: „Te nem így látod, Krisztina? Gondoljál csak például Velencére, amit az egyik legszebb városnak tartanak a világon. Nos, egy új Velence mégsem keletkezhetne. Ha mégis így lenne, az nemcsak egy ökológiailag páratlan értékű mocsaras terület kegyetlen meggyalázását jelentené, hanem az ökológiai egyensúly felbomlását, és az építkezés területén tapasztalható visszaélések diadalát is. Ezenkívül, a velenceiek ősei a barbárok támadásai elől menekültek a lagúna szigeteire, vagyis idegengyűlölők voltak, más kultúrájú népekkel nem is kívántak érintkezni, és érzéketlenek voltak egy soknemzetiségű társadalom varázsa iránt.”

Máskor ezt mondta: „A Colosseumot, ami az egész világon ismert lenyűgöző építmény, ma nem lehetne újra megépíteni. Még elkészülte előtt lerombolnák azt a gyalázatot. A polgármester szemléletes pózban fényképeztetné le magát, mialatt robbanószerrel tüntetnék el azt a szörnyűséget. Ugyanezt el lehetne mondani az összes emlékműről, amit az ókor hagyott ránk.”

Ferenc néha kozmológiai gondolatoknak adta át magát: „A mai szemlélet szerint az univerzumnak, ragyogásával együtt, nem kellene léteznie. Elég csak a napra és a csillagokra gondolni. A nap egy termonukleáris centrum, ami gyilkos sugaraival árasztja el a bolygókat. Sőt az oxigén, amit belélegzünk, eredetileg az első növényi szervezetek kibocsátásakor keletkező károsító gáz volt, amelyek már képesek voltak a fotoszintézisre, és ezek a felelősek a Föld történetében először bekövetkező ökológiai katasztrófáért.”

Szívesen hallgattam ezeket a monológokat, mert Ferenc tetszett nekem. Lenyűgözött, mert pontosan az ellentétem volt. Most egy irodában dolgozom, nagyon szeretem, amit csinálok, és másra nem is nagyon gondolok. Sőt a nyári szabadságom, amit kötelezően ki kell vennem, egyenesen a terhemre van.

Nosztalgiával emlékszem vissza gyerekkori vakációimra, amikor még kisdobos voltam, mert akkor a szórakozás elválaszthatatlan volt a munkától. Volt, hogy elmentünk szüretelni és ezért pénzt is kaptunk. Az úttörők és kisdobosok számára voltak táborok, az egyikbe kisvasút is vezetett. Ezen a vonaton az ellenőri feladatokat úttörők látták el.

A kapitalista társadalomban ahhoz, hogy egy gyerek magára vonja mások figyelmét, vagy bűnöznie kell, vagy a drog rabjának kell lennie, és ezáltal válik a szervezett könyörület nagy gépezetének nyersanyagává. Ezt a politikát én nem tudom elfogadni.

Én olyan vagyok, mint Debrecen, dolgos, józan, mentes mindenfajta visszásságtól, talán egy kicsit színtelen is, de azért mert én akartam, hogy így legyen. Nem vagyok hiú, de jólesik, ha csodálnak. Ugyanezt érzem Debrecen iránt is. Azt szeretném, hogy mindenki olyan szépnek lássa, mint én.

Az egyetlen szórakozásom, hogy amikor van időm álmodozni, gazdagnak és nagynak képzelem magam, mint amilyenek a múlt uralkodói és mecénásai voltak. Magam előtt látom, amint városomnak művészi alkotásokat, impozáns épületeket, a babilonihoz hasonló kerteket adományozok. De nem sikerül elképzelnem semmit sem, ami abszolút és fenntartások nélküli csodálatot nyerne el.

Nos, annak ellenére, hogy Ferenc nagyon különbözött tőlem, volt bennünk valami közös, egy be nem teljesült álom a szépségről. Azt reméltem, egy nap majd belém szeret, viszont az idő csak telt-telt, de Ferenc ennek semmi jelét nem mutatta.

Csak első találkozásunkkor láttam szemeiben azt az összetéveszthetetlen „villanást”, ami akkor van a férfi tekintetében, amikor neki tetsző nővel találkozik. Egy pillanatnyi felragyogásról van szó, amit minden nő ösztönösen felismer. Nincs olyan nő, még ha rövidlátó is, mint egy vakond, aki ne venné észre az ilyen tekintetet két méter távolságból, és nem örülne neki.

Ezután Ferenc nem mutatott irántam nagyobb érdeklődést, de nem csüggedtem el, türelmesen hallgattam monológjait, néha bólogattam, néha közbeszóltam. Egyetértettem vele.

Aztán jött a keserű meglepetés. Egy reggel arra ébredtem, hogy Erika nincs otthon. Csak egy párszavas levelet találtunk a vendégszoba éjjeli szekrényén: „Ne aggódjatok miattam! Soha nem voltam ilyen jól, mint most. Ne keressetek! Majd megírom, hol vagyok. Mindent köszönök.”

Nem sokkal később Ferenc anyja kétségbeesetten telefonált. A fia ismeretlen helyre ment, csak egy levelet hagyott, hasonlót ahhoz, amit Erika írt nekünk. Később feldúlva eljött hozzánk. Beszéltünk a történtekről, és arra következtettünk, hogy együtt szöktek meg. Nyilvánvalóan kihasználták, hogy nem figyeltem rájuk, és ők ezalatt tervezték meg a szökésüket. Úgy éreztem, hogy mindketten becsaptak.

Eldöntöttük, tiszteletben tartjuk kívánságukat, legalábbis egyelőre. Felnőtt emberek voltak, Erika körülbelül negyvenéves, Ferenc alig huszonnégy.

Rádöbbentem, hogy sohasem voltam elbűvölve Ferenctől, mert nem igazán habarodom bele senkibe sem, ennek ellenére zokon vettem ezt a viselkedést. Ugyanakkor kíváncsi is voltam. Miért pont a nagynénémet választotta? És hová mehettek? Hiszen valószínűleg nem sok pénzt vittek magukkal.

Később kaptunk egy képeslapot Erikától, csak ez állt rajta: „üdvözlet és csók”, gondolom így akart bennünket megnyugtatni, hogy jól van. A lapot egy Baranya megyei faluban adták postára. Két nappal később Ferenc anyja is kapott egy hasonló levelet a fiától, ugyanúgy Baranya megyéből, de egy másik településről. Emlékeztem arra, Ferenc említette egyszer, hogy az anyjának van egy kis nyaralója Baranyában, arra gondoltam, hogy ott lehetnek.

Meg akartam győződni róla, elmondtam a szüleimnek is, és útnak indultam a kisautómmal, amit az első fizetésemből vásároltam részletre. Az egyetem után azonnal sikerült elhelyezkednem jó eredményeimnek és apám ismeretségeinek köszönhetően.

Úgy gondoltam, tudom a falunak a nevét, ahol Ferenc elrejtőzött, mert egyszer ezt mondta: „Gadány az a hely, ahol minden út véget ér, vagy elkezdődik.” Mialatt a faluról beszélt, szemeiben csillogást láttam. Hozzátette, hogy Gadány Komló - ami egy déli kisváros - mellett van. Komló a második világháború után, Rákosi Mátyás idejében kezdett fejlődni bányászata révén. Később a környéken lévő házak elértéktelenedtek, mert a bányák bezárása után megszűntek a munkahelyek, ezért aki tehette, elhagyta a város.

Amikor megérkeztem Gadányba, rövid kérdezősködés után könnyen megtaláltam a házat, amit kerestem. Sövény vette körül a nagy telket, amihez veteményes és kert is tartozott. A bokrok mögül leskelődtem, és megpillantottam a szerelmeseket, amint egy nagy fára erősített hintán himbálóznak. Tépelődtem, hogy elmenjek onnan, vagy közelebb lépjek, hogy megtudjam tőlük, mi történt. Végül elindultam feléjük a kavicsos úton.

Lépésem zajára mindketten felkapták fejüket. Erika vidáman futott felém, de öröme nem jelentett semmit, leszámítva azt, hogy ez annak a jele volt, hogy még mindig beteg. Miután átölelt és megpuszilt rögtön el is búcsúzott:

- Isten veled kedvesem - és visszament a hintához.

Ferenc ennél visszafogottabb volt, de nem látszott ellenségesnek. Első szavai hétköznapinak tűntek, úgy üdvözölt, mintha séta közben találkoztunk volna:

- Szia Krisztina. Örülök, hogy látlak. Azt hittem, előbb fogsz ideérni. Hogy vagy? Minden rendben van?

Mérges voltam, de próbáltam ezt leplezni.

- Mindenki jól van, köszönöm. És ti? Hogy érzitek magatokat itt?

- Nagyon jól megvagyunk. A szomszédoknak azt mondtam, hogy egy neves debreceni festő vagyok. Sokukról ingyen készítettem portrét és ők cserébe ételt-italt adnak, gyakran meghívnak bennünket ebédre, és kaptunk két, igen jól tojó tyúkot is. Erika mindenkinek szimpatikus nyílt természete miatt. A szomszédok segítségével beültettük a veteményest is. Talán keresek majd magamnak valami munkát, persze nem fogok vele sietni.

- De te miért vagy itt? És hogy-hogy Erikával jöttél?

Mialatt mi beszélgettünk, a nagynéném gyermeki örömmel hintázott, és föl-föl nevetett.

- Krisztina, tisztában vagy azzal, hogy Erikának mi a baja. Nos, én inkább adománynak, mintsem betegségnek tekintem. Tudod, hogy mennyire megszállottan keresem a szépséget. Ez a keresés elszakít a pillanatnyi valóságtól, túl kell lépnem a közvetlen, s embertelen érzéki tényezőkön, amit a mindennapi élet rám kényszerít. Eljutni a szépséghez, annyit jelent, hogy ne vesszünk el a részletekben, hanem föléje emelkedve az egészet lássuk. Szerintem Erika képes erre. Nem ismeri fel az arcokat, mert neki bármelyik arc az maga az arc. Remélem, hogy miközben együtt élünk, megfejthetem a titkát, és én is olyanná válhatok, mint ő. Éppen festeni tanítom. Rajzai most még gyerekesek. Másrészről a gyerekek kezdetleges rajzai is a valóságot tükrözik. Egy gyereknek, amikor rajzol minden fa magát a fát, minden macska magát a macskát jelenti, és így tovább. Bízom benne, hogy Erikának sikerül összekapcsolnia a gyermeki felismerőképességet a felnőtt technikával. Így ha nekem, mint festőnek nem lesz sikerem, talán ő ezt majd el tudja érni. Tudom, hogy ehhez idő kell, de az örökkévalósághoz képest mi az a pár év?

- Ferenc, ha Erikát szeretnéd megtanítani festeni, nem tehetted volna meg Debrecenben?

- Krisztina, én az életet választottam. Nem sírok vissza olyan dolgot, amelyről bebizonyosodott, hogy nem működik. A szocializmus elmúlásával az európai kultúra végének előjelét láttam. Kelet-Európában a születések száma lecsökkent, az emberek rövidebb ideig élnek. Azt jósolják, hogy az oroszok több millióval kevesebben lesznek, másrészről azonban pár millió ázsiai vándorolt Oroszországba, főként Kínából. Miután egy hasonló jelenség fog lezajlani a „virágzó” Nyugat-Európában, arra a következtetésre jutok, hogy az európai kultúra megszűnőben van, és hogy senki sem fogja visszasírni, ahogy a szocializmust sem. Ebben az átmeneti és nyomorúságos helyzetben nem virágozhat a szépség, amely vágyódást fejez ki az abszolút, a végtelen felé. Az esztétikai érzékenységen túl, a morális érzelem is arra van kárhoztatva, hogy egyre jobban elapadjon, mert a jó és a rossz érzékelését beszennyezi a halál iránti vágy.”

 

***

 

Abszurd ez a helyzet. Ferenc metafizikai problémákról, Európa és a világ jövőjéről elmélkedik, ezzel próbálja megmagyarázni azt, hogy egyáltalán nincs kedve sem tanulni, sem dolgozni, inkább önkényesen elfoglalta az anyja nyaralóját, ahová magával vitte a hibbant nagynénémet is.

Mit mondhatnék neki ezek után? Hogy értelmetlen olyan dolgokkal foglalkozni, amibe nem tudunk beavatkozni? De ezt maga is megérthetné! Ezért csak hallgatom őt, anélkül, hogy bármit is mondanék, amíg ő monológját újra kezdi. Volt idő, amikor szívesen hallgattam. Most viszont már alig várom, hogy abbahagyja. Látom, hogy ő és a nagynéném jól megvannak, úgy érzem nincs miért tovább időznöm itt.

Ferenc talán megértette lelkiállapotomat, mert olyan ridegen, kimérten szólt hozzám, mintha egy betanult szöveget mondott volna.

- Igen, Krisztina, a mi kultúránk meg fog szűnni, mert megszegte az élet egyik alapvető törvényét, a differenciálódást. A fajok evolúciója az élő formák különbözőségéből, és abból a feszültségből fakad, amely egyre nagyobb egységhez vezet, de az emberi faj az uniformizálódás irányába halad, „zárt rendszerré” válik, egészen addig, amíg össze nem omlik. A fizika híres „entrópiájáról” van szó, vagyis arról, hogy hogyan lesz egyre nagyobb a zűrzavar, amely elsősorban a zárt rendszerekben telepszik meg. Sőt még a laboratóriumban kitenyésztett baktériumok populációja is megszűnik, ha zárt rendszert alkotnak, és hiányzik az áramlás, a bemenet és a kimenet. Ha azt akarjuk, hogy egy nép ne pusztuljon ki, hagyni kell vándorolni, de egy globalizált világban ez teljességgel lehetetlen. Amikor Debrecenben voltam, ezt gondoltam: „Az emberiség talán megmenekülhet, ha létrehoz olyan csoportokat, amelyek között kölcsönös kapcsolat van, és amelyek eléggé nagyszámúak ahhoz, hogy a végtelen megközelíthető számítását megalkossák. Ezernyi független, de nyitott társadalomnak, kis államoknak vagy nagy tartományoknak kellene az egész bolygón egy mozaikot, egy élő gobelint alkotniuk.” Így gondolkodtam, amikor még köztetek voltam. Később ez jutott eszembe: „Miért ne vigyem tovább ezt a gondolatmenetet? Miért ne álmodjak egy egyedülálló egyénekből álló világot?” Így hát elhatároztam, hogy hozzájárulásomat adom a világ megmentéséhez, és elsősorban az enyémhez. Így az életet választottam, és itt vagyok. Ez minden.

 

***

 

Elköszöntem Ferenctől és Erikától, majd hazamentem. Néha kapok tőlük képeslapot Baranyából. Azt írják, hogy minden rendben van, de szerintem, nem sikerült kivívniuk azt az elismerést, amit Ferenc remélt, sem a festészetben, sem más téren. Azt hiszem, őket ez nem nagyon érdekli. Egy olyan világban, amelyben magányos emberek élnek, egyáltalán nem számít mások véleménye. Talán ez jelenti az igazi szabadságot.


Questo racconto è stato tratto dal libro di racconti Specchio d’Oriente, da me scritto con Roberta e Daniela Bertelloni, e pubblicato  nel 2008 dalla casa editrice EdiGiò (www.edigio.it) che mi ha gentilmente concesso di proporne la lettura anche in questa sede.

 

 

Il folletto giapponese

 

 

   La mia casa è piena di libri, riviste e ritagli di giornali. Ogni tanto sono costretto a buttarne via un po’,  per evitare di esserne sommerso, ma lo faccio con grande rammarico, e di solito me ne pento quasi subito.

   Per esempio, qualche mese fa mi sono liberato di una trentina di vecchie riviste. Però, prima di separarmene, le ho ripassate tutte, per controllare se non ci fosse qualcosa di particolarmente interessante e meritevole di essere conservato.

  Sono stato blandamente incuriosito da un articolo che parlava di una superstizione giapponese, secondo cui le vecchie cose sono abitate da uno spirito. A causa di questa loro convinzione, i giapponesi (a differenza di me) rinnovano spesso i propri oggetti di casa, anche elettrodomestici nuovi e perfettamente funzionanti.

   Come ho detto, quell’articolo mi ha incuriosito, ma non tanto da indurmi a conservarlo. Ho buttato via quella rivista, con le altre, e adesso non ricordo come si chiamano gli spiriti, non sempre benevoli, che secondo i giapponesi vivono negli oggetti di una certa età. Soltanto dopo qualche tempo, ripensandoci, ho capito che quell’articolo può spiegare una vicenda bizzarra di tanti anni fa,  accaduta proprio a me.

                                             

                                                           * * *

   Mi ero laureato da sei mesi, trascorsi nella vana ricerca di un lavoro, quando trovai un impiego temporaneo, come archivista bibliotecario in un  grande quotidiano della mia città. Con me era stato assunto un altro giovane, che chiamerò Aldo. Era un tipo scialbo e taciturno, che vestiva di grigio e portava sempre con sé una  cartella nera. Fisicamente, la sua sola caratteristica notevole era una dentatura possente, che però non si vedeva quasi mai, perché Aldo parlava poco e sorrideva anche meno.

  Però, sotto quell’aspetto insignificante, si celava una grande intelligenza. Aldo onosceva il cinese e il giapponese, ma anche il portoghese e non so quali altre lingue. Forse proprio per la sua vasta cultura, incuteva un certo rispetto ai nostri colleghi anziani, alcuni dei quali, forse un po’incarogniti da tanti anni di frustrazioni, spesso mi infastidivano con scherzi stupidi e insinuazioni meschine, ma lasciavano sempre in pace Aldo.

  Eravamo due solitari, ma la comune condizione di impiegati temporanei ci induceva a una certa simpatia reciproca. Così, ogni tanto, Aldo scambiava qualche parola con me e si lasciava andare persino a qualche cauta confidenza.

    Per esempio, una volta mi disse che il mio cognome, in giapponese, significa  “Piccola poesia”, e mi scrisse i due ideogrammi che avevano questo significato,  Mizikai Uta.  Poiché non capivo come da “Mizikai Uta” potesse risultare “Tanka”, Aldo mi spiegò che gli ideogrammi giapponesi derivano in maggioranza da quelli cinesi, e che si possono pronunciare in due modi differenti. Forse per facilitare la mia comprensione, soggiunse che anche le consonanti del nostro alfabeto hanno un nome che non coincide con la pronuncia, altrimenti la parola “casa” si dovrebbe pronunciare “ciaessea”, “cane” si direbbe “ciaennee”  e così via. Non sono sicuro di avere capito bene la spiegazione di Aldo, ma io la ricordo così.

   Una volta mi spiego che il suo maggiore desiderio era quello di andare a vivere in Giappone. Aveva scritto numerose lettere ad aziende nipponiche, e già da un paio d’anni era in corrispodenza con una giovane impiegata di Nagoia, che gli aveva promesso di segnalargli ogni possibilità di impiego, come corrispondente o traduttore, nella ditta di import-export  in cui lei stessa lavorava.

  Alla fine dell’estate, tutti e due fummo confermati nell’impiego. L’azienda aveva deciso di distribuire le ferie dei dipendenti in tutto il corso dell’anno, e quindi doveva assumere stabilmente un certo numero di persone, per sostituire gli assenti senza bisogno di ricorrere ad assunzioni temporanee.

   Così, nel maggio dell’anno seguente, potemmo andare in ferie anche noi due. Come sempre, io trascorsi le mie prime ferie in Liguria dove andavo ogni estate. Invece Aldo volò in Giappone, per conoscere personalmente la sua amica di penna e per sondare le possibilità di trovare un impiego in qualche azienda di laggiù.

  Al suo rientro, in giugno, mi confidò di avere incontrato Hinagiku, la giovane impiegata di Nagoia, che aveva mostrato una grande simpatia per lui. La ragazza gli aveva procurato un colloquio con il titolare dell’azienda, gli aveva fatto compilare un modulo per la domanda di assunzione, e gli aveva annunciato che quella domanda aveva buone probabilità di essere accolta molto presto.  

   In quel momento eravamo soli in ufficio, perché gli altri colleghi del turno serale erano scesi a mangiare alla mensa aziendale. Noi due, invece, preferivamo cenate nelle nostre case, prima di andare al lavoro, Tra l’altro, Aldo abitava a due passi dal giornale, e per arrivarci gli bastavano cinque minuti d’orologio.

  A un certo punto, quando sembrava che ogni possibile argomento di conversazione fosse ormai esaurito, Aldo mi disse: “Devo farti vedere una cosa che ho portato da là”.

   Dalla borsa che aveva sempre con sé, tirò fuori oggettino rettangolare, avvolto nella carta velina. Era un delicato quadretto con una cornice di lacca nera, di circa 25 centimetri per 15, che raffigurava un mazzo di crisantemi.

   Come se mi svelasse un importante segreto, sussurrò. “Questo acquerello me l’ha dato Hinagiku, la mia amica giapponese. L’ha dipinto una sua giovane  zia, morta suicida qualche anno fa. Lei mi ha dato il quadretto con  la preghiera di distruggerlo, ma a me dispiace farlo”.

  Ero stupefatto. “Perché ti ha chiesto di distruggere un oggetto così grazioso? E poi, perché non lo ha fatto lei stessa?”.

   “Non lo so, e non ho osato chiederglielo. I giapponesi sono persone riservate, ed è facile offenderli senza volerlo. Forse Hinagiku vuole privarsi di un oggetto che le è caro perché spera che questo piccolo sacrificio possa propiziarle una gioia più grande, magari una grazia speciale da Amaterasu, la dea del sole. Però le dispiace distruggerlo personalmente, e così lo ha dato a me. Lo vuoi? Te lo regalo”.

   Dopo qualche esitazione, e qualche tentativo di rifiutare il dono,  lo accettai. La mia casa era già piena di quadri, che erano stati quasi tutti dipinti da un mio fratello, che al tempo del liceo frequentava anche un corso serale di disegno. Però quel quadretto così minuscolo avrebbe potuto trovare facilmente posto dovunque, e inoltre disponeva di un paio di piedini retrattili che consentivano di tenerlo diritto su un tavolo. Così accettai quello strano e inatteso regalo, anche perché il quadretto era davvero bello, e me lo portai a casa, dove lo sistemai sul tavolo del salotto.

   Per qualche settimana, non accadde niente. Veramente, ci fu un paio di incidenti, ma sarebbe insensato attribuirne la colpa a quel quadretto dall’aspetto così carino e apparentemente innocuo. Una notte, un pesante lampadario di cristallo, che era rimasto appeso per trent’anni nel salotto, cadde rovinosamente, con un fragore che svegliò me e i miei familiari. Il crollo risparmiò il quadretto giapponese, che avevo sistemato proprio sotto il lampadario, e io me ne rallegrai. La settimana seguente, un quadro di un mio fratello si staccò dal muro spaccando la cornetta del telefono sottostante. Però, a parte questi due fatti, non ci fu niente da segnalare.

   Poi arrivò il mese di agosto, e i miei familiari partirono per la Liguria, come ogni anno. Io avevo già avuto le mie ferie, e sarei rimasto a casa da solo. Così, a 26 anni, ebbi così l’occasione di accorgermi che avevo paura del buio, stando di notte nella casa vuota. Era come un senso di apprensione, o il presagio di un pericolo incombente. Di giorno, il ticchettio dell’orologio elettrico della cucina era impercettibile, ma di notte diveniva ossessionante e si sentiva anche nella mia camera da letto, rendendomi difficile prendere sonno. Faceva molto caldo, anche di notte, e io avrei dormito volentieri nudo, ma la paura del buio mi indiceva ad avvolgermi interamente in un lenzuolo, da cui facevo uscire solo il naso.

  Poi cominciai a sentire un altro ticchettio, che non era quello dell’orologio. Erano colpi brevi e secchi, irregolari, che duravano per un tempo variabile, da qualche minuto a circa un’ora, ma di giorno non si sentivano mai.

  Una notte, tornato a casa particolarmente accaldato, ebbi l’idea di farmi una doccia. Accesi la luce del bagno, e attraverso il vetro smerigliato vidio la forma inconfondibile di una farfalla enorme, certamente una saturnia.  Poiché gli insetti mi fanno schifo, rinunciai alla doccia e andai a dormire. Al mattino dopo, entrai in bagno. Mi ero avvolto interamente nel lenzuolo, in cui avevo praticato due buchi per gli occhi, per evitare ogni rischio di contatto con la farfalla gigantesca. La mia idea era di rivoltare il lenzuolo per avvolgere in esso la bestia e poi buttare via il fagotto. Però la farfalla non c’era. Guardai in ogni angolo del bagno, ma la saturnia era proprio scomparsa.

   Qualche mattino dopo, appena sveglio, vidi un enorme ragno che correva sulla tenda della camera da letto per poi rintanarsi in un angolo. Armato di scopa e paletta, controllai cautamente nell’angolo e nei suoi dintorni, ma anche questa volta senza risultato.

  Questi episodi, insignificanti in sé, accrebbero ancora di più la mia inquietudine. Per trovare il coraggio di rincasare, quando avevo il turno di notte, cominciai a bere. Di giorno, in qualche negozio vicino a casa mia, oppure di sera, presso il bar aziendale, mi procuravo una bottiglia di vino rosato e la mettevo in frigorifero. Quando tornavo a casa, di notte, me la bevevo tutta a poco a poco, prima di trovare il coraggio di andare a dormire.

  Poi arrivò quella notte tremenda. Ero tornato dal lavoro, mi ero già  spogliato e me ne stavo seduto in  salotto, con un bicchiere e la mia bottiglia sul tavolo. Sentivo quello strano ticchettio, al quale peraltro non facevo quasi più caso. Mentre accostavo alle labbra il bicchiere, mi accadde di vedere, attraverso il liquido rosato, una piccola sagoma nera.

   Mi bloccai per lo stupore, ma poi guardai meglio, sempre attraverso il bicchiere. Lo rividi. Era un uccellino, delle dimensioni di un passero ma dal piumaggio nerissimo, che con il becco appuntito picchiettava sulla cornice del dipinto giapponese. Per un attimo, il volatile si interruppe e volse verso di me i suoi occhietti rossi, che  mi parvero estremamente malevoli. Forse aveva capito che mi ero accorto della sua presenza?  Non lo so, e ignoro per quale fenomeno ottico io sia riuscito a vederlo. Credo che sia dipeso dall’indice di rifrazione del vetro del bicchiere, o del liquido in esso contenuto, o di entrambi, che mi consentiva di intravedere una realtà contigua a quella che ci è familiare. In quel momento, però, la mia mente non era certo impegnata in riflessioni teoriche di questo genere.  

   Tremando di paura, e tenendo davanti agli occhi il bicchiere pieno di vino rosato che mi consentiva di sorvegliare i movimenti del  diabolico volatile, presi i miei vestiti, che mi ero tolto a causa del gran caldo, e aprii con qualche difficoltà la porta di casa. Quando fui sul pianerottolo, mi rivestii in fretta e scesi in strada con la massima velocità possibile.

   Presi una camera in un alberghetto malfamato vicino a casa mia, Credo di avere fatto una strana impressione al portiere notturno di quell’albergo. Dovevo avere un’aria stralunata, ero vestito in modo sommario e tenevo in mano un bicchiere di vino. Inoltre, quando il portiere mi chiese di esibire un documento, vide che avevo il domicilio nel palazzo di fronte, e probabilmente pensò che ero un matto. Però avevo i soldi, e così ottenni la stanza, ma non dormii fino all’alba .

   Dalla mia camera a ore, al primo piano, spiavo la finestra illuminata del salotto da cui ero fuggito, lassù in alto. Pensavo alla situazione in cui mi trovavo, drammatica e ridicola insieme, ma non mi veniva nessuna idea per uscirne. Poi sorse il sole, e tutto quello che era avvenuto mi parve assurdo e irreale. Finalmente mi addormentai.

   Mi svegliai verso nezzogiorno e tornai a casa. Tutto era tranquillo. Persino il quadretto giapponese aveva un aspetto amichevole e innocente. Sorrisi delle mie paure. Quell’uccellino, dovevo averlo sognato. O magari era stata colpa del vino e del caldo. Mi lavai, cambiai i vestiti, e al pomeriggio andai tranquillamente al lavoro.

  Quando tornai a casa era notte inoltrata. Entrai nel grande cortile acciottolato, e  mi accorsi che la finestra della cucina era illuminata. Evidentemente avevo dimenticato di spegnere la luce. Però non ricordavo di averla accesa, anche perché quando ero uscito era giorno. Stavo ancora guardando la mia finestra, lassù al quinto piano, quando la luce si spense. Eppure, in casa non c’era nessuno.

   Allora fui nuovamente assalito da quella paura irrazionale che credevo di avere superato. Cercai di convincermi di avere visto male, e mi avviai su per le scale, perché a quei tempi non era stato ancora installato l’ascensore.

   Per raggiungere il mio appartamento, al quinto piano, c’erano 111 gradini.  Ero arrivato a metà del percorso, quando sentii un ululato, che sembrava provenire dal solaio, tre piani più sopra. Poteva essere il lamento di un cane abbandonato dai suoi padroni, che erano partiti per un breve periodo di vacanze, oppure lo scherzo di qualche ragazzo, mio coinquilino, che non era ancora andato a letto e mi aveva visto entrare in cortile.  Continuai a salire, ma l’ululato diveniva sempre più forte. Infine mi arresi alla paura. Ridiscesi le scale e tornai a chiedere una camera nell’alberghetto dove avevo già trascorso la notte precedente.

  La faccenda continuò in questo modo per le due residue settimane di quel terribile agosto. Quando terminavo il mio turno di lavoro, invece di rincasare, andavo direttamente nell’alberghetto, e passavo la notte nella camera a ore che avevo prenotato per il resto del mese.

   Di giorno imprecavo contro la mia stupidità, ma di notte ero felice di non trovarmi in casa, dove tornavo soltanto in pieno giorno, e ci restavo il meno possibile, per cambiarmi le calze o le mutande. Invece, per mangiare, andavo alla mensa aziendale. 

   Forse stavo diventando paranoico, perché quando ero in ufficio mi pareva che Aldo mi guardasse in modo ironico, e spesso mi domandava come stavo. Adesso, ripensandoci, credo che il mio collega avesse notato la mia aria strana, e che la sua preoccupazione per me fosse sincera.

  Un giorno, Aldo annunciò ufficialmente che avrebbe lasciato l’impiego alla fine di agosto, cioè dopo una settimana, per andare in Giappone. La sera prima di lasciare l’ufficio, però, avrebbe offerto un rinfresco ai colleghi, come si usava fare.

   Allora ebbi l’idea che cercavo da tempo. Quando arrivò il 31 agosto, approfittando dell’amica luce solare, andai a casa, presi  il quadretto giapponese, lo avvolsi nella carta velina e lo portai in ufficio.

  Aldo arrivò con due grandi vassoi di salatini e pasticcini,  e con quattro bottiglie di spumante. Mentre lui li stava disponendo su un tavolino che si trovava in una stanzetta vicina all’ufficio, attorniato dai colleghi, io presi il quadretto e lo nascosi nella capiente cartella nera di Aldo, che era  rimasta momentaneamente incustodita. 

  Nella borsa, intravidi una risma di fogli coperti di ideogrammi, e la foto di una giapponese giovane e attraente, che certamente era Hinagiku.  Richiusi la borsa e raggiunsi i colleghi nella saletta attigua, dove mangiai un pasticcino e bevvi anche un po’ di spumante, in un bicchiere di plastica. 

  Venne la fine del nostro turno di lavoro. Noi tutti salutammo Aldo, ringraziandolo per il rinfresco di commiato che ci aveva gentilmente offerto, e poi ognuno tornò alla propria casa, o comunque andò per i fatti suoi.  Anch’io tornai a casa, tranquillo per la prima volta dopo un mese. Di lì a poco, i miei sarebbero tornati dal loro soggiorno al mare e non sarei più stato solo di notte.

     Il giorno seguente, però, appena arrivato in ufficio, fui turbato da una notizia inattesa e sconvolgente. Nella notte, il nostro ex collega Aldo era morto all’improvviso. La causa del decesso era stata naturale, ma presentava qualche aspetto misterioso. Infatti, il corpo di Aldo era stato trovato seminudo sulle scale del palazzo in cui abitava, due piani sopra il suo l’appartamento, come se il poveraccio fosse stato inseguito da chissà quali fantasmi.     

  

             

  

 

 


  Ez az elbeszélés A Kelet tükre (Specchio d’Oriente) című novellás kötetből származik, amit Roberta és Daniela Bertelloni-val írtam közösen. A kötet 2008-ban jelent meg az EdiGiò könyvkiadó (www.edigio.it) jóvoltából, ami beleegyezett abba, hogy a mű itt is olvasható legyen.

 

                            

A japán démon

 

   A házam tele van könyvekkel, folyóiratokkal és újságkivágásokkal. Olykor kénytelen vagyok eldobni közülük néhányat, nehogy teljesen ellepjenek, de mindig nagy szomorúsággal csinálom, és szinte azonnal meg is bánom.

   Néhány hónapja például megszabadultam körülbelül harminc régi folyóirattól. De mielőtt megváltam volna tőlük, mindet átnéztem még egyszer, hogy ellenőrizzem nincs-e bennük valami különösen érdekes és méltó arra, hogy tovább őrízzem.

  Kiváncsivá tett egy cikk, ami egy japán babonáról szólt, mely szerint az öreg dolgokban szellem lakozik. Ezen meggyőződésük miatt a japánok (ellentétben velem) gyakran lecserélik a tárgyakat házaikban, még az új és működőképes háztartási gépeket is.

   Ahogyan mondtam, a cikk felkeltette a kiváncsiságomat, de nem annyira,  hogy megőrizzem. Eldobtam a folyóiratot a többivel együtt, és most nem emlékszem hogy hívják azokat a nem mindig jóindulatú szellemeket, amik a japánok szerint az egy bizonyos kort megélt tárgyakban lakoznak. Csak kis idővel később visszagondolva értettem meg, hogy az a cikk megmagyarázhat egy furcsa eseményt ami velem történt meg.

                                            

                                                           * * *

   Miután lediplomáztam, hat hónapot töltöttem hasztalanul álláskereséssel, amikor találtam egy ideiglenes munkát, mint irattáros a város egyik nagy napilapjánál.  Velem együtt egy másik fiatalt is felvettek, akit Aldo-nak hívtak. Egy sápadt, hallgatag fickó volt, aki mindig szürkébe öltözött és egy fekete aktatáskát hordott magával. Az egyetlen fizikai jellegzetessége hatalmas fogsora volt, ami viszont szinte sosem látszott, mivel Aldo keveset beszélt és még annál is kevesebbet mosolygott.

  A jelentéktelen külső mögött viszont nagy inteligencia rejtőzött. Aldo beszélt japánul és kínaiul, de portugálul is és még nem tudom hány nyelven. Talán éppen széleskörű műveltsége miatt, bizonyosfokú tiszteletet keltett idősebb kollégáinkban, melyek közül néhány, talán egy kicsit ellustulva a hosszú évek frusztrációitól, gyakran fárasztottak engem buta viccekkel és szánalmas gyanusításokkal, de mindig békén hagyták Aldót.   

  Két magányos lélek voltuk, de közös ideiglenes munkavállalói helyzetünk bizonyos fokú kölcsönös szimpátiára ösztönzött minket. Így, olykor Aldo néhány szót váltott velem, egészen addig, amíg valamiféle óvatos bizalom alakult ki köztünk.

    Egyszer például azt mondta, hogy a vezetéknevem japánul azt jelenti “kicsi vers”, és leírta nekem a két írásjelet, aminek ez a jelentése, Mizikai Uta. Mivel nem értettem, hogyan lesz “Mizikai Uta”-ból “Tanka”, Aldo elmagyarázta nekem, hogy a japán írásjelek nagyrészt a kínaiból származnak és két különböző módon lehet őket kiejteni.  Talán azért, hogy jobban megértsem, hozzátette, hogy a mi mássalhangzóinknak is van egy nevük, ami nem egyezik a kiejtésükkel, különben a “ház” szót “háázé”-nek ejtenénk, ki , a “kutyá”-t “káutyéá”-nak, és így tovább. Nem vagyok benne biztos, hogy jól értettem Aldo magyarázatát, mindenesetre így emlékszem rá.

   Egyszer elmondta nekem, hogy legnagyobb álma az, hogy Japánban éljen. Számos levelet írt japán cégeknek, és már évek óta levelezett egy fiatal alkalmazottal, Nagoiával, aki megígérte neki, hogy minden fordítói vagy tudósítói álláslehetőségről értesíti, ami annál az importtal és exporttal foglalkozó cégnél adódik, ahol a lány is dolgozik.

  Nyár végén mindkettőnk munkaviszonyát véglegesítették. A vállalat úgy döntött, hogy az alkalmazottak szabadságát egész évre szétosztja, így egy bizonyos számú állandó munkavállalóra volt szüksége, hogy a hiányzókat helyettesítse anélkül, hogy ideiglenesen fel kelljen venni valakit a helyükre.

   Így a következő év májusában mi is mehettünk szabadságra. Mint mindig, szabadságom első napjait Liguriában töltöttem, ahova minden nyáron mentem. Aldo viszont Japánba repült, hogy személyesen megismerje levelezőtársát és hogy megnézze, talál-e ott munkát valamilyen vállalatnál.

  Júniusban visszatérésekor elmesélte, hogy találkozott Hinagikuval, Nagoia fiatal alkalmazottjával, aki nagyon szimpatikusnak találta a fiút. A lány elintézett neki egy meghallgatást a vállalat tulajdonosával, kitöltetett vele egy felvételi kérvényről szóló nyomtatványt, és közölte vele, hogy nagy a valószínűsége annak, hogy a kérvényt hamar elfogadják.  

   Éppen egyedül voltunk az irodában, mert a kollegáink az esti műszakból lementek a vállalat étkezdéjébe. Mi viszont jobban szerettünk otthon enni, munka előtt. Mindamellett Aldo pár méterre lakott a munkahelyünktől, pontosan öt perc alatt be tudott érni.

  Egyszer csak, amikor úgy tűnt minden lehetséges témát kitárgyaltunk már, Aldo így szólt hozzám: “Meg kell mutatnom neked valamit, amit onnan hoztam”.

   A táskából, amit mindig magával hordott, előhúzott egy selyempapírba csomagolt szögletes tárgyat. Egy 25-ször 15 centiméteres fekete keretes kis kép volt, ami egy krizantém csokrot ábrázolt.  

   Mintha egy fontos titkot árulna el nekem így suttogott: “Ezt az akvarellt a japán barátnőm, Hinagiku adta nekem. Egyik fiatal nagynénje festette, aki néhány éve lett öngyilkos. Amikor odaadta a képet, kért, hogy pusztítsam el, de én sajnálnám megtenni”.

  Megdöbbentem. “Miért kérte, hogy pusztíts el egy ilyen szép dolgot? És miért nem tette meg ő maga?”

   “Nem tudom, és nem mertem megkérdezni. A japánok visszahúzódó emberek és könnyű őket megsérteni, akkor is, ha nem akarod. Talán Hinagiku azért akar megválni egy számára kedves tárgytól, mert azt reméli, hogy ezzel a kis áldozattal egy nagyobb öröm fogja érni, mint például Amaterasu, a nap istennőjének kegyelme. De sajnálja személyesen elpusztítani, ezért nekem adta. Kéred? Neked adom”.

   Némi habozással, és néhány próbálkozással, hogy visszautasítsam, végül elfogadtam az ajándékot. A házam már így is tele volt képekkel, amelyeket majdnem mindet egyik testvérem festette, aki a gimnázium mellett rajzórákra is járt. De annak a kicsi képnek könnyen találhattam helyet bárhol, és a tartó lábaknak köszönhetően asztalra is lehetett állítani. Így tehát elfogadtam ezt a furcsa és váratlan ajándékot, azért is, mert a kép valóban szép volt. Hazavittem és a szalon asztalára tettem.

   Néhány hétig semmi sem történt. Valójában történt egy-két baleset, de értelmetlen lett volna ennek az annyira szép és látszólag ártalmatlan képnek tulajdonítani az okát. Egy este egy nehéz kristálylámpa, ami már harminc éve lógott a szalonban, lezuhant az egész családot felébresztve a zajjal. A zuhanás megkímélte a képet, amit pontosan a lámpa alá tettem, ennek nagyon örültem. A következő héten a testvérem egyik képe esett le a falról, kitépve ezzel a falból az alatta lévő telefont. De ezen a két eseten kívül semmi említésre méltó nem történt.

   Aztán elérkezett az augusztus, a családom Liguriába indult, mint minden évben. Én már voltam szabadságon, és úgy volt, hogy egyedül maradok otthon. Így, 26 évesen vettem észre, hogy félek a sötétben egyedül lenni az üres házban. Nyugtalanító érzés volt, vagy egy közelgő veszély előérzete. Nappal a konyhában lévő óra ketyegése érzékelhetetlen volt, de éjjel elviselhetetlenné vált és még a hálószobámban is lehetett hallani és megnehezítette az elalvást. Nagyon meleg volt, éjszaka is és szívesen aludtam meztelenül, de a sötéttől való félelem miatt nyakig lepedőbe burkolóztam.

  Aztán elkezdtem hallani egy másik kopogást is, ami nem az órából jött. Rövid száraz, szabálytalan ütések voltak, amik változó ideig tartottak, egy perctől egy óráig, de nappal sosem lehetett halani őket.

  Egy este amikor különösen átmelegedve értem haza, úgy döntöttem lezuhanyozok. Felkapcsoltam a villanyt a fürdőben és a homályos üvegen keresztül egy óriási pillangó alakját láttam, bizonyosan egy éjjeli pávaszem volt.  Mivel undorodom a rovaroktól, lemondtam a zuhanyról és inkább elmentem aludni. Másnap reggel beléptem a fürdőbe. Hogy elkerüljem az óriás lepkével való érintkezés lehetőségét, a fejem búbjáig lepedőbe csavartam magam, amin vágtam két lyukat, hogy kilássak. Az volt a tervem, hogy kifordítom a lepedőt, beterítem vele a szörnyet és aztán azzal együtt kidobom. De a lepke nem volt ott.  A fürdő minden sarkában megnéztem, de az éjjeli pávaszem egyszerűen eltűnt.

   Pár nappal később egy reggelen, ébredéskor egy hatalmas pókot láttam, ami a hálószoba függönyén szaladt, hogy aztán elbújjon az egyik sarokban. Seprűvel és lapáttal felszerelkezve figyelmesen leellenőríztem az összes sarkot és környéküket, de ez alkalommal sem jártam sikerrel.  

  Ezek az önmagukban jelentéktelen események egyre jobban növelték aggodalmamat. Hogy bátorságot merítsek a hazatéréshez az éjszakai műszakok után, inni kezdtem. Nappal valamelyik a lakásomhoz közeli üzletben, vagy este a vállalat bárjában, vettem egy üveg bort és betettem a hűtőbe. Amikor éjszaka hazaértem, szépen lassan az egészet megittam mielőtt le mertem volna feküdni.

  Aztán elérkezett az a félelmetes éjszaka. Hazatértem a munkából, már levetkőztem és a szalonban ültem egy pohár és a bor társaságában. Hallottam azt a furcsa kopogást, amivel egyébként már nem is törődtem. Ahogy a számhoz közelítettem a poharat, a vörös folyadékon keresztül észrevettem egy kis fekete alakot.

   Egy pillanatra megálltam a döbbenettől, aztán még egyszer megnéztem, megint csak a poháron keresztül. Újra láttam. Egy veréb nagyságú kis madár volt, de fekete tollazattal. Hegyes csőrével a japán festmény keretét kopogtatta. Egy pillanatra abbahagyta és felémfordult vörös, gonosz kis szemeivel. Talán rájött, hogy észrevettem? Nem tudom, ahogyan azt sem, milyen optikai jelenségnek köszönhetően láttam meg. Azt hiszem, hogy a pohár üvegén vagy a benne levő folyadékon megtört fény miatt történt, vagy mindkettő miatt. Ezek láttattak velem egy a megszokottal párhuzamos valóságot. Abban a percben viszont az elmém biztosan nem ehhez hasonló elméleteken gondolkozott.  

   A félelemtől remegve, magam előtt tartva a borral teli poharat, ami lehetővé tette számomra, hogy szememmel kövessem az ördögi madár mozdulatait, fogtam a ruháimat, amiket a nagy meleg miatt vetettem le és némi nehézséggel kinyitottam az ajtót. Amikor a lépcsőfordulóhoz értem, magamra kaptam a ruháimat és az utcára siettem amilyen gyorsan csak lehetett.

   Kivettem egy szobát egy rossz hírű motelben a lakásomhoz közel. Azt hiszem furcsa benyomást tehettem az éjszakai portásra. Zavarodottnak tűnhettem, látszott, hogy kapkodva öltöztem, és egy pohár bort tartottam a kezemben. Ezenkívül amikor a portás kérte, hogy mutassak be egy igazolványt, észrevette, hogy a szemközti házban lakom és valószínüleg azt gondolta őrült vagyok. De volt pénzem, így megkaptam a szobát, viszont hajnalig nem tudtam elaludni.  

   Órákig lestem a szobámból az ablakon keresztül a kivilágított szalont, ahonnan elmenekültem. Drámai és ugyanakkor nevetséges helyzetemre gondoltam, de semmilyen megoldás nem jutott eszembe. Majd felkelt a nap, és mindaz ami történt képtelennek és valószerűtlennek tűnt. Aztán végre elaludtam.  

   Dél körül felébredtem és hazamentem. Minden nyugodt volt. Még a japán képecske is barátságosnak és ártatlannak tűnt. Mosolyogtam félelmeimen. Azt a kis madarat biztosan álmodtam. Vagy talán a bor és a meleg miatt volt. Megmosakodtam, átöltöztem, és délután nyugodtan mentem dolgozni.  

  Késő éjszaka volt amikor hazaértem. Beléptem a kavicsos udvarra és észrevettem, hogy a konyhámban ég a villany. Nyilvánvalóan elfelejtettem lekapcsolni. De nem emlékeztem arra, hogy felkapcsoltam volna, azért is, mert amikor elmenetm otthonról nappal volt. Néztem még az ablakomat, fent az ötödik emeleten, amikor egyszer csak a fény kialudt. Pedig a lakásban nem volt senki.   

   Ekkor ismét hatalmába kerített az az irracionális félelem, amiről azt hittem, hogy már legyőztem. Próbáltam meggyőzni magamat arról, hogy rosszul láttam és elindultam fel a lépcsőn, mert akkoriban még nem volt lift.

   A lakásomig 111 lépcsőfok vezet.  Félúton voltam amikor üvöltést hallottam a födém felől, három emelettel magasabbról. Lehetett egy kutya panaszos vonyítása, akit elhagyott a gazdája mert vakációra ment vagy egy srác, a szobatársam viccelődése, aki még nem feküdt le aludni, és meglátott az ablakból.  Továbbmentem, de az üvöltés egyre hangosabb lett. Végül megadtam magam a félelemnek. Visszafordultam a lépcsőn és kivettem egy szobát a szállodában ahol az előző estét is töltöttem.

  A történet így folytatódott a maradék két hétben, ami vissza volt augusztusból. Amikor végeztem a munkahelyemen, ahelyett, hogy hazamentem volna, egyenesen a szálloda fele vettem az utam, ahol a hónap hátralevő részére lefoglaltam egy szobát.

   Nappal harcoltam az őrültség ellen, de éjjel örültem, hogy nem kellett hazamennem. Csak nappal mentem be a házba, és a lehető legkevesebbet maradtam, csak átöltözni. Enni pedig a vállalat étkezdéjébe jártam. 

   Talán kezdtem paranoiás lenni, mert nappal, az irodában úgy tűnt, hogy Aldo ironikusan nézett engem, gyakran megkérdezte hogy vagyok. Most visszagondolva, úgy hiszem, hogy a kollégám észrevette furcsa állapotomat és hogy az aggódása felém őszínte volt.  

  Egy nap Aldo hivatalosan bejelentette, hogy hónap végén, azaz egy hét múlva, otthagyja az állást és Japánba megy. A távozása előtti estén meghívta a munkatársakat egy italra, ahogyan szokás volt.

   Ekkor támadt egy ötletem. Amikor elérkezett augusztus 31, kihasználva  a nap barátságos fényét, hazamentem, fogtam a japán kis képet, becsomagoltam a selyempapírba és bevittem magammal az irodába.  

  Aldo két hatalmas rágcsálnivalókkal és süteményekkel teli tálcával és négy üveg pezsgővel érkezett. Amig ő a munkatársakkal körülvéve a tálcákat pakolta le egy asztalra az irodához közeli szobában, addig én fogtam a képet és Aldo fekete aktatáskájába rejtettem, ami őrízetlenül maradt. 

  A táskában láttam egy írásjelekkel teleírt papírokat tartalmazó rizsmát és egy fiatal, vonzó japán lány fényképét, aki biztosan Hinagiku volt.  Visszacsuktam a táskát és csatlakoztam a kollégákhoz, ettem egy süteményt és ittam egy kis pezsgőt egy műanyag pohárból.   

  Elérkezett a munkaidő vége. Mindannyian elbúcsúztunk Aldótól és megköszöntük a frissítőt amivel megkínált minket, aztán mindenki hazatért az otthonába.  Én is hazatértem, egy hónap után először nyugodtan. Nem sokára hazavártam a családot, és nem kellett tovább egyedül lennem a házban.

     Másnap viszont alig hogy beértem az irodába egy váratlan, megrázó hír zaklatott fel. Előző este Aldo, volt munkatársunk hirtelen meghalt. Természetes halál volt, de néhány rejtélyes körülménnyel. Aldo testét félmeztelenül találták meg az épület lépcsőjén, ahol lakott, de lakásától két emelettel feljebb, mintha szegényt ki tudja milyen kísértetek üldözték volna.     

  


 Il seguente racconto si trova nel libro Dalla dimora antica, che ho scritto con  Daniela e Roberta Bertelloni ed è stato  pubblicato nel 2005 da Prospettiva editrice (www.prospettivaeditrice.it). Ringrazio nuovamente Prospettiva per avermi gentilmente consentito di pubblicarlo anche qui.

 

Il viaggio nel muro

 

  C’era una volta un correttore di libri che dopo avere lavorato per molti anni in una casa editrice giunse all'età della pensione. Ormai da molti anni le sue funzioni erano diventate quasi superflue, per effetto delle cosiddette innovazioni tecnologiche. Andarsene, perciò, non gli dispiacque, nella mite sera di quel giorno di aprile che fu l'ultimo da lui trascorso in ufficio.

   Quando si trovò per la strada, quella strada che aveva percorso diecimila volte, notò che tutto gli sembrava nuovo, come se lo vedesse per la prima volta: i palazzi, i negozi, gli alberi, la gente, e un primo quarto di luna...

   Si sentiva quasi giovane, allietato da una vaga e indefinita speranza. Quella notte, dormì saporitamente.

   Già il mattino seguente, però, al primo giorno della sua nuova vita di pensionato, si trovò ad aggirarsi nella sua vecchia casa, domandandosi come avrebbe trascorso tutto quel tempo di cui ormai disponeva.

  Infine decise di mettere un po' in ordine il suo appartamento, che aveva sempre trascurato. Avrebbe cominciato dalla stanza in cui aveva dormito da bambino, la più piccola della casa. Ricordava che era una bella cameretta, con una finestrella proprio sopra il letto e pareti di un caldo colore di sabbia, punteggiate di granelli di quarzo che brillavano come stelle, quando un raggio di luce li colpiva.

   Era stato un bambino fantasioso e solitario, che nei pomeriggi d'estate amava coricarsi sul letto e contemplare uno di quei puntini luminosi, proprio vicino al suo guanciale. Mentre lui scivolava nel sonno, quella stellina diventava una lanterna, tenuta in mano da un omino vestito di bianco, che percorreva a passo vivace un sentiero tra grandi alberi frondosi, nella notte.

  Quella stanzetta, con gli anni, era diventata un ripostiglio ingombro di cianfrusaglie. Quando ne aprì la porta, il vecchio si rattristò. Le pareti non recavano quasi più traccia del bel colore caldo di un tempo. Il caos regnava sovrano, in quell'esiguo spazio. Attirava subito lo sguardo uno scatolone, ancora intatto, che conteneva un computer che il vecchio aveva acquistato molti anni prima e che non aveva mai usato. Più in là, tra mucchi di libri polverosi, affiorava un telescopio giapponese. In un angolo, tra giornali vecchi, ormai illeggibili, faceva capolino la custodia nera di un grosso microscopio cinese, accanto a molti mattoncini di creta pietrificata e barrette di stagno, che il vecchio aveva acquistato quando era ancora un giovanotto e gli era venuto in mente di darsi alla scultura.

  Nella desolazione di quella camera, il vecchio vide il compendio di tutta una vita futilmente trascorsa. Allora una domanda gli salì alle labbra, accorata: "Dove ho sbagliato?". Ma proprio in quel momento un raggio di luce cadde su un granello di quarzo nel muro e accese una stellina colorata.

  "La lanterna dell'omino", pensò il vecchio, "quell'omino bianco che andava chissà dove...".

  Lo prese il desiderio assurdo, impaziente, di rivedere quell'essere fiabesco. Febbrilmente cominciò a sgomberare la camera, ammonticchiandone il contenuto nel corridoio, e finalmente riportò alla luce il suo lettino di un tempo. Vi gettò sopra una coperta e vi si coricò, guardando quella piccola luce che brillava così vicina a lui.

   A poco a poco, il muro divenne un velo di nebbia e il vecchio lo attraversò. Si trovò accanto all'uomo con la lanterna, che lo guardò senza sorpresa e gli disse soltanto: "Ti aspettavo. Seguimi".

  Gli parve che somigliasse a lui, da giovane. Lo seguì, nella mite notte di quella foresta senza nome. La lanterna oscillava davanti a lui, illuminando il sentiero che si snodava tra gli alberi.. Camminarono a lungo, ma il vecchio non si sentiva stanco.

   Era ormai giorno, quando uscirono dalla foresta. Il sentiero si addentrava in una prateria, profumata da migliaia di fiori spontanei, di ogni colore. Il giovane vestito di bianco sostò un minuto, per spegnere la sua lanterna, ormai inutile, e disse al vecchio: "Questi fiori hanno la naturale bellezza, la semplice saggezza di tutti quegli errori che tu hai estirpato dai libri, come erbacce. Cercare la perfezione nelle cose umane è pazzia, ma cercarla nelle minuzie è meschinità".

   Confuso da queste parole, il pensionato abbassò gli occhi, in silenzio. Allora vide che dalle sue mani erano sparite quelle macchie gialle, segnali di vecchiaia, che tanto lo avevano angustiato, quando erano comparse. "Che strano", pensò.

   Ripresero il cammino. A un certo punto, videro un grande monastero, che sorgeva su un colle. Il giovane, facendo oscillare la lanterna ormai spenta, come un incensiere, parlò nuovamente, con una voce triste: "In quell'eremo, dove tutto è pace e silenzio, si è recluso un uomo, per colpa tua. Era un bravo giornalista, dai molteplici interessi, che aveva scritto un saggio divulgativo di biologia, con un capitolo dedicato all'anemia mediterranea. Era orgoglioso di quel suo lavoro. Purtroppo, fu affidata proprio a te la correzione del suo libro. Leggendolo, ti parve che l'autore avesse fatto una certa confusione tra le due forme di quella malattia, quella maior e quella minor, e che ignorasse la differenza tra la condizione detta omozigote e quella eterozigote. Tu sapevi queste cose, perché avevi appena letto un saggio di genetica umana. Potevi dunque lasciar perdere? No, tu non potevi. Ma poiché il libro era urgente e l'autore temporaneamente irreperibile, ne correggesti il testo di tua iniziativa, senza consultarlo. Tu non potrai mai capire quanta amarezza ne ebbe, quando venne a saperlo. Soprattutto perché non poteva darti torto. Si abbatté, si tormentò, dubitò di se stesso. E infine abbandonò tutto, il lavoro, la casa, la famiglia, per darsi alla clausura. Ora è sereno, ma ancora si ricorda di te, di quando in quando, e digrigna i denti nella sua celletta. Sei soddisfatto?".

    Il vecchio non seppe rispondergli, ma era intimamente contrito. Il giovane lo capì e sorrise.

   Proseguirono il loro viaggio. Il sentiero divenne una strada. Giunsero a una città, la cui piazza principale era dominata da un maestoso edificio, con tronfie e inutili colonne neoclassiche e un frontone marmoreo su cui campeggiava una scritta in caratteri dorati: TRIBUANLE.

  Il vecchio urlò: "Un errore! Un refuso!", guardandosi attorno, spiritato, in cerca di qualcuno da incaricare della correzione. Il suo compagno replicò, ironico: "Ti pare forse che loro ne siano turbati?".

   Infatti, molti distinti signori entravano o uscivano da quell'edificio, e sembravano assai indaffarati.    "Sono avvocati, procuratori, commercialisti. Non hanno tempo da perdere per le sciocchezze".

   Il vecchio arrossì, perché aveva frequentato l'università, ma di tutti quei lontani anni di studio ricordava soltanto un errore di stampa - tribuanle, appunto - che aveva trovato in un libro di Diritto processuale. Si vergognò dunque di se stesso, e capì quello che la sua guida aveva voluto dirgli. E gli parve che il giovane fosse divenuto più imponente, più alto di statura. "Che strano", pensò nuovamente.

   Ripresero il loro viaggio. Giunsero infine a un paesino abbandonato, di bianche casupole cadenti, cinte da siepi di fichi d'India. Era ormai quasi sera. In un giardinetto inselvatichito, campeggiava una statua. Raffigurava un ometto magro che indossava un ampio camice e si nascondeva il viso con le mani.

   Il vecchio ricordò un giorno lontano, quando era piccolo, e la mamma lo aveva portato dal parrucchiere, che era appunto uno smunto ometto meridionale avviluppato in un camice troppo grande per lui. Quella volta il barbiere, appuntandogli un asciugamano attorno al collo con una spilla da balia, lo aveva ammonito: "Stai fermo, se no ti spungo". Allora il bambino, con innocente petulanza, aveva replicato: "Si dice pungo!". Ma che significava, ormai tutto questo?

    Rivolse con gli occhi al giovane una muta domanda. L'uomo con la lanterna disse: "Questa statua è l'anima dolente del parrucchiere, raggelata in quel momento eterno. Ricordi il suo imbarazzo, e le risatine degli altri clienti, in attesa del loro turno?".

  Allora il vecchio scoppiò in pianto e amaramente singhiozzò "Mi pento! Oh, se mi pento!".

   Poi, come se improvvisamente sentisse tutta la fatica del viaggio e ne fosse sopraffatto, cadde ai piedi dell'uomo con la lanterna, che torreggiava enorme su di lui.

   Lo ridestò una fresca voce di donna: "Ancora a letto, pigrone? Su, alzati adesso. Voglio portarti dal parrucchiere".

  Era una giovane snella, dai capelli castani con riflessi di rame: la mamma.

  Dopo averlo destato, la donna ora taceva, sconcertata dal nuovo sguardo, quasi "adulto", del figlio. Ma ancora di più la stupirono le parole che le disse lui: "Sì, mamma, me vengherò ben volontiero".

   Il Destino aveva concesso al vecchio correttore un'altra possibilità.

 


A következő elbeszélés Az ősi lakhelyről (Dalla dimora antica) című könyvben található, amit  Daniela és Roberta Bertelloni-val együtt írtam és 2005-ben jelent meg a Prospettiva kiadásában (www.prospettivaeditrice.it). Ezúton is szeretném megköszönni a Prospettiva kiadónak, hogy beleegyezett abba, hogy a mű itt is megjelenjen.

 

Utazás a falban

 

  Volt egyszer egy ember, aki miután hosszú évekig dolgozott korrektorként egy könyvkiadónál, nyugdíjas korba lépett. Szerepe a kiadónál már évek óta feleslegessé vált a technika új felfedezései miatt. Azon a csendes áprilisi estén, ami az utolsó irodában töltött napot zárta, nem sajnálta, hogy elmegy.

   Amikor az utcán találta magát, azon az úton amit milliószor tett meg, észrevette, hogy minden újnak tűnik számára, mintha akkor látná először: az épületek, az üzletek, az emberek, és az első negyedben lévő hold.

   Szinte fiatalnak érezte magát, akit egy bizonytalan és meghatározhatatlan remény táplál. Azon az éjszakán jóízűen aludt.  

   Már másnap reggel viszont, új, nyugdíjas élete első napján, azon találta magát, hogy a régi házban járkál, azt kérdezve magától, mivel töltse azt a sok időt, amivel hirtelen rendelkezik.

  Végül elhatároza, hogy rendbe rakja egy kicsit a lakást, amit mindig elhanyagolt. A ház legkisebb szobájával akarta kezdeni, azzal amiben gyermekként aludt. Emlékezett rá, hogy egy szép szobácska volt, kis ablakkal az ágy felett, a meleg homok színű falakat kvarc szemcsék pöttyöztek be, amik csilagokként ragyogtak, ha fénysugár érte őket.

   Nagy képzelőerejű, magányos gyerek volt, nyaranta délutánonként szeretett lefeküdni az ágyra és csodálni azokat a ragyogó pontocskákat az arcához közel. Miközben álomba süllyedt, a csillagocska egy lámpássá változott, egy fehér ruhás emberke kezében, aki lendületes léptekkel haladt az éjszakában egy lombos fák közt futó ösvényen.   

  Ez a szobácska, az évek múlásával egy limlomokkal telerekott kamrává változott. Amikor kinytotta az ajtaját, az öreg elszomorodott. A falakon szinte már nyoma sem látszott az egykori meleg színnek. A káosz uralkodott ezen a szűk kis helyen. Egy még érintetlen nagy papírdoboz vonta magára a tekintetét. Egy számítógép volt benne, amit az öreg évekkel azelőtt vett és amelyet sosem használt. Kicsit arrébb, poros könyvhalom alatt egy japán teleszkóp rejtőzött. Az egyik sarokban, régi, már olvashatatlan újságok közül egy nagy kínai mikroszkóp fekete tokja bukkant elő, mellette sok kis megkövesedett krétadarab és ónrudak, amit még fiatal korában vett, amikor a szobrászatot akarta kipróbálni.

  A szoba elhagyatottságában egy hasztalanul töltött élet összefoglalását látta. Ekkor egy bánatos kérdés rajzolódott ki ajkain “Hol hibáztam?”. De éppen ebben a pillanatban egy fénysugár esett rá az egyik kvarcdarabkára a falon, színes csillagot gyújtva ezzel.

  “Az emberke lámpása”, gondolta, “az a fehér emberke, aki ki tudja merre tartott...”

  Képtelen, türelmetlen vágy fogta el, hogy újralássa azt a mesebeli lényt. Lázasan kezdte el kiüríteni a szobát, tartalmát a folyosóra pakolva, és végül odatolta régi ágyát a fényhez. Rádobott egy takarót, majd odafeküdt és nézte a fénylő csillagot, ami ott ragyogott hozzá közel.

   Lassacskán a fal ködfüggönnyé változott és az öreg áthaladt rajta. Ott találta magát az ember mellett, aki a lámpást tartva ránézett és csak ennyit mondott: “Vártalak. Kövess".

  Úgy tűnt neki, hogy saját magára hasonlít, fiatalabb korából. Követte őt a csendes éjszakában abba a név nélküli erdőbe. A lámpás ott táncolt előtte megvilágítva ezzel a fák között tekergő ösvényt. Sokáig sétáltak, de az öregen nyoma sem volt fáradtságnak.

   Már nappal volt, amikor kiértek az erdőből. Az ösvény egy ezerszínű virágoktól illatos rétre vezetett. A fehérruhás fiú megállt egy percre, hogy eloltsa a már felesleges lámpást és így szólt az öreghez: “Ezek a virágok mindazoknak a hibáknak a természetes szépségével és egyszerű bölcsességével rendelkeznek, amiket kiírtottál a könyvekből, mint valami gyomot. A tökéletességet keresni az emberi dolgokban őrültség, de az apró részletekben keresni azt, kicsinyesség”.

   Összezavarodva a hallottaktól az öreg csendben lesütötte tekintetét. Ekkor észrevette, hogy eltűntek a kezéről azok a sárga foltok, az öregség jelei, amik annyira zavarták amikor megjelentek. “Milyen furcsa”, gondolta.

   Folytatták a gyaloglást. Egyszercsak észrevettek egy hatalmas kolostort, ami egy dombon emelkedett. A fiatal meglengetve a már eloltott lámpást, mint egy füstölőt, szomorú hangon újra beszélni kezdett:  “Abba a remetelakba, ahol csend és béke honol, bezárkózott egy ember a te hibádból. Egy tehetséges, széles érdeklődési körű újságíró volt, aki írt egy ismeretterjesztő tanulmányt biológiai témában, amiben egy fejezetet szentelt a mediterrán anémiának. Büszke volt erre a munkájára. Sajnos éppen rád bízták a könyv javítását. Elolvasva úgy tűnt neked, hogy a szerző összekeverte a betegség major és minor formáját és, hogy nem ismeri a különbséget homozigóta és heterozigóta között. Te ismerted ezeket a dolgokat, mert éppen akkor olvastál egy emberi genetikáról szóló tanulmányt. Kihagyhattad hát? Nem, te nem. De mivel a könyv sürgős volt, és a szerzőt pillanatnyilag nem lehetett elérni, saját belátásod szerint javítottad ki, anélkül, hogy konzultáltál volna vele. Nem tudhatod milyen keserűsége származott ebből az újságírónak, amikor megtudta. Főleg azért, mert nem tudott ellenkezni. Letört, kínlódott, kételkedett saját magában. És végül mindent otthagyott, munkát, otthont, családot, azért, hogy a klauzúrában éljen. Most már megnyugodott, de olykor még eszébe jutsz, és fogait csikorgatja cellájában. Elégedett vagy?”.

    Az öreg nem tudott válaszolni, de mély bűnbánatot érzett. A fiú megértette és elmosolyodott.

   Folytatták utazásukat. Az ösvény egy úttá alakult át. Egy városba éreztek, melynek főterét egy fenséges épület uralta, túldíszített és haszontalan neoklasszikus oszlopokkal, márvány homlokzatán a következő aranybetűs felirat díszelgett: BÍÓRSÁG. 

  Az öreg felordított: “Hiba történt! Elírás!”, nézett körbe rémülten, tekintetével keresve valakit, akit megbízhat a javítással. Társa ironikusan válaszolt: “Talán úgy tűnik neked, hogy zavarja őket?”.

   Valóban sok elegáns úr járt ki-be az épületbe, akik nagyon elfoglaltnak tűntek. “Ügyvédek, ügyészek, jogászok. Nincs idejük butaságokra.”

   Az öreg elvörösödött, mert a hosszú távoli tanulással töltöt egyetemi évekből csak egyetlen nyomtatási hibára emlékezett – éppen  a “bíórság”-ra –, amit egy jogi könyvben talált. Elszégyellte magát és megértette, amit vezetője mondani akart. Úgy tűnt neki, hogy a fiú tekintélyesebb lett és magasabb is. “Milyen furcsa”, gondolta ismét.

   Tovább folytatták az utazást. Végül egy fügesövényekkel körülvett fehér roskadozó házakból álló elhagyatott kis faluhoz értek. Már majdnem este volt. Egy elvadult kertben egy szobor állt. Egy bő inget viselő vékony férfit formázott, aki az arcát a tenyerébe rejtette.

   Az öregben felrémlett egy régi nap emléke, amikor még gyerek volt és az anyja elvitte a fodrászhoz, aki pontosan egy ilyen túl nagyra méretezett ingbe bugyolált sovány déli kis ember volt. Ez alkalommal a borbély a nyaka körül biztostűvel rögzítve egy törölközőt így figyelmeztette: “Ne mozogj, vagy mögváglak” Ekkor a gyerek ártatlan fölényességgel így válaszolt: “Úgy mondják: megváglak”. De mi a jelentőssége most már mindennek?

    Néma kérdéssel a szemében fordult a fiúhoz. Ő a lámpással a kezében így szólt: “Ez itt a fodrász szenvedő lelkének a szobra, amely abban a pillanatban örökre megdermedt. Emlékszel mennyire zavarban volt, és a sorára váró többi vendég nevetésére?”.  

  Ekkor az öregből kitört a sírás, és keserűen csuklotta: “Megbántam! Annyira megbántam!”.

   Aztán hirtelen érezni kezdte az utazás hatását, legyűrte a fáradtság és a fölé magasodó, lámpást tartó ember lábai elé rogyott.

   Egy üde női hang ébresztette: “Még mindig az ágyban, lustaság? Gyerünk, kelj fel! Szeretnélek elvinni a fodrászhoz.”.

  Egy fiatal karcsú nő volt, réz fényű barna hajjal: az anyja.

  Miután felkeltette, a nő most hallgatott, megzavarodva fiának új, szinte “felnőtt” tekintetétől. De még ennél is jobban meglepték szavai: “Jó, anya, szívessen megyök.”.  

   A Sors adott a korrektornak még egy lehetőséget.

 


Ez a novella Guido Tanca és Nagy Patrícia Storie della Baranya - Történetek Baranyából című kötetéből való, ami 2006-ban jelent meg a Prospettiva Editrice (www.prospettivaeditrice.it) kiadásában. Nagy Patrícia magyar nyelvű fordítását a www.guidotanca.extra.hu oldalon, illetve a www.guidotanca.freeblog.hu blogon lehet elolvasni

 

LA FONTE DI ABALIGET

 

  Il mio nome è Piroska e sono di Abaliget. Sono alta e bruna, formosa. Vivo sola, perché mia madre lavora in Germania da un anno, di mio padre non si hanno notizie da quando io ero ancora lattante, e quest'estate ho litigato con mia sorella Ivona, che non faceva mai la sua parte dei lavori di casa. Dopo il nostro litigio se n'è andata con Géza, il suo ragazzo, che era a cena da noi. Da allora non l'ho più vista.

  Un triste compleanno è stato il mio diciottesimo, nella casa ormai vuota da molti giorni. Seduta al tavolo della cucina, davanti a una fetta di torta che mi ero comperata per l'occasione, sentivo in bocca il sapore aspro delle parole dure che ci eravamo dette in quella stanza, io e mia sorella, e mi risuonavano crudelmente nelle orecchie. Assaporavo con la torta quelle parole, in silenzio, soffrendone e insieme godendone, morbosamente.

  Così, adesso vivo sola. Non ho amici, e nemmeno ne cerco. Ogni mattina mi sveglio alle 5, per andare a scuola in città, e torno a casa dopo undici ore. Studio, di solito, fino a tarda sera, o finché non mi sento troppo stanca. L'anno prossimo vorrei iscrivermi all'università, ma non so se mi sarà possibile. Mi piacerebbe frequentare Veterinaria, ma questo genere di studio è ancora considerato più adatto per i maschi che per le ragazze, almeno qui.

  Qualche volta, riflettendo sulla mia esistenza, penso che la Fortuna non mi abbia mai amata molto, ma non me ne importa. C'è infatti nella mia vita un piacere segreto, che mi ripaga di ogni amarezza, e mi dona una gioia che è soltanto mia.

  Sono la regina dei boschi, quando cammino su questo tappeto frusciante d'erba, di fiori e di foglie dorate, sotto questi baldacchini di fronde smeraldine screziate d'arancio, indaco e lilla, quando passo tra questi laghetti azzurri, adorni di ninfee, su cui si chinano i salici, accanto alle cascatelle frizzanti dei ruscelli, mentre vado alla grotta di Abaliget e alla sua fonte dell'Amore.

  Una leggenda, infatti, dice che chi beve un sorso di quell'acqua troverà un grande amore. Credo però che la malìa si avveri soltanto per chi viene da lontano, per chi se n'è reso degno compiendo un lungo pellegrinaggio e giunge sin qui, a questo pugno di case sperdute nel verde, dopo avere assaporato mille volte il gusto di quell'acqua nella fantasia. Il sortilegio si compie per chi, con l'animo colmo di serena fiducia, accosta le labbra alla fonte di Abaliget, pura e gelida, ma di un gelo che scalda, linfa terrestre secreta dalla roccia per un processo di alchimia naturale, inimitabile.

  Entrare nella grotta di Abaliget significa davvero uscire dal mondo. Non importa che fuori sia estate o inverno, che il sole scotti o imperversi la bufera, perché nella grotta la temperatura dell'aria è immutabile. Per questi motivi, non mancano mai visitatori ad Abaliget. Gente angustiata da qualche prosaico malanno respiratorio, o romanticamente desiderosa di assaporare l'incanto del luogo e l'acqua della sorgente che alimenta un piccolo lago, custodito dalla Natura in uno scrigno di pietra.

  Una volta, ho sentito un'attempata guida dichiarare seriosa, a una piccola comitiva di forestieri, che nella grotta di Abaliget l'organismo umano viene alleviato dallo stress della «omeostasi», cioè dalla fatica del continuo adattamento alle mutevoli condizioni dell'ambiente esterno. Un perenne travaglio di cui siamo inconsapevoli, ma che ci logora giorno dopo giorno, e che nella grotta di Abaliget si placa.

  Non so quanto vi sia di vero, o almeno di scientifico, in queste affermazioni. D'altronde, credo che le spiegazioni scientifiche siano come gabbie in cui si pretende di rinchiudere il Prodigio e di esorcizzare il Miracolo, quando questo, perpetuandosi e rinnovandosi, appare ripetibile. Com'è noto, solo un fenomeno ripetibile è considerato spiegabile. Altrimenti è ritenuto illusorio o ingannevole, come nel caso della fonte e della poetica leggenda che la circonda.

  Di sicuro, posso dire che nella grotta di Abaliget si prova una grande sensazione di pace, come in una cattedrale, ma è una serenità più profonda e - direi - più naturale. Nelle cattedrali, infatti, tutto è stato artificiosamente predisposto per allontanare l'animo dalle preoccupazioni quotidiane e favorire l'elevazione dello spirito, ma nessuna mente umana ha progettato queste splendide volte che si perdono in una indefinita oscurità, ne una mano d'uomo ha tessuto questi festoni di pietra che sembrano lievi come nubi.

  Ecco la Torre di Pisa (pisai Ferde Torony) e la cascata del Niagara (Niagara-vízesés) e Biancaneve (Hófehérke) e Babbo Natale (Mikulás)...

  Viene spontaneo mantenere un silenzio assoluto, un silenzio religioso nel senso più ampio e più vero, quando ci si addentra in questa selva di stalattiti e stalagmiti, profuse a perdita d'occhio per uno spazio che appare immenso. In realtà, come dicono le guide, la grotta si insinua per circa mezzo chilometro nelle profondità della terra. Poco più di una scalfittura, in confronto ad altre grotte che si trovano in Ungheria e altrove.

  Quasi ogni giorno, io sottraggo qualche tempo allo studio, o alle sommarie pulizie casalinghe, per attraversare il bosco e trascorrere un'ora nella grotta, e bere un sorso di quest'acqua. Non me ne stanco mai. Ogni volta, nel sacrario della Fonte, il consueto incanto si rinnova per me.

  Sì, forse la magia di Abaliget è reale. Forse anch'io ho trovato l'Amore, ed è questo. 





Ez a novella Guido Tanca és Nagy Patrícia Storie della Baranya - Történetek Baranyából című kötetéből való, ami 2006-ban jelent meg a Prospettiva Editrice (www.prospettivaeditrice.it) kiadásában. A novella olaszul a blogomban olvasható: www.guidotanca.freeblog.hu

 

AZ ABALIGETI FORRÁS

 

A nevem Piroska, Abaligeten születtem és ott is lakom. Magas, formás, barna hajú lány vagyok. Egyedül élek, mert az anyám Németországban dolgozik már egy éve, apámról pedig nagyon régóta nem hallottunk semmit, csecsemő voltam még, amikor elhagyott bennünket. Van egy testvérem, Ivona, akivel a nyáron csúnyán összevesztem, azért mert soha sem veszi ki a részét a házimunkából. A veszekedésünk után a barátjával, Gézával ment el, aki aznap este ott vacsorázott, és azóta nem is láttam őket.

A 18. születésnapomat szomorúan töltöttem a napok óta üresen álló házban. Leültem a konyhaasztalhoz, előttem egy szelet torta volt, amit kifejezetten erre az alkalomra vettem. Ahogy megkóstoltam a tortát, a számban olyan keserű ízt éreztem, mint amilyenek azok a szavak voltak, amiket én és a testvérem aznap este mondunk egymásnak. Fülemben mintha újra hallottam volna mindent. A tortával együtt a szavak ízét is éreztem ott a csendben, miközben betegesen szenvedtem, de a tortának örültem.

Így most egyedül élek. Nincsenek barátaim, de nem is törekszem rá, hogy legyenek. Minden reggel 5-kor kelek, hogy beérjek az iskolába, ami a városban van, és csak 11 órával később érkezem haza. Rendszerint késő estig tanulok, vagy addig, amíg nem érzem magam túl fáradtnak. Jövőre szeretnék beiratkozni az egyetemre, de nem tudom, hogy sikerülni fog-e. Az állatorvosi egyetemre szeretnék jelentkezni, de ezt a pályát inkább a férfiaknak javasolják, nem pedig a nőknek, legalábbis errefelé.

Néhányszor amikor a sorsomon gondolkodom, az jut az eszembe, hogy Fortuna eddig nem nagyon volt kegyes hozzám, de igazából ez nem is érdekel. Van azonban az életemben valami, ami kárpótol mindenért, és olyan örömet okoz, ami csak az enyém.

Az erdők királynőjeként a fűtől, a virágoktól és az aranyszínű levelektől susogó szőnyegen lépkedek, a smaragdzöld, narancsszínű, indigókék, lila színben pompázó lombok baldachinja alatt sétálok, a tavirózsákkal teli azúrkék tavak között haladok el, amiket fűzfák öveznek, amikor a patakok csobogó vízesései mellett megyek az abaligeti barlangba, és annak forrásához, amit a szerelem forrásának hívnak.

Egy legenda szerint, aki iszik egy kortyot ebből a vízből, megtalálja az igaz szerelmet. Azt hiszem, ez csak azok számára válik valóra, akik távoli helyekről jönnek ide a zöldben szétszórt maroknyi házak közé, és akiket a hosszú zarándokút megtétele érdemessé tesz erre, és akik képzeletben legalább ezerszer már megízlelték a forrás vízét. A jóslat annak teljesül be, aki tele van bizalommal, és aki belemeríti az ajkát az abaligeti forrás tiszta, jéghideg vizébe, de olyan hidegség ez, amely felmelegít, a sziklából fakad ez a földi víz egy utánozhatatlan, alkímiai folyamat révén.

Belépni az abaligeti barlangba annyit jelent, mint kilépni a világból. Nem számít, hogy odakint nyár van, vagy tél, hogy tűz a nap, vagy tombol a vihar, mert a barlangban a levegő hőmérséklete állandó. Éppen ezért sokan látogatják. Olyanok jönnek ide, akiknek légzőszervi betegségük van, vagy csak egyszerűen kíváncsiak a hely varázsára, a forrásra, és meg akarják kóstolni annak vízét, ami a természet által védett helyen egy kőburokban egy kis tavat táplál.

Egyszer hallottam, amint egy idősebb idegenvezető elmagyarázta egy külföldi csoportnak, hogy az abaligeti cseppkőbarlangban az emberi szervezetet kevésbé terheli a homeosztázis által kiváltott stressz, vagyis könnyebben alkalmazkodik a külső környezeti változásokhoz. Egy állandó kínlódás ez, amely akaratunktól függetlenül létezik, és amely napról napra emészt bennünket, de mindez az abaligeti barlangban jelentősen enyhül.

Nem tudom, hogy mindebből mi igaz, és mi az, ami tudományos. Egyébként azt hiszem, hogy a tudományos magyarázatok olyanok, mint a ketrec, amibe megkövetelik a csoda bezárását, és annak elűzését, amikor már megörökíti magát, megújul, és megismételhetőnek tűnik. Mint ismert, csak olyan jelenségről tartják azt, hogy megmagyarázható, ami többször megismétlődött. Különben csak ámításról, félrevezetésről beszélnek, mint ahogyan teszik ezt a forrás és az azt övező legenda esetében is.

Csak annyit tudok mondani, hogy a barlangban teljes béke uralkodik, olyan, mint amilyen a templomokban is, de ez a derű mélyebb és - úgy mondanám - természetesebb. A templomokban viszont minden mesterkélt módon elő van készítve ahhoz, hogy a lelket tovaűzzék az aggodalmaktól, és hogy elősegítsék a lélek felemelkedését, ezzel szemben a barlangban a végtelen sötétségbe vezető járatokat nem emberi elme alkotta, és nem is emberi kéz szerkesztette meg ezen cseppkövek füzérét, amik olyan könnyűnek látszanak, mint a felhő.

Íme néhány a cseppkövek nevei közül: a pisai Ferde Torony, a Niagara-vízesés, Hófehérke, Mikulás …

Az ember akaratlanul is elnémul, áhítatos csendbe esik a szó legtágabb és legigazabb értelmében, ahogy egyre inkább bentebb ér a pazar, beláthatatlan messzeségben lévő cseppkövekkel teli barlangba. Valójában, ahogy az útikönyvek írják, a barlang körülbelül fél kilométer hosszan vezet a föld felszíne alatt. Ez valamivel nagyobb vájat a Magyarországon és másutt található barlangokhoz képest.

Én majdnem minden nap félreteszem egy rövid időre a tanulást és a házimunkát csak azért, hogy átkelve az erdőn elmehessek egy órára a barlangba, és hogy igyak a forrásból. Nem tudok vele eléggé betelni. Néha a forrás rejtekében a szokásos varázslat újabb és újabb arcát mutatja.

Igen, talán az abaligeti legenda igaz. Talán én is megtaláltam a szerelmet, és ez az.

 


Guido Tanca és Nagy Patrícia tollaiból származik a Storie della Baranya - Történetek Baranyából, Prospettiva Kiadó (www.prospettivaeditrice.it), 2006.

 

 

 

EGY ÉJSZAKA A MECSEKBEN

 

Az utazás az életem és a munkám is. Stewardessként állandóan úton vagyok. Amikor van néhány szabadnapon, akkor is elutazom valahová. Egyébként is az utazások korát éljük. Sokan látták már az egyiptomi és a mexikói piramisokat, a Csendes-óceán koralljait és az amerikai Nagy-tavakat. Míg sokaknak az utazás örömöt jelent, vagy szórakozást, addig nekem életszükségletet, csillapíthatatlan vágyat, mintha örökké ki lennék éhezve új tájakra, új egekre.

Igen, mindenáron élvezni akarom bolygónk és lakóinak lenyűgöző változatosságát, mielőtt későn lenne. Amikor nem lesz nemzeti öntudat, és vége lesz az emberek és a népek közötti különbségeknek, amikor minden emberi arc egyformán emberivé válik, amikor mindenhol ugyanúgy élnek az emberek, remélem, a bolygók közötti utazás mindennapossá válik, és lehetőségem lesz más világokat meglátogatnom, mint ahogy most el lehet utazni New Yorkba vagy Manilára.

Annak ellenére, hogy sok helyre eljutottam már, életem legbizarrabb eseménye nem egy egzotikus országban történt, hanem hazámban, az ősrégi Magyarországon.

Stewardessnek jelentkeztem, a felvételi vizsgán voltam, és nagyon izgultam, mert a négyszáz jelentkezőből csak tízet vettek fel.

Munkát találni manapság nem könnyű. Gondoljunk csak arra az időre, amikor mindenkinek volt munkája, sőt azt, aki nem dolgozott, szigorúan megbüntették.

Éreztem, van némi esélyem arra, hogy bekerüljek azok közé, akik megkapják ezt a munkát, de a konkurencia félelmetes volt. Nem ismertem a többieket, és nem tudtam, hogy mennyivel felkészültebbek nálam, de sokan közülük szépek voltak, és a külső ebben a szakmában sokat számít.

Az elővizsgákon már átmentem, de hátra volt még a legnehezebb vizsga, az idegen nyelvről magyarra, illetve a magyarról idegen nyelvre történő fordítás. A többiekhez képest volt egy kis előnyöm, mert az angolon és a németen kívül olaszul is beszéltem. Az angolt nagyon sokan beszélik, a németet úgyszintén, ezekhez képest az olaszul beszélők száma kevesebb. Bár az olasz tudásom elég volt ahhoz, hogy megértessem magam, és hogy alapszinten társalogjak, de közel sem tökéletesen beszéltem. A lexikális tudásom (vagyis az olasz szavaknak a száma, amiket tudtam) meglehetősen csekély volt.

Még egy hét volt hátra a vizsga napjáig. Úgy gondoltam, elvonulok a világtól, viszek magammal néhány olasz könyvet, és a lehető legnagyobb nyugalomban olvasok. Nem akartam Budapesten maradni. A barátaim biztosan kerestek volna minden nap, és nem hagytak volna tanulni. Nem akartam látni kérlelő szemeiket, és hallgatni, ahogy próbálnak meggyőzni: „Orsolya, mit csinálsz otthon? Rajta, Orsi, gyere el velünk szórakozni!” Hogy tudtam volna ellenállni nekik?

Különben is már fenyegetett az a veszély, hogy nem tudok elmenni az elővizsgára, mert a barátaim egyszer egy kései havazásnak köszönhetően elmentek szánkózni, és makacsul ragaszkodtak ahhoz, hogy én is velük tartsak. Végül engedélyeztem magamnak ezt a kis kikapcsolódást. Az eredmény egy baleset volt, szerencsére nem történt komolyabb bajom, leszámítva azt, hogy a fenekemet csúnyán megütöttem. Másnap, a kétórás vizsga alatt úgy ficánkoltam, mintha tüzes széken ülnék. Néha fel is szisszentem a fájdalomtól. Hála istennek a pszichológus, akivel már beszéltem korábban, nem volt jelen, máskülönben viselkedésem biztosan nyugtalanította volna.

Akkor szerencsém volt, nem akartam újabb kellemetlenséget, főleg akkor nem, amikor már oly közel volt a cél.

Ezenkívül, otthon voltak olyan olasz könyveim, amiket még nem sikerült elolvasnom, azért mert nem volt elég időm rá, és kedvem sem, hogy hozzákezdjek. A milánói levelezőtársam küldte a könyveket, akit egy elég furcsa alaknak tartok abból, ahogyan írt magáról. Leveleiből arra következtettem, hogy szabadidejét javarészt alvással tölti. Úgy képzeltem el, mint egy lajhárt vagy egy pufók mormotát, aki a téli álmára készül. És milyen különös könyveket kaptam tőle! Párhuzamos tudományokról, alternatív gyógymódokról, legendás helyekről, fantasztikus állatokról szóltak. Mindenképpen el akartam ezeket olvasni. De hol?

Aztán eszembe jutott Zsuzsanna néni, anyám sokkal idősebb nővére. Nagynéném, aki nyugdíjas tanárnő volt, néhány éve az ország déli részébe, Pécsre költözött. Volt egy kis lakása a belvárosban, de Pécsváradon (Pécstől keletre fekvő falu) a Mecsek legmagasabb pontján, mintegy 700 m magasban is volt egy nyaralója. Ott a hegység déli lankáin töltötte a nyár legmelegebb heteit.

Úgy emlékszem rá, mint egy hallgatag, törékeny alkatú nőre, aki talán szeretett is engem a maga módján, de sosem igyekezett, hogy ki is mutassa ezt, még akkor kiskoromban sem. Ennek ellenére biztosan nem lett volna kifogása az ellen, hogy átmenetileg ott lakjam a vidéki házában, ami egyébként is üresen állt.

Néhány évvel ezelőtt láttam azt a házat, de csak kívülről. A szüleimmel Dalmáciába mentünk nyaralni, és útközben megálltunk a nagynénémnél.

(Dalmácia gyönyörű, szigetei, melyek körülölelik, csodálatosak. Ha nem lenne olyan közel Budapesthez, alig 500 km-re, néha szívesen visszamennék oda.)

A nagynénémnek nem volt telefonja, nekem pedig időm, hogy írjak neki. Nem akartam táviratot küldeni. Talán megijedt volna. Elmehettem volna hozzá személyesen megbeszélni, hogy pár napot szeretnék eltölteni a vidéki házában.

Beszéltem anyámmal, semmi ellenvetése nem volt, tudta jól, hogy úgyis hiábavaló lenne. „Csináld úgy, ahogy akarod Orsi, de ne vegyél fel stoppost, ne bízzál meg senkiben sem, ne fogadj el idegentől semmit sem.” Végül is csak a szokásos dolgokat említette, amiket az anyák ilyenkor mondani szoktak.

Kértem, hogy köszönjön el helyettem az apámtól, utána beraktam a könyveket és a csomagjaimat a kisautómba. Egy velem egyidős, olasz gyártmányú használt járgányom volt. Tavaly kaptam az apámtól a tizennyolcadik születésnapomra, gimnáziumi osztálytársaim nagyon irigyeltek miatta.

Így hát elindultam, átkeltem a Mecseken és pár óra alatt leértem Pécsre, előtte még rövid pihenőt is tartottam, hogy egyek valamit. Szerintem jókor érkeztem a nagynénémhez, mert már nem volt ebédidő, a vacsorához pedig még korán lett volna, így nem alkalmatlankodtam. Egy kicsit meglepődött váratlan látogatásomon, szüleim felől kezdett el érdeklődni, majd teával és süteménnyel kínált.

Amikor elmondtam neki, hogy stewardess szeretnék lenni, nem mutatott különösebb lelkesedést, de amint megemlítettem neki, hogy pár napra a házába szeretnék menni, láttam rajta, hogy egy pillanatra összerezzent. Csendben maradt pár percig, aztán felállt, elment a kulcsért, és ideadta. Megköszöntem és elbúcsúztam tőle. Már eljöttem a lakásból, és lefelé tartottam a lépcsőn, mielőtt azonban szem elől tévesztett volna, utánam szólt:

- Orsolya…

- Igen?

Leplezett aggodalmat láttam az egyébként rendszerint nyugodt arcán.

- Valami baj van, nénikém?

- Orsolya, ha ott leszel, már sötétedés előtt zárd be jól az ajtót és az ablakokat, és ne engedjél be senkit sem!

Meglepődtem, nem tudtam mitől félt:

- Jó, rendben van. Ne aggódjál! Tanulni és olvasni megyek oda, a barátaim közül senki sem fog ott keresni. Rajtam kívül más nem fog a házba menni. Szervusz, és köszönöm még egyszer.

Furcsa volt, hogy nagynéném ennyire aggódik értem. Hát akkor mégiscsak jobban szeret annál, mint amennyit valójában kimutat? Értem aggódott ennyire, vagy csak a házát féltette? Mindenestre, azt hiszem, fölöslegesek voltak az aggodalmai. Tudtam, hogy ott csend és nyugalom vár rám, talán több is annál, mint amire vágytam.

Elindultam kelet felé. A nagynénémnél tett látogatás alig tartott egy órát.

Húsz perccel később már a csomagjaimat hordtam be a zöld színű faházba. Vittem magammal otthonról ennivalót, szalámit, marhahús konzervet, tonhalat, mert nem akartam a faluba menni bevásárolni. Biztosan megismerkedtem volna valakivel, de akkor az eltervezett olvasásból és tanulásból semmi sem lett volna.

Körbenéztem. Olyan volt minden, mint amire emlékeztem. Fákkal borított dombok, parlagon heverő kert vadvirágokkal, a falu körülbelül egy kilométerre. A fűben találtam egy nagy, gömbölyű, mohával borított követ, úgy tűnt, mintha szándékosan helyezték volna oda, úgy, ahogyan bizonyos keleti kertekben szokás. Talán a nagynéném hozatta ide. Múltkor, amikor itt jártam nem láttam, vagy nagyon eltakarta a fű, vagy az is lehet, hogy akkor még itt sem volt.

A ház egyetlen nagy helyiségből állt. A bútorok ügyes elrendezésével voltak kialakítva a különböző sarkok: a nappali, a hálószoba egy ággyal, egy kis főzőfülke, a fürdőszoba egy zuhanyzókabinnal. Összességében jónak találtam ezt a megoldást, és furcsa módon „fiatalosnak” is.

Láttam egy íróasztalt is, rajta néhány könyvvel. Közülük egy nyitva volt, mintha a nagynéném felejtette volna ott még tavaly nyáron. Kíváncsian belelapoztam. Micsoda meglepetés! Nostradamus jóslataiból álló kötet volt. Nem gondoltam volna sosem, hogy a nagynéném kedvét leli ilyen írásokban. Olcsó kiadvány volt, de korhű másolatnak tűnt, egy kicsit tréfásnak találtam.

A könyv azon az oldalon volt kinyitva, amelyen egy prófécia a terror nagy királyának az eljöveteléről beszél, aki az égből fog közénk leszállni. Fölösleges is mondani, hogy ez nem következett be ez idáig. Azonban a könyv homályos és mesterkélt szavai között fel-felvillantak egy mindenki számára ismert, valódi költemény sorai.

„Egyedül, a sötét éjszakában, a rézszéken ülve… Susogás hatotta át vénáimat és a ruháimat… Isteni fény. Az istenség leül mellém.”

A nagynéném többi könyve is hasonló tartalmú volt, ami szerintem távol áll a magyarok mentalitásától, és még inkább az enyémtől. Volt még egy lengyelül írt könyv is, de lengyelül egyáltalán nem tudok. Viszont tudok pár szót oroszul, ami hasonlóképpen a szláv nyelvekhez tartozik, ennek segítségével megértettem, hogy a könyv egy krakkói kriptában elrejtett különleges kőről szól, ami talán még radioaktív is.

A könyv lapjai között rábukkantam egy német újságcikkre, - a megjelenési dátum nem volt rajta -, ez egy szibériai folyóban talált „vámpír” kőről számolt be. A kő életerőt vont el az azt vizsgáló tudósoktól, többen közülük szédülésre és rosszullétre is panaszkodtak. A hírt némi iróniával közölték.

Különös egybeesés. Bizarr könyveket hoztam magammal, és itt is ugyanolyanokat találtam. Olyan volt ez, mint amikor az egyik regényben arról írtak, hogy a világon egy medalion darabjait szétszórták, végül ezek egyszer csak egymásba illeszkedtek, lehetővé téve ezzel, hogy a születésük pillanatában szétválasztott testvérek egymásra találjanak. De az én esetemben nem volt semmilyen cselekmény. Véletlenről volt szó.

Már sötétedett. Betartva a nagynénémnek tett ígéretemet, bezártam az ajtót és az ablakokat. A beszűrődő gyenge természetes fény helyett a villanyt választottam, ami ugyanolyan halvány volt.

Bezárkóztam a házba, amit egy kicsit bántam, mert szívesen kimentem volna a friss, illatos levegőre. Még előttem állt a reggel és az elkövetkezendő napok, hogy élvezzem azt. Úgy gondoltam, ha elolvasnék a magammal hozott könyvekből néhányat, és megtanulnék mondjuk legalább kétszáz új olasz szót, indulásom előtt tehetnék egy kis sétát a faluban.

A szobában félhomály volt. Emlékeztem, hogy az áramot egy dinamó szolgáltatta, amit a közelben, a fák sűrűjében futó kis vízfolyás forgatott. Az íróasztalon is volt egy olvasólámpa, felkapcsoltam hát. Vöröses fény jelent meg a nagynéném könyvén ábrázolt Nostradamus alakja körül. Élethűnek tűnt, mintha ki akart volna emelkedni a könyvből. Lenyűgözött ez a látvány.

Elkezdtem az elejéről olvasni a könyvet, és belekóstoltam a homályos szavak keserű ízébe. Eközben csak telt, telt az idő, észre sem vettem mennyire, nem voltam sem fáradt, sem éhes.

Elérkeztem végül ahhoz a jövendöléshez, amiről tavaly az újságok olyan sokat írtak, és ami végül is nem következett be. A terror uráról szólt, aki az égből jött volna közénk.

Hirtelen eszembe jutott valami.

- Ki mondta, hogy nem teljesült be ez a jóslat?

Valójában Nostradamus egy titokzatos és félelmetes dologról írt, de azt soha sem mondta, hogy a világ rögtön meg is tapasztalja azt.

Erre gondoltam:

- A terror ura is (a történelem során sok volt belőlük), amikor megszületik, csak egy gyerek. Hát persze, de közülük senki nem az égből jött.

Jó pár órája voltam már egyedül, érzékszerveim kezdek kifinomulni, amikor valami hangot hallottam. Olyan volt, mint egy távoli sóhajtás, könnyű mégis - hogy mondjam? - hangos, erős, hatalmas és úgy tűnt, mintha a faház is vele együtt sóhajtott volna.

- A tenger - gondoltam. - Hihetetlen. A Dalmát tenger hív engem.

Nem, nem lehetett a tenger, hiszen vagy háromszáz kilométerre volt. Felkeltem, résnyire kinyitottam az ablakot, és kinéztem. Telihold volt. Megborzongtam, amikor a mohával borított kő felé néztem, mert a helyén egy pillanatra egy összekuporodott párducot láttam, ami lesben állt, hogy rávesse magát a zsákmányára.

Nyugalom volt, de még mindig hallottam azt a nagy, sejtelmes sóhajtást. Mi lehetett az? Talán áradás, földrengés, vagy más katasztrófa jele? Mi volt az, ami így titokban mozgott odakint a hatalmas szunnyadó világban?

Féltem. Egész éjszaka ébren voltam. Reggel fogtam a holmimat, a könyveket, az ételt, amit fölöslegesen hoztam el magammal, és bepakoltam az autóba, gondolván, hogy jobban tudok otthon tanulni. A barátaim is már biztos kerestek odahaza, igaz, hiába, így beletörődtek abba, hogy egy darabig nem látnak. Nyugodt voltam efelől, de szégyellem magam, hogy egy ilyen semmiségtől úgy megijedtem.

- Mindez egy buta kő miatt történt - gondoltam, és újra meg akartam nézni. Akkor rémültem meg csak igazán, mert nem találtam.

- A kő eltűnt!

Gyorsan elindultam anélkül, hogy hátra néztem volna. Amikor megérkeztem Pécsre, bementem a nagynénémhez, hogy visszaadjam neki a kulcsot. Mihelyt megpillantott csak ennyit kérdezett:

- Te is hallottad azt a zajt? És a követ láttad?

- De miért nem mondtál nekem semmit sem, nénikém?

Idegesen fölnevetett:

- Azért nem szóltam neked erről, mert te sem hittél volna nekem. Biztosan azt gondoltad volna, hogy féltem tőled a házat, és emiatt nem akarom odaadni neked a kulcsot. Senkinek nem beszéltem még erről. Az emberek nem túl megértőek azokkal szemben, akik titokzatos hangokat hallanak, és kóborló köveket látnak. Errefelé inkább mindenki gyakorlatias, és kevésbé képzelgős.

- Tudod, hogy mi lehet ez az egész?

- Tavaly nyáron félbeszakítottam a pihenésemet, visszajöttem a városba, hogy megpróbáljak az egyetemi könyvtárban utánajárni néhány dolognak, de nem találtam semmi érdemlegeset. Voltam egy idegen nyelvű könyveket is forgalmazó könyvesboltban, ott rábukkantam egy lengyel kiadványra, amiben egy legendás, jótékony kőről írnak. Magyarul semmit sem találtam, lehet, hogy azért mert mi nem nagyon hiszünk ezekben a dolgokban.

- Én láttam azt a könyvet a házadban. Végül is akkor vissza mertél menni tavaly? Hogy tudsz ilyen nyugodt lenni? Az a dolog veszélyes is lehet akár, és itt a közelben van egy falu is.

- Orsi, most senki sem hinne nekünk. Ha baj lesz, senki sem tud majd ellene tenni. Ne gondolj rá többet!

Nem mertem mást kérdezni.

Amikor visszamentem Pestre, a milánói levelezőtársam levele várt. A levelében többek között írt egy fekete párducról, amit Olaszországban több helyen láttak. Volt, aki nem hitt a létezésében, de voltak olyanok is, akiknek kárt okozott. Ezek között volt egy állatkertnek a tulajdonosa is. Az egyik éjszaka egy titokzatos állat átugrotta a két méter magas palánkot, megölt egy hetven kilós tarajos sült, és elvitte a kölykeit a kerítésen túlra, feltehetően a szájában (hol, ha nem abban?).

Azóta figyelemmel kísérem az erről szóló híreket, amiket a külföldi lapokban találok, amikor éppen úton vagyok, de igazából nem tudom, hogy mit gondoljak ezekről.

Úgy tűnik, hogy létezik egy lény, aminek éles tépőfogai vannak, és ami elhagyatott helyeken bukkan fel, az emberek emiatt bemenekülnek a városba, mert úgy érzik, hogy valami üldözi őket, és még maguknak sem merik bevallani, hogy van valami a környezetükben, ami tehéncsordákat, méneseket pusztít el, anélkül, hogy vérnyomot hagyna maga után.

Feltételezem, hogy egy idegen lényről van szó, ami néhány évvel ezelőtt nyáron leszállt az égből, és éjszakánként kő formájában megelevenedik, és elnéptelenedett tájakon fordul meg. Talán már utódai is vannak, így még több, egymástól távollévő helyeken lesz látható. Lehet, hogy azért párduc alakú, mert így könnyen bele tud olvadni a környezetébe, de lehet, hogy éppen másutt farkasként, oroszlánként, gorillaként, vagy emberhez hasonló formában jelenik majd meg. Nem folytatom tovább, mert nem akarom Nostradamust utánozni.

Ha valakit érdekel egy apróság az életemmel kapcsolatosan, tudja meg, hogy a történtek ellenére a stewardess vizsgám jól sikerült.


Bibliografia

2008. jún. 18. 2008. jún. 18. 21:41, Király Hédi, még nincsenek kommentek

Kategóriák: Bibliográfia - Bibliografia

Bibliografia

 


Mi chiamo Guido Tanca e sono autore o coautore di antologie di racconti, romanzi brevi e anche saggi (di cui uno pubblicato e due inediti). Salvo qualche possibile errore od omissione, il seguente elenco è aggiornato fino al maggio 2008.

 

Pallavolista bionda (pubblicato nel 1993) narra la patetica storia di un anziano bibliomane che si innamora di una giocatrice di Volley, da lui vista in televisione.

 

Il lupo dorato (con Roberta Bertelloni di Pietrasanta, 1996) parla dell’incontro di due scrittori dilettanti, un uomo di mezza età e una giovane donna, che si raccontano a vicenda storie fantastiche e bizzarre.

 

Angeli, diavoli e altri esseri (2001) è una miscellanea di racconti e scritti vari.

 

Baranya (2001) è una antologia di racconti di ambientazione ungherese, che sono poi stati pubblicati nella raccolta Trilogia fantastica. Molte protagoniste dei racconti sono giovani donne realmente esistenti.

 

Versilia stregata (con Roberta e Daniela Bertelloni, 2001) è un’altra antologia, che comprende anche il racconto Umbriel - Lettera a un amico satanista. In questo racconto, immagino di rimanere chiuso per una notte nel Cimitero Maggiore di Milano, dove mi accade di incontrare un gruppo di adoratori del diavolo.

 

La camera dei sogni (con Roberta e Daniela Bertelloni, 2002). Qui immagino che Roberta abbia ideato una piccola piramide, al cui interno una serie di solenoidi produce un campo magnetico variabile, che stimola l’attività cerebrale e le capacità immaginative di una persona che vi sia esposta. Ne nasce una serie di storie allucinate e visionarie, tra cui La luce di Ibolya (di cui propongo la lettura anche in questa sede).

 

Il mistero di Rogelio (scritto con Sonja Gašparac di Rijeka e pubblicato nel 2004) è la storia di un giovane ispano-americano di Miami che scompare nelle paludi delle Everglades. La sua corrispondente Sonja si interroga sull’enigmatica sparizione dell’amico.

 

Trilogia fantastica (2005) comprende i racconti di Baranya e il nuovo Azúrkék Tenger Terv (“Progetto Mare Azzurro”) che narra la vicenda del giovane italiano Al, assunto da una ditta ungherese per trascorrere un anno in solitudine su un’isola del Mare Arabico.

 

Storie della Baranya - Történetek Baranyaból (2006) è un libro bilingue, con alcuni racconti della Trilogia fantastica tradotti in ungherese da Patrícia Nagy.

 

Dalla dimora antica (scritto con Roberta e Daniela Bertelloni e pubblicato nel 2005) è un’altra antologia di racconti, tra cui Il viaggio nel muro, che appare anche in questo sito per gentile concessione di Prospettiva Editrice.

 

Nel 2007 è stato pubblicato Il sole ha perso la strada per Londra, scritto con Sonja Gasparac di Rijeka. Tutte le cose sono collegate tra loro, per effetto del fenomeno fisico chiamato “entanglement” (cioè “invischiamento”). Anche gli esseri umani sono uniti tra loro da molteplici relazioni. Per effetto di tutte queste interconnessioni, ogni nostra azione può produrre risultati immensi e imprevedibili. Disponiamo di un potere magico, ma siamo incapaci di usarlo. Una Mente collettiva, invece, potrebbe riuscirci. Nel quartiere londinese di West Ealing, la Confraternita dei Nuovi Bogomili vuole creare una Mente sovrumana. Il Grande Hlad è un “fantasma” elettronico che prende forma in una colonna trasparente, assorbendo l’energia nervosa degli adepti, per dare vita a una Personalità di gruppo. Zorica, che da Rijeka è arrivata a Londra come ragazza “alla pari”, viene accolta dalla Confraternita e assiste alla sua tragica fine.

 

Nel 2007 è apparso come e-book Cercando l’Elisir pubblicato da Kappaeventi. Da questo saggio ho ricavato un libro più piccolo, che dovrebbe essere pubblicato (in veste cartacea) da Prospettiva Editrice.

 

Nel 2008 sono stati pubblicati i Racconti onirici, scritti con le sorelle Bertelloni. Questi racconti si chiamano “onirici” perché sono stati ispirati a Roberta da altrettanti sogni. Ho contribuito alla realizzazione del libro scrivendo La pietra di Krasnoyarsk. Una neolaureata in Ingegneria di San Pietroburgo, Tania, va nella città siberiana di Acinsk per uno “stage” e le accade di scopre l’esistenza di un minerale dotato di una intelligenza sovrumana.

 

Un’altra antologia scritta con le sorelle Bertelloni e pubblicata anch’essa nel 2008 è Specchio d’Oriente, che comprende due miei racconti, Il folletto giapponese (pubblicato anche in questo sito, per gentile concessione dell’editrice EdiGiò) e La Sublime Porta, una mia rielaborazione fantasiosa del diario di Arianna, una ragazza veneta che ha soggiornato per tre mesi a Instanbul.

 

Bibliográfia

2008. jún. 18. 2008. jún. 18. 21:40, Király Hédi, még nincsenek kommentek

Kategóriák: Bibliográfia - Bibliografia

Guido Tanca vagyok, szerzője valamint társszerzője antológiáknak, amelyek novellákat, kisregényeket és tanulmányokat is (közülük egy megjelent, kettő kiadatlan) tartalmaznak. Néhány lehetséges hibától vagy kihagyástól eltekintve a következő lista 2008 májusáig tartalmazza műveimet.


Pallavolista bionda – A szőke röplabdajátékos lány, (1993-ban jelent meg) egy idős könyvbolond patetikus történetét meséli el, aki beleszeret egy röplabdajátékos lányba, akit a tv-ben látott.

Il lupo dorato – Az arany farkas (a pietrasantai Roberta Bertelloni-val közös mű, 1996) két műkedvelő író találkozásáról szól, egy középkorú úrról és egy fiatal hölgyről, akik fantasztikus és különös történeteket mesélnek egymásnak felváltva.

Angeli, diavoli e altri esseri – Angyalok, ördögök és más teremtmények (2001) különböző novellák és írások egyvelege.

Baranya (2001) egy magyar környezetben játszódó novellák antológiája, amelyek később a Fantasztikus trilógia című gyűjteményben jelentek meg. A novellák szereplői közül sokan a valóságban is élő fiatal nők.

Versilia stregata – Elvarázsolt verselés (Roberta és Daniela Bertelloni-vel közös mű, 2001) szintén egy antológia, amely magába foglalja a Umbriel Levél egy sátánista baráthoz című novellát is. Ebben a novellában, elképzelem, hogy egy éjszakára bent rekedek a milánói Nagy Temetőben, ahol egy ördögimádó csoporttal találkozok.

La camera dei sogni – Az álmok szobája (Roberta e Daniela Bertelloni-vel, 2002). Itt elképzelem, hogy Roberta egy kicsi piramist talál ki, amelyben mágnestekercsek változó mágneses teret keltenek, ami az ember agyi tevékenységét és képzelőerejét stimulálja. A halucinációkból és víziókból történetek sora keletkezik, köztük La luce di Ibolya – Ibolya fénye (amelynek ezúton is ajánlom elolvasását).

Il mistero di Rogelio – Rogelio titka (a rijekai Sonja Gašparac-va közös, 2004-ben megjelent szerzemény) egy Miamiban élő latin-amerikai fiú története, aki eltűnik az evergladesi mocsarakban. Levelezőtársa, Sonja, barátja eltűnésének rejtélyében nyomoz.

Trilogia fantastica – Fantasztikus trilógia (2005) magába foglalja a Baranya novelláit és az új Azúrkék Tenger Terv-et, ami Al, a fiatal olasz fiú történetét meséli el, akit egy magyar cég azért fogad fel, hogy töltsön el egy évet magányosan az Arab-tenger egy szigetén.

Storie della Baranya - Történetek Baranyaból (2006) egy kétnyelvű könyv a Trilogia fantastica – Fantasztikus trilógia néhány novellájával, amelyeket Nagy Patrícia fordított magyarra.

Dalla dimora antica – Az ősi lakhelyről (Roberta és Daniela Bertelloni-vel közösen írt, 2005-ben megjelent mű) egy novella gyűjtemény, köztük az Il viaggio nel muro – Utazás a falban, amely a Prospettiva kiadó engedélyével a honlapon is olvasható.

2007-ben megjelent a rijekai Sonja Gasparac-al közösen írt Il sole ha perso la strada per Londra – A nap elvesztette az utat London felé. Minden dolog egymással összefügg, az “entanglement”-nek nevezett (vagyis “belegabalyodás”) fizikai jelenségnek köszönhetően. Az embereket is kapcsolatok sokasága köti össze. Mindezeknek az összefonódásoknak köszönhetően cselekedeteink végtelen és beláthatatlan következményekkel bírhatnak. Egy mágikus erőnek vagyunk a birtokában, de képtelenek vagyunk használni. Egy kollektív Értelemnek viszont sikerülhet. A londoni West Ealing városnegyedben az Új Bogomilok Rendje egy emberfeletti Értelmet akar megalkotni. A Nagy Hlad egy elektromos szellem, amely a beavatottak energiáját elnyelve egy áttetsző oszlopként jelenik meg, hogy egy csoport-személyiségnek adjon életet. Zoricát, aki hozzájuk hasonlóként érkezett Rijekából Londonba, a Rend befogadja, és segítségükre lesz a tragikus végkifejletben.

2007-ben a Kappaeventi jóvoltából “e-book”-ként megjelent a Cercando l’Elisir – Az elixírt keresve Ebből a tanulmányból egy rövidebb könyvet írtam, amely írásban (papírformában) a Prospettiva Editrice kiadásában lát napvilágot.

2008-ban jelent meg a Bertollini nővérekkel közösen írt Racconti onirici - Álomtörténetek. Azért “álom”-történetek, mert Robertát álmok ihlették. A könyv megvalósulásához a La pietra di Krasnoyarsk – Krasnoyarsk köve című történet megírásával járultam hozzá. Tania, egy friss diplomás szentpétervári lány, a szibériai Acinsk városába megy gyakorlatra és egy emberfeletti értelemmel rendelkező ásvány létezésére bukkan.

Egy másik a Bertelloni nővérekkel közösen írt antológia, amely szintén 2008-ban jelent meg, a Specchio d’Oriente – A Kelet tükre, amely tartalmazza két írásomat, a Il folletto giapponese – A japán démon (az EdiGiò kiadó engedélyével szintén megtalálható a honlapon) és a La Sublime Porta – A Fényes Ajtó, Arianna – egy veneto-i lány, aki három hónapot töltött Isztambulban – naplójának különös átdolgozása.

 



Questo racconto, come alcuni altri, mi è stato ispirato da Hedvig, la mia “amica di penna” che a quell’epoca viveva a Komlò. Il racconto è tratto da Trilogia fantastica che stata pubblicata nel 2005 da Prospettiva Editrice (www.prospettivaeditrice.it). Ringrazio Prospettiva che mi ha permesso di inserire il racconto in questo Sito.

 

                        

 

Halhatatlansàg 

(Immortalità)

 

 

   La mia casa è a Komlò, a nord dei monti Mecsek. La Baranya è una terra fertile, dal clima mite, ricca di vigneti, boschi, frutteti e buoni pascoli. Komlò, il nome della mia città, in italiano significa «luppolo».

   Il profilo dei monti Mecsek è sinuoso e morbido come un corpo di donna, e le loro pendici sono ricoperte da un sontuoso manto di castagni. Da una quarantina di erbe aromatiche dei Mecsek si ricava un famoso elisir.

   Al di là dei monti, invisibile a me, ma tanto vicina che mi sembra di sentire il quieto brusio della sua vita, c'è Pécs, la città antica e bella, sede universitaria fin dal Medioevo, il cui nome italiano è Cinquechiese. Ma questo è un nome antico e desueto, reminiscenza degli imperi di Carlo Magno e di Maria Teresa. E poi so che, molto più lontano, c'è il mare, che non ho mai visto, quel mare dalmata che un tempo era nostro, e il cui tepore rende dolce il clima della Baranya. Ancora più lontano, oltre il mare, c'è Olaszorszàg, l'Italia.

   Quando scende la sera, le cime dei monti Mecsek sono un'isola di rame nel cielo, sospesa tra le prime stelle e le luci delle casette lontane che ne punteggiano le pendici ombrose.  Casette da fiaba, di legno colorato, tra cui gli abitanti di Pécs amano passeggiare nei giorni di festa, come in un grande parco cittadino.

   Sono monti bassi, poco più che colline, smussati dal lento lavorìo dell'acqua e del vento in milioni di anni. Nell'ora del tramonto mi accade di pensare all'eternità, e alle tante popolazioni vissute nei secoli andati nella Baranya, che è poi una parte dell'antica Pannonia, provincia romana per secoli.

    La terra – questa mia terra, almeno - ha una memoria. Memoria dei suoi antichi abitatori: Illiri, Sarmati, Avari, Longobardi, Magiari... Qui non è strano che un uomo si chiami Attila come il re degli Unni, o che una donna abbia il nome della sua giovane sposa Ildikò, innocente causa della morte improvvisa di quel vecchio lascivo, la prima notte di nozze.

   Per i popoli del Sud, Attila era un barbaro e per quelli del Nord un eroe, ma per gli ungheresi è quasi un parente, una specie di venerato nonno, sebbene il suo regno in Pannonia abbia preceduto di alcuni secoli l'arrivo delle tribù ungare delle Dieci Frecce, On-Ogur, dalle steppe dell'Asia.

     Quando la mia mente si abbandona a questi pensieri, sento di essere anch'io una particella nel flusso incessante della Vita, un granello di sabbia nella clessidra dell'Universo. Soltanto questo eterno fluire è reale - come sapeva quel greco, Talete - e io credo che il segreto dell'immortalità, se mai sarà svelato, consisterà proprio nella possibilità di cambiare perennemente, conservando la propria identità, come l'acqua che scorre.

 

Una lettera

 

   L'immortalità... Questa bizzarra idea mi ossessiona da circa tre mesi, cioè da quando ho ricevuto una lettera di un mio corrispondente milanese, uno scrittore dilettante come ce ne sono a milioni, e quasi tutti migliori di lui.

  Diceva più o meno così: «Cara Hèdi, vorrei scrivere un libretto sull'aspirazione umana all'Immortalità. Non ho in mente un saggio ambizioso, ma una divagazione lieve, sospesa tra Mito e Scienza. Però vorrei scrivere qualcosa di nuovo. Tu potresti aiutarmi. Sei ungherese e parli una lingua che qui nessuno conosce. In passato, per motivi politici, da noi i Paesi dell'Europa orientale erano avvolti da un certo alone di mistero. Si favoleggiava di ricerche straordinarie, di invenzioni incredibili, per esempio di una "pillola elettronica" inventata dai russi, che contrastava l'invecchiamento. Io non ci credo, ma qui non se ne sa quasi niente, e questo importa. Allora, vorresti andare in biblioteca, in qualche emeroteca, nelle librerie di Komlò e di Pècs, per cercare qualcosa che possa interessarmi? Qualunque cosa: leggende, antiche ricette di longevità, vecchie ricerche scientifiche poi dimenticate... Insomma, tutto quello che abbia attinenza con l'argomento del mio saggio: il sogno di una vita senza fine».

   Sono trascorsi tre mesi, come ho detto. Per gran parte di questo tempo, ho fatto ben poco per accontentare il mio corrispondente. Il suo progetto mi sembrava futile. Pensavo: «Che valore potrebbe avere, una raccolta di superstizioni e di stramberie di varie epoche?  Perché mai le sciocchezze inedite dovrebbero essere più pregevoli di quelle risapute? E poi, per età, quel milanese potrebbe essere mio nonno. Se in tutti gli anni che ha avuto a disposizione non ha concluso niente di buono, anche il mio aiuto non gli servirà a niente. Inoltre io devo studiare. L'anno prossimo andrò all'università, ma gli esami di ammissione sono difficili. Non posso sottrarre tempo allo studio».

   Poi, però, ho lentamente cambiato idea. Qualcosa mi accomuna al mio amico lontano: una certa vena sognatrice e una confusa insoddisfazione esistenziale. Tutti e due, talvolta, sentiamo un vago desiderio di emigrare, sebbene in direzioni opposte.

   «Chissà che anche quel vecchio olasz non possa essermi di qualche utilità, prima o poi. Mi conviene tenermelo buono, tanto più che questo mi costa appena un po' di francobolli».

   Ho cominciato a fare qualche ricerca in biblioteca, su questa benedetta immortalità, ma non ho trovato niente che fosse prettamente magiaro, come il mio amico voleva. Sì, ho scoperto la storia di Erszebeth Bàthory, la contessa che sognava di restare eternamente giovane immergendosi nel sangue delle sue contadinelle, ma dal mio amico ho saputo che all'estero è molto più conosciuta che da noi.  Non ho nemmeno cercato di rifilargli la vecchia storia di Dracula, anche perché preferisco considerarlo romeno, sebbene la  popolazione della Transilvania sia  ungherese.

   Insomma, dopo avere visitato inutilmente tutte le librerie e le biblioteche dei dintorni, cominciavo a temere che la mia ricerca sarebbe rimasta infruttuosa.  Però, un giorno, è successo qualcosa.

 

Il libraio

 

   Era una bella e tiepida giornata, che invogliava al dolce ozio e alle indolenti passeggiate, e per gli studenti era un giorno di festa. Da allora mi sembra che sia passato un secolo, invece  di sei settimane appena. Non avevo niente da fare, e così mi è venuto in mente di uscire, per fare una passeggiata e magari un altro tentativo per la mia ricerca. Infatti avevo chiesto consiglio a un'amica, maggiore di me di qualche anno, che si chiama Brigitta e studia  a Pécs. Questa ragazza è di Mohàcs, ma  dopo essersi iscritta all'università è vissuta per qualche settimana in casa mia, come ospite pagante. Poi ha trovato una sistemazione più comoda a Pècs,  ma ogni tanto viene ancora a trovarmi. 

   Da lei avevo saputo che in una casetta isolata, sulle prime pendici dei monti, c'era un vecchio che vendeva libri usati a poco prezzo. «Strana ubicazione per una libreria», avevo pensato. Forse il libraio era un pensionato che si accontentava di vendere qualcosa agli scarsi clienti che passavano da quelle parti. La mia amica lo conosceva, per avergli  venduto qualche libro che  non le interessava più.

   Così ho salutato la mamma, le ho spiegato succintamente lo scopo della mia escursione, e mi sono avviata verso i monti Mecsek, sulla strada per Pécs.

   Mentre camminavo, la mia mente vagava, ricordando quando ero una bambina e sfilavo per quella via con le mie piccole amiche, nella divisa delle giovani pioniere. Tutto mi sembrava bello, in quel tempo spensierato.

   A un certo punto, quando la strada cominciava a salire, ho visto sulla destra un viottolo, con un cartello che indicava la libreria. Si vedeva, infatti, una casetta di legno dipinto.

   La porta era aperta. Ho chiesto «permesso», gridando «szabad?»,  e dall'interno una voce possente mi ha risposto «tessék!», «avanti». Mi sono inoltrata tra cumuli di libri vecchi in pittoresco disordine, fino a un tavolo, carico di libri anche quello, da cui spuntava una testa dai capelli bianchi  Il libraio si è alzato in piedi, emergendo dalla sua trincea cartacea, e subito si è accesa una gara tra noi, a chi faceva gli occhi più grossi.

   Infatti il vecchio offriva uno spettacolo straordinario. Aveva lunghi capelli canuti raccolti in due trecce opulente, occhi grigi, grifagni, e indossava una coperta a quadri,  dai colori vivaci, che drappeggiava il suo magro corpo. Incredibile che quell'uomo esile fosse dotato di quella  voce potente che aveva tuonato «tessék!». Ma anche lui guardava me con estrema meraviglia, come se avesse visto chissà quale fenomeno.

   Per qualche minuto siamo rimasti così, in silenzio, finché il vecchio non ha mormorato una parola, che era poi un nome: «Ildikò». Certamente mi aveva scambiata per un'altra, la cui presenza gli giungeva inattesa.

   «No, signore, io non sono Ildikò», gli ho detto cautamente, sperando di non contrariarlo, perché sospettavo che il vecchio fosse un matto. Poi, mentre lui continuava a tacere e a guardarmi con la bocca spalancata, ho cominciato a spiegargli il motivo della mia presenza.

   Intanto le mie narici inalavano l'odore dei vecchi libri, il profumo come d'incenso delle pagine ambrate dove alligna quel piccolo crostaceo, Lepisma saccharina, che è popolarmente noto come «pesciolino d'argento». Mi piacciono queste bestiole vivaci, che sembrano gocce di mercurio e fuggono veloci come fulmini quando la luce le colpisce. Purtroppo la loro indole ritrosa e le loro esigue dimensioni non consentono di adottarle come animali da salotto.

   Mentre parlavo, il viso del vecchio si distendeva. Era un viso smunto, ma roseo e senza rughe. A un certo punto, ho pronunciato la parola fatale, halhatatlansàg: immortalità, nella lingua ungherese. Allora il vecchio è sobbalzato e mi ha guardato a lungo, con un'intensità imbarazzante.

   Ho concluso la mia spiegazione, e lui taceva, guardandomi sempre fissamente. Infine mi ha risposto, ma con circospezione, come se soppesasse ogni parola: «Ragazza, qui c'è sicuramente qualcosa che può interessarti. Tra questi libri c'è di tutto. Ma da molti anni non li metto in ordine e dovrai cercare da sola quello che vuoi. Tutti i miei clienti, quei pochi che ho, fanno così. Si arrangiano».

   Ho cominciato a rovistare tra quei libri, e c'era veramente di tutto. Molti erano testi universitari, alcuni decrepiti e altri nuovissimi, ma c'erano anche saggi divulgativi, romanzi, poesie, tragedie classiche e romantiche, e persino un «Canzoniere» del Petrarca in lingua originale.

   Mi è capitato di fare un'osservazione curiosa, che vorrei segnalare. Ho trovato due libri di biologia delle cellule, pubblicati a distanza di un secolo l'uno dall'altro, ma entrambi con lo stesso numero di pagine. Mi domando come si sia potuto scrivere un volume così grosso sulle cellule, quando ancora non se ne sapeva quasi niente. Questo sì, che mi sembra un grande mistero della Natura, o piuttosto della mente umana. La propensione alla loquacità è direttamente proporzionale all'ignoranza.

   Ogni volta che alzavo lo sguardo dai libri, mi accorgevo che il vecchio mi stava osservando. Forse temeva che volessi rubare? No, l'espressione del suo viso non era diffidente, ma pensosa. Però mi sentivo a disagio ed ero impaziente di andarmene.

   Finalmente ho trovato un libretto, che trattava della possibilità di allungarsi la vita nutrendosi di latte cagliato (salvo poi uccidersi per disperazione, immagino). Veramente l'autore non era ungherese, ma russo. Però ho scelto quel libro perché era piccolo e certamente costava poco.

   Quando gli ho mostrato il volumetto, chiedendone il prezzo, il libraio mi ha detto: «Vedo che tu ami i libri. Li tratti con gentilezza. Ne accarezzi le pagine e poi li riponi con garbo. Senti la mia proposta: vuoi venire qui ogni tanto, quando hai tempo, a metterli un po' in ordine? Potrei darti un piccolo compenso. Inoltre, potresti cercare con calma quello che ti interessa. Pensaci. E intanto quel libretto puoi tenerlo. Te lo regalo».

   Un po' sorpresa, ho mormorato che ne avrei parlato a mia madre e sono uscita.

   Era ancora giorno pieno. Mentre tornavo a casa a piedi, pensavo che qualche soldo avrebbe fatto comodo a me e anche a mia madre.

   Prima di rientrare incolume alla  base, in tempo per l'ora di cena, avevo già deciso che sarei tornata da quel vecchio libraio, che mi faceva un po' paura ma mi incuriosiva anche di più. E così è stato.

   Da quel giorno, appena avevo qualche ora libera, prendevo la corriera e poco dopo mi trovavo già sommersa dai libri fino al collo. Il vecchio parlava poco, ma mi guardava spesso con un'espressione triste, mentre raggruppavo i libri, secondo l'argomento, la data di pubblicazione e il maggiore o minore pregio che attribuivo a ogni volume. Lavoravo alacremente, come se fossi pagata a cottimo, concedendomi soltanto una breve pausa per mangiare qualche panino imbottito che avevo portato da casa.

   Quando me ne andavo, il libraio mi dava un po' di fiorini. Li contavo soltanto quando ero uscita, mentre aspettavo la corriera per tornare a casa. Erano pochi soldi, ma d'altronde il libraio non aveva clienti.

    Ogni tanto, arrivava qualche studente da Pécs, per vendere testi universitari usati. Il vecchio li comperava sempre. Appena lo studente se n'era andato, il libraio esaminava febbrilmente il nuovo acquisto, si soffermava su qualche pagina, consultava l'indice analitico in fondo al volume, e infine  lo affidava alle mie cure, con una faccia delusa. Sembrava che non fosse mai contento.

    Ormai mi faceva pena. Non avrei nemmeno più accettato quel modesto compenso che mi dava, se non ne avessi avuto bisogno.

   Una volta, prima di andarmene, gli ho domandato: «Chi è Ildikò?». Ricordavo che mi aveva chiamata così, quando mi aveva visto per la prima volta. «Era mia moglie, ma non la vedo più da tanto tempo. Tantissimo tempo».

   Allora non ho osato domandare altro e sono uscita, con la mia manciata di fiorini.

Apuka

 

   Dopo un paio di settimane, avevo già riordinato tutti quei libri, almeno per quanto era umanamente possibile. Avevo anche cominciato a compilare delle schede bibliografiche, ma sapevo che questo lavoro sarebbe stato lungo e non ero sicura di poterlo concludere. Prima di allora, il libraio si sarebbe certamente stancato della mia compagnia, oppure io della sua. Inoltre, prevedevo che presto gli impegni scolastici avrebbero assorbito tutto il mio tempo, se volevo aspirare a una borsa di studio per andare all'università.

   Un giorno ne ho accennato al vecchio. Quando gli ho detto che mi sarebbe piaciuto studiare Medicina, lui si è congratulato con me così calorosamente che ho persino creduto che mi prendesse in giro. Invece era sincero.  Poi, però, si è rabbuiato: «Allora, vuoi abbandonare la tua ricerca? Dell'immortalità non ti importa più niente?».

   «Ma non ho trovato nessun libro sull'argomento, a parte molti  trattati di mitologia, una monografia sulle superstizioni  popolari, e qualche saggio che non è nemmeno di autore ungherese».

   Allora il vecchio ha sussurrato: «Se vuoi, posso suggerirti qualcosa io, su questo argomento. Ho avuto molto tempo per pensarci. In natura, logicamente,  l'immortalità dovrebbe costituire la norma. Perché in realtà non è così? Ecco la vera questione. Certamente, anche queste montagne sono destinate a consumarsi e a sparire, nei prossimi milioni di anni, e le stelle a spegnersi, ma questo succederà proprio perché non sono esseri viventi. Un essere vivente è un trasformatore di energia, e finché può assorbire energia ed emetterne, non c'è motivo per cui debba estinguersi. Se cominci adesso a riflettere su questa verità, forse potrai scrivere qualcosa di interessante a quel tuo amico olasz. Non lo credi anche tu?».

   «Non amo molto le chiacchiere, nemmeno quelle interessanti come le sue, signore. Non vorrei sembrarle irrispettosa, ma credo che se lei conoscesse il segreto dell'immortalità sarebbe ricco. Non dovrebbe più passare tutto il suo tempo tra questi libri. Non è onesto parlare di cose che si ignorano».

   «Questa è la tua opinione, ragazza? Io invece credo che un immortale sarebbe molto solo, e potrebbe vivere soltanto in un posto come questo. Se ci riesci, immagina una persona che abbia avuto in dono dal Destino una vita senza fine, ma non ne conosca il motivo. Avrebbe un solo desiderio: quello di scoprirne il segreto, per condividere la propria sorte con gli altri esseri umani. Continuerebbe a pensarci, di giorno e di notte. Non potrebbe provare amore per nessuno. Dovrebbe vivere nascosto, in solitudine».

   Un sospiro, e poi: «Ma questo non importa. Pensa a te stessa, piuttosto. Ricordati che per ottenere qualcosa nella vita, qualunque cosa, bisogna prima di tutto crederci. Tu sei qui per cercare qualche libro che  parli dell'immortalità. Se non lo trovi, puoi scriverlo tu stessa. Non saranno parole vuote, come credi. Se il tuo libro renderà familiare alla gente l'idea dell'immortalità, sarà un'opera utile e importante. Prima, devi leggere qualche opera di fisica, per convincerti che l'immortalità non è impossibile, e per capire che nessuna ragione logica la vieta. Poi, devi studiare la biologia, per scoprire come mai, in natura, l'immortalità rappresenta l'eccezione, e non la regola».

   Poi, incongruamente, ha soggiunto: «Non devi chiamarmi più "signore". Chiamami Apuka, invece».

   Apuka significa «paparino». («Padre», infatti, si dice apa, oppure édesapa: cioè, letteralmente, «dolce padre»).

   Mi sentivo confusa. Ho cercato di scherzare. «Apuka? Come Stalin?», ho domandato, alludendo a un controverso statista del passato, che si faceva chiamare «piccolo padre» dai suoi sudditi russi, e il cui nome si  poteva leggere nell'elenco dei cittadini onorari di Budapest fino al primo maggio del 2004.

   «No, non come Stalin. Come Attila. Sai che questo non era il suo vero nome? "Attila" significa "padre", in un antico linguaggio germanico. Il nome vero, nessuno lo ha mai conosciuto».

   «Vuole davvero che la chiami Apuka, signore? Sono confusa», ho mormorato, «ma ci proverò».

   Poi, per darmi un contegno, come si usa dire, ho preso subito un pacchetto di biglietti e ho ricominciato il mio lavoro di schedatura dei libri.

   Da allora ho chiamato Apuka il vecchio, e sono tornata da lui quasi ogni pomeriggio.

  

L'anello

 

    Qualche giorno dopo, appena sono arrivata in libreria, Apuka mi ha detto: «Ragazza mia, oggi desidero affidarti un incarico più importante, e più redditizio anche per te. Come sai, i miei affari non vanno tanto bene, ma non me ne preoccupo, perché ho qualche risorsa. Tu, però, dovresti portare questo pacchetto a Pécs, a un recapito che ti dirò. Una persona ti darà dei soldi e tu li darai a me. Ti assicuro che è tutto regolare. Ma non devi parlarne con nessuno, nemmeno con tua madre».

   Poiché esitavo, ha soggiunto: «In questo pacchetto c'è un anello. Si tratta di un ricordo di famiglia, ma non so che farmene e voglio venderlo. A Pècs c'è un gioielliere che lo comprerà. Ogni tanto faccio qualche affare con lui».

   Quella storia non mi piaceva. Con una certa impertinenza, gli ho domandato perché non sbrigava lui una faccenda così delicata. Il vecchio ha sbuffato: «Perché non mi sento bene, ecco perché non vado io. Senti, ti scrivo un biglietto per quell'uomo. E ti darò un quinto dei soldi che ne ricaverò. Va bene?».

   Mi ha cacciato il pacchetto tra le mani. Ho pensato che l'acquirente era certamente un individuo losco, forse un ricettatore. Ma lo sguardo di Apuka era così accorato e sincero che non ho voluto dargli un dispiacere.

   Insomma, sono andata a Pécs, sentendomi piena di rimorsi verso mia madre, che già non era contenta che frequentassi quel libraio misterioso e si sarebbe certamente preoccupata se avesse saputo quello che stavo combinando.

   La gioielleria che cercavo era un negozietto minuscolo, in un antico palazzo che conservava qualche pretesa di signorilità, non lontano dalla grande moschea dalla cupola azzurra che è un retaggio del dominio ottomano e che oggi è la chiesa principale della città.

   Il gioielliere era un piccolo uomo di mezza età, con pochi capelli neri, lisci e unti di brillantina. Ha guardato con diffidenza il biglietto di Apuka, e poi  ha aperto il pacchetto. Conteneva una scatoletta, con dentro un grosso anello massiccio, di fattura antica, barbarica.

    «Ma è autentico?», ho domandato.

   «No. È una imitazione. Questo anello vale qualcosa - poco - soltanto per il materiale di cui è fatto. Ma a te che importa?».

   Dopo avere riposto l'anello in un cassetto, ha voluto sapere perché non fosse venuto il vecchio personalmente. Aveva un accento indefinibile, vagamente straniero. Gli ho spiegato che Apuka era malato, ma non mi è parso molto addolorato dalla notizia. Senza altre domande, mi ha dato un rotolino di banconote e mi ha detto di andarmene. Sembrava ansioso che uscissi dal negozio. Io non sapevo se avessi  agito bene oppure no.

 

Il segreto

 

    Quando sono tornata da Apuka, non l'ho trovato. «Dov'è andato il vecchio? Ma non era malato?».

   Mi sono guardata attorno, mi sono aggirata tra i cumuli di libri vecchi, sono uscita sulla strada principale, ma il libraio non c'era proprio.

   Allora sono tornata nella libreria, pensando di lasciargli i soldi sulla scrivania e andarmene a casa, perché era già quasi sera. A un certo punto ho sentito un cigolio, e un attimo dopo Apuka è ricomparso dietro quel tavolo ingombro di libri, come se fosse sbucato dal nulla, o più probabilmente da una botola di cui avevo ignorato l'esistenza fino a quel momento.

   Sono scoppiata a ridere, stupidamente, ma ho smesso subito, non appena ho notato l'espressione desolata di quella vecchia faccia.

   Ha mormorato il mio nome, «Hedvig», ed era la prima volta, «Hedvig, io non resisto più. Mi arrendo. Non posso più allontanarmi da questo posto nemmeno per un'ora. Ormai è come l'aria, per me».

   Non capivo quelle parole, e non sapevo che cosa dire o fare. Il vecchio mi guardava implorante. Ma quale aiuto si aspettava da me? Forse farneticava.

   Ho cominciato a indietreggiare lentamente verso la porta, per fare un balzo fuori, se il vecchio fosse diventato violento.

   Ha capito le mie intenzioni, perché ha sussurrato: «No, Hèdi, non temere. Ah, vedo che hai dei soldi in mano. Quelli che ti hanno dato per l'anello. Puoi tenerli tutti. Ma non lasciarmi solo. Devo parlarti. Devi sapere la verità. Adesso seguimi, altrimenti non mi crederesti».

   Ha sollevato il coperchio di una botola, che era celato alla vista da un tappeto, e ha cominciato a scendere alcuni gradini in penombra.

   Io – ebbene, sì –  l'ho seguito. Per curiosità e per pietà, con paura e riluttanza, insomma, non so perché, ho seguito il vecchio, in una stanza sotterranea. In un angolo, c'era una cassapanca. Apuka l'ha aperta, senza parlare, e alla poca luce del locale ho visto lo sfavillio dell'oro. La cassa era piena di anelli, bracciali, monete e diademi.

   Ecco perché Apuka non voleva allontanarsi da quel luogo. Certamente, invecchiando, era divenuto sempre più timoroso e  viveva nel terrore di essere derubato. Era dunque questo, il suo segreto?

   «Vedi, Hedvig? Questo è un tesoro. Il tesoro di Attila. Ed è mio, di diritto, perché io sono Attila».

   Allora ho fatto un salto degno di una cerbiatta, su per gli scalini, ma in quell'attimo la botola si è chiusa. Certamente Apuka si era servito di qualche congegno, predisposto da chissà quanto tempo, per farmi prigioniera. La mia mente lavorava vertiginosamente, in cerca di una via di scampo. Ma Apuka era immobile nel suo angolo, e mi guardava tristemente.

   Mi sono accorta che il locale era illuminato da una luce soffusa, che proveniva da una porta, con altri gradini, che conducevano ancora più in basso. Nuovamente Apuka ha implorato: «Seguimi» e ancora l'ho seguito, affascinata dal mistero, come da un serpente. Una scala ci ha condotti in un ambiente molto più grande, scavato nella roccia: è quella roccia giallastra e tenera, detta Loess, che abbonda in Ungheria come in Asia. La sala era spoglia, e al suo centro c'era un sarcofago, scavato nel Loess.

   Come in sogno, ho sentito Apuka sussurrare: «Questa è la tomba di Attila. Non è vero che si trova a Budvàr, in Transilvania, nel cortile di un castello. Quella è una leggenda. La verità è questa. Su, guarda in alto».

   Ho alzato lo sguardo verso la volta di quell'ambiente sotterraneo, e mi è sfuggito un «Ohh!» di meraviglia. Ho visto un cielo stellato, con innumerevoli punti luminosi che pulsavano debolmente.

   Io avevo dimenticato ogni timore. Contemplavo quel pulviscolo d'oro e d'argento, e mi sembrava di essere sfiorata da piccole dita che esploravano il mio corpo, ogni mia cellula, la mia anima stessa. Infine sono stata travolta da un'ondata di piacere mai prima provata.

   In quell'attimo, ho capito tutto. Ho capito la verità di quelle leggende che parlano di grotte fatate dove esseri immortali dormono in attesa del risveglio. Il segreto dell'immortalità era mio, ma non avrei avuto parole per esprimerlo, se avessi desiderato rivelarlo.

    I minerali di quella roccia, in una combinazione unica di quarzo, silicio, uranio e chissà che altro, avevano creato come una matrice, uno stampo, un utero di energia che aveva preservato il corpo di Attila in un sonno secolare e dopo una lunga gestazione lo aveva restituito alla vita.

     Ecco perché quell'uomo aveva raccolto tante migliaia di libri che non si curava di vendere, attingendo al suo forziere di quando in quando per vivere. Aveva cercato inutilmente le idee e le parole per rivelare il suo segreto al mondo.

   Intanto sentivo Apuka mormorare: «Ora resteremo sempre insieme, Ildikò, sempre insieme». E mentre parlava io vedevo, con orrore, il suo corpo divenire diafano, afflosciarsi sotto quella coperta, e infine dissolversi. Ero sola, nella grotta scintillante di stelle cannibali.

   Dopo non so quanto tempo, barcollando come un'ubriaca, ho ripercorso la strada verso la libertà, e quando ho risalito i gradini che conducevano alla botola mi sono accorta che non era affatto chiusa, come avevo temuto. Il tappeto che abitualmente la celava alla vista doveva essersi srotolato, facendone cadere il coperchio.

 

La catastrofe

 

    Mi sono ritrovata nella libreria, accanto al tavolo dove avevo visto il vecchio per la prima volta. Era buio, e ho acceso una luce. Allora ho visto le mie mani. Erano quelle di Apuka. Atterrita, mi sono specchiata nel vetro di una finestra. Ero diventata lui. Quelle luci malefiche avevano plasmato il mio corpo, facendone quello di Attila. Forse non ero io la loro prima preda.

   Centinaia o migliaia di volte, nel corso dei secoli, poteva essersi prodotta quella mostruosa metamorfosi, con vittime sempre diverse. Ho guardato le scarne gambe di vecchio sotto la bella gonna primaverile, che mi aveva comprato la mamma, e ho sentito che il mondo mi era crollato addosso.

   Allora ho pianto a lungo, per me stessa, per mia madre, per tutte le cose che amavo. Non potevo tornare tra la gente. Ho preso un foglio e una busta, ho scritto un messaggio per mia madre, in cui le dicevo che dovevo allontanarmi da lei per qualche tempo, ma le raccomandavo di non preoccuparsi per me.

   Mentre scrivevo, piangevo. «Tutta colpa di quel dannato olasz», dicevo tra me, pensando al mio corrispondente italiano per cui mi ero messa in quel guaio senza uscita. «Ma gliela faccio pagare. Oh, se la pagherà!».

   Ho scritto un'altra lettera, per il mio amico milanese. L'ho invitato a raggiungermi il più presto possibile, in una casetta-libreria presso la terza fermata della corriera tra Pécs e Komlò. Gli promettevo incredibili rivelazioni... e altro.

   «Vieni presto, Guidino adorato. Ti aspetto con impazienza, a qualunque ora, del giorno o della notte»: così ho concluso perfidamente quella lettera. La mia trappola era pronta, ma non potevo prevedere quello chesarebbe avvenuto di lì a poco.

   Ho sempre qualche francobollo nel mio borsellino. Ho affrancato le due lettere e sono uscita a imbucarle nella cassetta postale, che è accanto alla fermata della corriera.

   Quando sono rientrata in libreria, ho sentito una voce tagliente alle mie spalle: «Jò estét!», «buonasera». Mi sono voltata, e ho visto un ometto con un muso di topo stravolto da una smorfia crudele. Era il gioielliere che aveva acquistato l'anello di Apuka. Aveva in pugno un coltello a serramanico. Ho capito che mi aveva seguita, per scoprire dov'era la casa del vecchio, derubarlo e poi ucciderlo. Certamente si  era nascosto sui monti, in attesa del buio, per agire. Sì, era venuto per derubare il vecchio e poi ucciderlo, ma ormai il vecchio ero io.

   In quell'istante, il gioielliere mi ha osservato meglio e si è accorto dei miei vestiti femminili. Ha imprecato volgarmente: «Bazmeg! Ma tu hai addosso i vestiti della ragazza! Ti vesti da donna nell'intimità, vecchio degenerato? Mi fai schifo. E lei dov’è? Ma poi, che me ne importa? Io sono qui per l'oro. Dammi tutto l'oro che hai, e non ti farò soffrire troppo. Forse ti lascerò persino vivere. Non puoi dimostrare che quell'oro è tuo, e la polizia non crederebbe mai a un matto come te».

   Ho simulato una paura che non sentivo, perché ormai non temevo più niente: «Non farmi del male, ti prego. Avrai l'oro. Tutto. Vieni con me. Il tesoro è qui sotto».

   Ho sollevato il coperchio della botola, per accompagnare il gioielliere nella sala delle stelle, dove prenderà il mio posto, e dopo di lui chissà quanti altri.

   Infine resterà al mondo un solo uomo, e sarà Attila.

L'epilogo

 

    Quando mia madre, allarmata per la mia assenza, è corsa in piena notte a cercarmi in quella casa sulle pendici dei monti, mi ha trovata sul pavimento priva di sensi, accanto al corpo del vecchio che giaceva stecchito accanto a me.

   Si è poi potuto stabilire che Apuka, mosso da inconfessabili motivi, aveva approfittato di un mio momento di distrazione per introdurre una sostanza stupefacente, allucinogena, nel panino imbottito che mi ero portata da casa. (Si trattava di una droga, di provenienza americana, priva di odore e di sapore).

   Lui stesso aveva ingerito un potente afrodisiaco, che però gli era stato fatale prima che riuscisse ad attuare i suoi turpi propositi.

   Un Destino ironico ha concesso a quell'individuo oscuro e squallido, se non di vivere come il grande Attila, almeno di morire quasi come lui. Soltanto «quasi», però, per mia fortuna.

   Quindi devo concludere di essermi sognata tutta questa storia incredibile: una storia che io non avrei mai potuto immaginare, se mi fossi trovata nella mia consueta condizione mentale. Persino quella gioielleria di Pécs è stata cercata inutilmente, perché non esiste. Purtroppo non esiste nemmeno il tesoro di Attila, che mi avrebbe fatto comodo, ma mi considero ugualmente fortunata.

 

Régóta tudjuk, hogy egy orvosság akkor is kifejtheti hatását egy elő szervezetben, ha valójában nem kerül be ebbe a szervezetbe. Ha egy embernek vagy egy állatnak beadunk egy gyógyszertani hatással rendelkező anyagot, és ha ezt a beadást ismétlődően egy idegi inger bemutatásával társítjuk (egy hang, fény vagy egy illat), ez az inger olyan hatalommal fog bírni, hogy már egyedül is előidézi az orvosság hatásait, mert létrejött a “pavlovi kondicionálás“. Ez a régóta tiszteletben tartott megfigyelés nem merült feledésbe. Az újrefelfedezése készítette elő a Pszichoneuroimmunológia megszületését. Ám valódi következményeit nem értették meg teljesen. Valójában azt jelenti, hogy az orvosságok működésükkel ugyanazokat a fiziológiai válaszokat váltják ki, amelyeket a szervezet egyedül is képes produkálni. Ha ez a következtetés érvényes a már ismert gyógyszerekre, akkor azokra is érvényesnek kell lennie, amelyek még nem léteznek és talán sosem fognak feltalálni. Sőt, a csodálatos gyógyulások érthetővé válnak, mint az élő szervezet belső öngyógyító képességének megnyilvánulásai. Ez a képesség kifejezésre kerülhet egy gyógyszer hatására, de spontán módon is megnyilvánulhat. Sőt, egy feltételezett abszolút Gyógyír, amely minden bajt képes meggyógyítani, vagy akár egy képzeletbeli Halhatatlanság Elixír csak azért működnének, mert hatásuk része a fiziológiai válaszokat tartalmazó készletünknek. Tehát nem lenne szükségünk arra, hogy a Tudománytól várjuk a halhatatlanság adományát, mert már most is feltételesen halhatatlanok vagyunk, és valóban azok lennénk, ha életre tudnánk kelteni belső újjászületési képességünket.. Halhatatlanság, hogyan és miért egy korábbi, nagyobb terjedelmű tanulmányomból származik, amelyben sok itt nem említett vagy csak éppen érintett témáról beszéltem, hogy nagyobb hangsúlyt kapjanak a legérdekesebb és legtöbb irányban kifejthető kérdések. Mint például: melyek azok az agyi mehanizmusok (vagyis idegi alapok), amelyek a gyógyszerek kondicionálásáért felelősek? A megfelelő agyi területeket aktivizálva, elektromágneses impulzusok segítségével, minden betegséget gyógyítani tudnánk, beleértve az öregedést, kémiai gyógyszerek beszedése nélkül? Másszóval már régóta ismert technikák alkalmazásával, mint például az agy mágneses stimulációja, a test spontán öngyógyító forrásait ingerelhetnénk és akár visszakaphatnánk a fiatalság életerejét? Ezeknek a fájdalommentes és “nem felszívódó” módszereknek a jövőbeli fejlődéséből egy új orvostudomány fog születni, az Elektrofarmakológia? Én nem tudok választ adni ezekre a kérdésekre, de a közönség figyelmébe szeretném ajánlani őket, mert hiszem, hogy ha ezek a kérdések megvizsgálásra és megoldásra kerülnek, létezésünk gyökeresen megváltozik. Remélem, hogy aki elolvassa a Halhatatlanság, hogyan és miért-et, az osztani fogja véleményemet.

 



Guido Tanca

 


Ringrazio tutti i “visitatori” di questo sito, per la benevola attenzione che vorranno dedicare ai miei scritti, ma soprattutto desidero ringraziare la mia corrispondente Hedvig, che per amicizia ha predisposto per me questo spazio su Internet. Da parecchi anni, Hedvig conosceva il mio desiderio di vedere pubblicato in Ungheria qualche mio libro, e adesso ha esaudito questo desiderio come ha potuto. Ovviamente, nessuna responsabilità può essere attribuita a Hedvig per il contenuto dei miei scritti.

  Hedvig era giovanissima (oltre che graziosissima, come è tuttora) e viveva a Komlò con la sua mamma, quando ho cominciato a scriverle. Lei mi ha ispirato alcuni racconti del libro Baranya, che nel 2005 sono stati ripubblicati nella Trilogia fantastica, la cui Prima Parte si intitola appunto Hèdi della Baranya, la Seconda Parte  Ragazze dell’Est  (cioè le ungheresi Brigitta di Mohacs, Krisztina di Debrecen, Orsolya di Budapest, Patrícia di Eger, ma anche le slave Drazenka di Šenkovec e Tania di San Pietroburgo) mentre la Terza Parte è costituita dal lungo racconto Progetto Mare Azzurro - Azùrkék Tenger Terv (dedicato a Judit di Budapest).  

  Patrícia Nagy di Eger ha tradotto alcuni racconti della “Trilogia” e li ha raccolti nella piccola antologia italo-ingherese Storie della Baranya - Történetek Baranyából  che è stata pubblicata nel 2006.

   Qui propongo la lettura di uno dei racconti che ho dedicato a Hedvig, Halhatatlansag - Immortalità, anche perché in esso si accenna a un tema che mi è caro, cioè la ricerca dell’immortalità. Proprio su questo argomento ho scritto il saggio Cercando l’elisir, pubblicato nel 2007 come “e-book” dalla casa editrice Kappaeventi. Da quest’opera ho poi tratto un altro libro, più piccolo, Immortalità, che presto dovrebbe essere pubblicato da Prospettiva Editrice. Sarei lieto se questo libretto venisse edito anche in Ungheria (magari in una versione riveduta e ampliata, alla quale sto già pensando) e so che Prospettiva mi concederebbe volentieri il permesso per una edizione magiara. Non mi illudo di poterne ricavare un guadagno “materiale”, neppure esiguo, ma se qualche mio libro fosse pubblicato da un editore magiaro,  e magari se ne vendesse qualche copia, lascerei in Ungheria gli eventuali proventi dei  “diritti d‘autore”.


Köszönet a honlap látogatóinak a megtisztelő figyelemért, amit az írásaimnak szentelnek, de legfőképpen levelezőtársamnak, Hedvignek szeretnék köszönetet mondani, aki barátsága kifejezéseként megnyitotta nekem ezt az internetes oldalt. Hedvig évek óta ismeri óhajomat, hogy valamely írásom Magyarországon megjelenjen, ennek próbált meg eleget tenni, ahogyan tudott. Nyilvánvalóan semmilyen felelősség nem tulajdonítható Hedvignek írásaim tartalmát illetően.

Hedvig nagyon fiatal volt (azon túl, hogy rendkívül bájos, mint ahogyan ma is) és az édesanyjával élt Komlón, amikor elkezdtem neki írni. Ő ihlette a Baranya című kötetem néhány elbeszélését, amelyek 2005-ben újra megjelentek a Fantasztikus trilógia - Trilogia fantastica -ban. Ennek Első Része éppen a Baranyai Hédi - Hédi della Baranya címet kapta, a Második Rész a Keleti lányok - Ragazze dell’est, vagyis a magyar lányok közül Brigitta Mohácsról, Krisztina Debrecenből, Orsolya Budapestről, Patrícia Egerből és a szláv lányok: Drazenka Šenkovecből és Tania Szentpétervárról. A Harmadik Rész egy hosszú elbeszélés, a Progetto Mare Azzurro - Azùrkék Tenger Terv, amelyet a budapesti Juditnak ajánlottam.

Nagy Patrícia Egerből lefordította a ”Trilógia” néhány novelláját, és összegyűjtötte őket a Storie della Baranya - Történetek Baranyából című olasz-magyar antológiába, amely 2006-ban jelent meg nyomtatásban.

Itt ajánlom az egyik Hedvighez írt novellám, a Halhatatlanság Immortalità elolvasását, azért is, mert egy számomra kedves témát érint, a halhatatlanság keresését. Ugyanebben a témában íródott az Elikszírt keresve – Cercando l’elisir című értekezésem, amely 2007-ben jelent meg „e-book”-ként a Kappaeventi Kiadó jóvoltából. Ebből a műből vettem később egy másik, kisebb, könyvet, a Halhatatlanság – Immortalità, amely nemsokára megjelenik a Prospettiva Kiadónak köszönhetően. Boldog lennék, ha ez a könyv Magyarországon is kiadásra kerülne (talán egy átdolgozott, kibővített változata, amelyen már gondolkodom) és tudom, hogy a Prospettiva szívesen adná engedélyét egy magyar nyelvű kiadásra is. Nem áltatom magam azzal, hogy akár csak csekély ”anyagi” hasznom is származhat belőle, de ha néhány könyvemet egy magyar kiadó megjelentetné, és el is adna belőle néhány példányt, Magyarországon hagynám az esetleges ”szerzői jogok”-at.

 


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